Interventi

Intervento alla prima lezione della seconda edizione della “Scuola politica femminista Bianca Pomeranzi“, dedicata al rapporto tra femminismi e guerra, tenutasi il 10.01.2026.

Confesso la difficoltà a parlare di guerra nella situazione attuale, segnata da un succedersi di eventi imprevisti, esposta al rischio di esiti tragici, un rischio forte perché le decisioni sono nelle mani di pochi maschi dispotici. Ripeto, maschi, perché le donne ai vertici di potere hanno al più un ruolo di comprimarie. E sulle decisioni dei maschi incidenti in modo incontrollabile “la crisi terminale del patriarcato”, di cui parla Ida Dominijanni in Fratelli di sangue il testo indicato in bibliografia.

Difficile, ma necessario ragionare insieme di guerra, pensare a una politica per una pace durevole, non solo un intervallo tra una guerra e un’altra.

La prima esigenza è di sottrarsi alla posizione di spettatrici/spettatori che viviamo perché la guerra entra ogni giorno nelle nostre case. Le immagini quotidiane di guerra producono una sorta di consumismo, la distanza fisica sterilizza le reazioni, genera una sorta di assuefazione e passività. Rossella Prezzo ne offre una efficace analisi in Le guerre che ho (solo) visto.

Questa condizione passiva ci abitua a considerare normale il ricorso alle armi, alla violenza. Ad accettare “la riduzione della politica a guerra” di cui parlava Pietro Ingrao già negli anni Novanta. Una riduzione che opera anche nella politica interna, basti pensare alla concezione della “sicurezza”, alle politiche contro i/le migranti.

La fine dell’ordine mondiale basato sulla divisione in due blocchi è stata contrassegnata dal succedersi di guerre in diverse aree del mondo. Guerre intraprese dagli USA, dalla NATO, dalla Russia: dalla “guerra preventiva” in Iraq, alla guerra in Afghanistan per “salvare le donne dai talebani”, alla “guerra umanitaria” nella ex Jugoslavia, si è fatto ricorso alle concetto medievale di “guerra giusta” per legittimare il ricorso alle armi.

Di fatto la volontà di potenza, la pretesa di dominare nelle relazioni internazionali ha fatto ricorso alle armi per un deficit di autorità, ovvero di capacità di governo, esercitando egemonia.

Il richiamo ai valori per legittimare la “guerra giusta” è parte dell’ideologia imperiale, di chi si arroga il diritto di ristabilire l’ordine, difendere le vittime punire i nemici della libertà e della democrazia.

Non è vero che la guerra è tornata in Europa con l’aggressione della Russia all’Ucraina. Dobbiamo essere consapevoli noi europee/i che siamo state/i coinvolte/i in vario modo nelle guerre di questo trentennio.

Cosa comporta questa consapevolezza? Significa accettare la scelta del Riarmo dell’Europa. Quella dell’invio di armi, o di truppe, in Ucraina? È questo il solo modo di esercitare solidarietà verso un popolo aggredito? O di difendere libertà e democrazia?

O, al contrario, significa rendere operante il ripudio della guerra, scritto in Costituzione e nella Carta dell’ONU? Quel ripudio impone la realizzazione di una differente politica, in modo da sottrarre i conflitti, inevitabili, alla distruttività della guerra.

Il ricorso alle armi non è la sola risposta possibile all’aggressione in atto, o minacciata. Vi è la solidarietà attiva dell’interposizione pacificazione di truppe ONU – come è avvenuto in Libano – o di corpi civili, come auspicato da Simone Weil. Vi è il ricorso alla politica diplomatica delle istituzioni internazionali, non dando per scontato la perdita di autorità e di funzione. Vi è la costruzione di un movimento per la pace mondiale, in grado di esercitare egemonia e di condizionare i poteri politici.

La prima essenziale condizione è di spezzare l’equivalenza potere-forza-violenza, di mettere fine alla logica amico-nemico che ha nella virilità, intesa come supremazia del sesso maschile. L’indipendenza dell’individuo, il soggetto della libertà e della sovranità politica, è il potente nucleo immaginario dei populismi e dei sovranità, che danno corpo alla costruzione del nemico e alimentano l’odio e l’aggressività, che creano consenso alla guerra.

Il riconoscimento delle differenze deve essere posto a fondamento di una politica che faccia dell’interdipendenza e della convivenza tra una pluralità di soggetti la costruzione della pace come stabile e durevole condizione dei rapporti internazionali.

Differenza, relazioni, vulnerabilità dei corpi sono il nucleo fecondo della politica femminista che ha agito il conflitto con il dominio maschile e aperto la crisi del patriarcato, in modi diversi nelle diverse aree del mondo. Dobbiamo rendere più forti ed espliciti i nessi tra fine del patriarcato e “mettere la guerra fuori dalla storia”. Dando concretezza all’indicazione fornita da Carla Lonzi: “noi individuiamo una soluzione alla guerra ben più realistica nella rottura del patriarcato” (Sputiamo su Hegel).

Questa differente politica comincia a essere condivisa da alcuni uomini. Mentre preparavo questo intervento ho letto su Euronomade un articolo di Sandro Mezzadra che lo argomenta in modo efficace: “Lottare contro la guerra non è altro dal lottare contro il patriarcato o per la giustizia sociale. […] Deve attraversare tutte queste lotte, deve vivere in una mobilitazione di quartiere o contro l’autoritarismo dei governi nazionali. Creare queste connessioni richiede l’invenzione di nuovi linguaggi e di nuovi spazi di azione politica”.

2 commenti a “Il ripudio femminista della guerra”

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