Interventi
Cosa vuole realmente Matteo Renzi? La risposta è semplice: diventare presidente del consiglio. Come? Vincendo delle auspicate primarie di coalizione del centrosinistra che dovrebbe poi portarlo al trionfo. Naturalmente per ora non lo ammette, ma non accorre avere particolari doti intuitive per comprenderlo subito.
Il giovane sindaco conosce tutte le regole dell’oligarchia, i segreti del potere, e li mette in pratica ma, nello stesso tempo, li critica attraverso un sapiente uso della comunicazione. Conoscenza del potere e fede nella comunicazione costituiscono i due pendoli sui quali si muove la sua azione politica. Essi rappresentano l’azione politica reale e la sua mistificazione.
Il mito giovanilista è esemplare da questo punto di vista. Esso viene presentato come una lotta giusta e innovativa contro lo strapotere dell’oligarchia, dell’apparato. In realtà, però, questa è un tipica e vecchia lotta per il potere presente da sempre in tutti i partiti di massa. Lo aveva notato per primo Roberto Michels che, nella celebre Sociologia del partito politico, scriveva: «I contrasti tra leaders che suscitano conflitti possono essere di origine molto diversa. Spesso ne è alla base il contrasto crono-fisio-psicolgico dell’età (giovani contro anziani)» . Per Michels questo scontro rientra nella classica lotta per il potere dentro il partito e non produce nessuna forma di progresso poiché «non appena i nuovi leaders hanno raggiunto la loro meta, cioè, in nome dei diritti della massa anonima sono riusciti ad abbattere la odiata tirannide dei loro predecessori e hanno conquistato il potere, si verifica in loro una trasformazione, terminata la quale, essi si assomigliano, almeno nella sostanza, ai vecchi leaders spodestati come due capelli assomigliano fra di loro (…) Il beneficio che la democrazia ne trae si riduce così ben presto a nulla» .
Renzi è riuscito così a compattare una fazione che però non è realmente legata da un fattore generazionale. La retorica giovanile serve solo per la formazione dell’identità che si forma appunto sulla contrapposizione noi-loro; essa rappresenta, inoltre, un antagonismo non con gli altri partiti ma tutto interno al Pd (segno evidente che il leader da sconfiggere è Bersani e non Berlusconi). Di fatto la fazione di Renzi è composta da dirigenti e iscritti uniti, più che dall’età, dall’obiettivo comune ossia una scorciatoia per il proprio percorso di carriera nel partito. Ovviamente ci sono persone che partecipano spontaneamente, ma questo è naturale e non cambia la natura della fazione.
Il giovanilismo crea diversi paradossi. Di per sé esso, come ha scritto Giovanni Sartori, «è un caso da manuale di miopia e stupidità predittiva (…) che si risolve, alla distanza in un autolesionismo e in un boomerang che ci ricade addosso» . Non c’è nulla, infatti, che dimostri che il giovane, e il nuovo, in quanto tali, siano meglio del vecchio. Ciò vale ancora di più per i partiti. Anzi, il giovanilismo per i partiti è un segnale preoccupante sulle loro sorti, come ha ben sintetizzato Mario Tronti: «Solo i partiti senza futuro, quando non sanno che fare, fanno largo ai giovani» .
Un altro paradosso è rappresentato da Renzi stesso. Il sindaco fiorentino urla contro i partiti chiusi, che non danno spazio ai giovani, eppure lui stesso è la dimostrazione del contrario essendo diventato sindaco a soli trentasei anni dopo essere già stato presidente di provincia; un curriculum di tutto rispetto che farebbe impallidire anche i potenti dirigenti comunisti della DDR. La verità è che tra tutte le élite italiane, quella politica, nonostante tutte le critiche, è quella che presenta un maggior tasso di ricambio. Molto più chiusa è l’èlite giornalista (questa sì vera casta) e ancor più quella economica, ma va di moda prendersela con la politica. In queste argomentazioni antipolitiche, come ha ben evidenziato Michele Prospero (Unità del 02/11/2011), risiede gran parte del successo mediatico di Renzi; il suo messaggio anticasta è stato ripreso e amplificato dai mass media proprio perché condividono entrambi la stessa “linea”.
Renzi invoca maggior apertura e partecipazione che tradotto significa primarie all’italiana, apertissime e di coalizione. Come è accaduto per Firenze egli pensa che con questo strumento possa riuscire a scalare il partito. Purtroppo le primarie rappresentano uno scivolamento verso il plebiscitarismo populista con l’aggravante del patrimonialismo: chi ha più soldi a disposizione ha più chance di vincerle, per questo si crea una corsa al denaro e un ammiccamento verso coloro che possono fornirlo. La partecipazione è così totalmente indebolita e si riduce solo alla scelta tra persone. Esse si iscrivono nel ciclo di decadenza politico-istituzionale iniziato nei primi anni novanta e non ne rappresentano certo una via d’uscita.
Altro paradosso. L’operazione Big Bang, nonostante l’utilizzo di nomi dall’irresistibile richiamo (democrazia partecipativa, Wiki-Pd, politica 2.0) che sbandierano una partecipazione dal basso, in realtà viene fatta tutta dall’alto, con il leader che si avvale dell’appoggio sapiente di agenzie dell’economia e dei mass media, come quella dell’ex direttore di Canale 5.
Si è detto dell’ispirazione blairiana di Renzi e delle sue proposte. In realtà Renzi sembra voler emulare di più il primo Sarkozy, quello che da sindaco di Neuilly-sur-Seine ha man mano compiuto la scalata del partito gaullista “contro” il gruppo dirigente di Chirac. Così il sindaco di Firenze prova a costruire la sua ascesa partendo da un ruolo amministrativo, sfidando la leaderhsip del partito, ammiccando i mass media e i gruppi economici. La differenza è che ciò avviene in maniera eccessivamente ostentata, reclamizzata, sotto i riflettori, e non tessuta gradualmente. Ciò è dovuto al fatto che Renzi gode del sostegno di molti “vecchi” del partito che di fatto lo appoggiano. Se così non fosse stato la sua epopea sarebbe finita da un pezzo.
E qui v’è un altro paradosso ancora. Renzi critica il Pd per essere poco democratico, in realtà nel suo caso il partito è stato fin troppo democratico, perdonando più di una volta i gesti e le dichiarazioni del rottamatore. Le sue forti critiche mediatiche al gruppo dirigente del Pd fanno un cattivo servizio all’immagine del partito e non rispettano i suoi militanti: Bersani e il suo gruppo dirigente sono espressione della maggioranza del partito e, guarda caso, eletti proprio da quelle primarie tanto invocate da Renzi. Si possono santificare le primarie e poi contestarne gli esiti?
Nelle cento proposte emerse dal meeting alla Leopolda gli elementi che emergono vanno dal revival anticasta, come la riduzione dei parlamentari e l’abolizione delle province (ma se le avessero abolite prima, avremmo mai sentito parlare di Renzi?) ad una concezione liberista e aziendalista della gestione pubblica (con un lessico nel quale prevalgono termini come “efficienza”, “privatizzazione”, ecc.) nella quale emerge l’assenza di distinzione tra pubblico e privato, con la politica ridotta ad un ruolo marginale, neanche di amministrazione. Questo richiama una tendenza che un studioso francese, Pierre Musso, ha definito sarkoberlusconismo. Secondo Musso «è eliminando i confini tra pubblico e privato che il sarkoberlusconismo persegue la deregolamentazione generalizzata della politica per mano dell’antipolitica e dell’economia per mano della liberalizzazione» .
Il Big Bang appare così come un evento postdemocratico che cela l’ambizione di un leader scaltro, celebrato dai mass media, soprattutto la tv, cui deve una sproporzionata visibilità – non certo il web 2.0, ancora strumento di piccole nicchie che sognano la politica on demand. È l’ennesimo fenomeno della crisi politica italiana, ma è anche un monito che ci dice come occorra non solo ridisegnare il sistema politico, ma pensare anche a nuove regole per organizzare meglio la vita democratica del Pd, rispettando e dando voce realmente ai suoi iscritti. Un sistema politico con solidi partiti dotati di regole democratiche. Questo sarebbe davvero un big bang.

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