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Nel ‘700 due persiani di buona famiglia visitarono la Francia – così racconta Montesquieu nelle “Lettres Persanes” – e ne descrissero i costumi, a parer loro bizzarri, dell’epoca di Luigi XV. Adesso i loro discendenti ci regalano il seguito del racconto descrivendo con occhi iraniani come ci siamo comportati noi – europei, russi e americani – con la Persia da allora fino ad oggi.

L’impero persiano aveva raggiunto l’apice nel ‘600. I suoi domini si estendevano a est fino al fiume Amu-Darya e a sud fino allo Stretto di Hormuz. Che però era in mano ai portoghesi; per scacciarli la Persia, priva di naviglio adeguato, accettò l’aiuto della Compagnia inglese delle Indie Orientali. Così iniziò il declino. I britannici da un lato e gli zar dall’altro giocarono la loro partita, fino a concludere nel 1907 un accordo che spartiva il Paese in tre zone: ai russi il nord-ovest (con Tabriz e Teheran), agli inglesi il sud-est (Hormuz e Belucistan) e una zona “neutra” in mezzo. Ma una volta scoperti i ricchi giacimenti di petrolio, Londra non ebbe più ritegno: fondò l’Anglo-Persian Oil Company che, per contratto, concedeva alla parte inglese l’84% dei profitti. Non ottenendo migliori condizioni, nel 1932 lo Scià abolì le concessioni; Londra reagì inviando la flotta e facendo ricorso alla Corte dell’Aia (sic). Per finire, la Compagnia aumentò dal 16% a un misero 20% le royalties per la Persia, pretendendo in compenso di prolungare a 60 anni le concessioni.

L’estrema umiliazione fu il colpo ordito nel 1953 contro Mossadeq, primo capo di Governo democraticamente eletto. L’Iran scivolò nella repressione: l’opposizione fu smantellata a colpi di incarcerazioni e di torture dalla Savak, polizia segreta addestrata dalla CIA e dal Mossad. Lo Scià, Mohamed Reza Pahlavi, ci mise del suo: nel 1971, per celebrare il 2500° anniversario della monarchia, invitò a Persepolis la crème de la crème del mondo offrendo caviale, champagne e sfilate di figuranti travestiti da Medi e Persiani, al costo di 100 milioni di dollari. Dall’esilio si levò la denuncia dell’ayatollah Khomeini; la monarchia era stata incapace di leggere i segni dei tempi. Fuggito lo Scià, il 1° febbraio 1979 atterrò Khomeini accolto da folle immense. Quel giorno l’ambasciatore Sullivan, uno dei rari americani ad essersi schiarito il cervello, ricevette a Teheran una telefonata dalla Casa Bianca. «Il Consigliere per la Sicurezza [Brzezinski] chiede se l’esercito potrebbe organizzare un colpo di Stato e assumere il potere». Sullivan rispose testualmente «Tell Brzezinski to fuck off!» e si dimise dalla carriera.

Era l’inizio del risveglio, stavolta sotto il turbante del clero sciita. Ma la Repubblica Islamica basata sulla velayat-e faqih, l’autorità dei giurisperiti, spaventò i monarchi del Golfo e pure Saddam Hussein, che temeva il contagio fra le masse sciite irachene. Col beneplacito di Washington, Saddam trascinò l’Iran in un conflitto durato otto anni, che mieté oltre 3 milioni di vittime senza piegare la Rivoluzione. Anzi, una guerra successiva scatenata dagli USA – quella «stupida guerra in Iraq» (Obama dixit) – ne propagò l’influenza dal sud del Libano fino allo Yemen e al Khorasan afgano. Lo spiegava bene Vali Nasr, il politologo molto ascoltato da Obama e mai da Trump: «Lo scontro tra sciiti e sunniti non è una vetusta disputa religiosa, ma uno scontro contemporaneo di identità».

Nessuno in Iran dimentica quel giorno nefasto del 2018 in cui il presidente Trump – complice Netanyahu – ritirò gli USA dall’Accordo multilaterale sul nucleare iraniano, concordato nel 2015 dopo anni di defatiganti trattative; lo stracciò senza alcun motivo se non quello, inconfessabile, di cancellare ogni successo ottenuto da Obama. L’Accordo non era un chiffon de papier: negoziato assieme all’AIEA (l’Agenzia ONU per l’Energia Atomica) e ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, offriva garanzie affidabili, tanto è vero che già nel 2016 Teheran era presa d’assalto da imprenditori e investitori di mezzo mondo. Non c’era una stanza d’albergo libera e il sottoscritto, sbarcato a Teheran, dovette accettare l’ospitalità di parenti acquisiti. Si respirava l’aria di un Paese in progressiva liberazione dai tentacoli della teocrazia.

Dopo l’insensata decisione di Trump e la scontata ripresa dell’arricchimento di uranio nelle centrali iraniane, USA e Unione Europea rinnovarono le durissime sanzioni contro l’Iran. Con un duplice effetto: spingerlo a formare un “Asse della Resistenza” (con Russia, Siria, Houti, Hezbollah, Hamas) e avvicinarlo alla soglia nucleare. Tagliata fuori dal libero commercio e perfino dal circuito SWIFT, l’economia iraniana è diventata un’economia di guerra. L’inflazione ha colpito 90 milioni di abitanti, di cui due terzi sotto i 30 anni e un terzo sceso sotto la soglia di povertà.

Chi torna da Teheran oggi si fa portatore di una domanda che è sulla bocca di tutti gli iraniani: “Come mai il nostro Paese è soggetto a pesanti sanzioni, pur avendo rispettato i termini dell’Accordo finché non è stato rescisso da Trump tra l’indignazione generale? Perché siamo stati puniti noi invece degli americani?”. A questa domanda Biden ha lasciato che rispondesse Bibi Netanyahu, invitato il 24 luglio del 2024 al Congresso a parlare a Camere riunite: onore non da poco per chi è accusato di crimini contro l’umanità a Gaza, ma ha dalla sua un centinaio di bombe atomiche e la protezione americana. Ovviamente, a Netanyahu non è sfuggita l’occasione di usare toni biblici, così graditi a molti americani, per attaccare l’Iran: “Questo è un scontro tra la civiltà e la barbarie, eccetera”.

Chi ha lo sguardo lungo si chiede quanto potrà sopravvivere un regime come quello iraniano, contestato sempre più apertamente dal suo popolo. Alle elezioni presidenziali, dopo la morte di Raisi, l’astensione aveva superato il 50% degli aventi diritto, nonostante le pressioni per portare la gente a votare. Ma il sistema clericale è più resiliente e articolato di quello di una dittatura. Di fatto, attaccare l’Iran dall’esterno ne rafforza il regime.

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