Abbiamo atteso Harry per giorni, abbiamo cominciato a prepararci dal fine settimana del 17/18 gennaio, abbiamo subito i primi danni (pontili crollati, alberi caduti) già da lunedì, ma poi tutto si è consumato a partire dalla tarda serata di martedì quando le onde hanno superato i 7 metri di altezza e tonnellate e tonnellate di sabbia e ghiaia hanno invaso le condutture di evacuazione delle acque piovane con l’effetto disastroso di ampie aree coperte dall’acqua del mare, senza la possibilità che la stessa potesse essere rimossa.
Mercoledì mattina, intorno alle dieci, sono arrivato sul lungomare della mia città. Aveva appena smesso di piovere ma il mare continuava a imperversare e a riversarsi sulla strada. Davanti a me uno spettacolo di devastazione mai vista prima, quasi fosse il set di un film distopico: cumuli di sabbia dappertutto, intere aree allagate, negozi sventrati, pezzi di panchine dall’altro lato della strada, ringhiere piegate dalla furia del vento e dalla forza del mare. Sabato sera ero ancora sul lungomare, questa volta per recarmi a cenare in uno di quei locali, appena riaperto, devastati dal ciclone, e intorno a me lo scenario era già completamente diverso. Solo qualche transenna mi ricordava che non eravamo ancora pienamente ritornati nella normalità. Il “miracolo” a cui assistevo – tutto pulito, tutto in ordine, quasi tutto riaperto – è stato reso possibile da una azione amministrativa decisa, dalla sinergia con molti attori (forze dell’ordine, vigili del fuoco, protezione civile regionale) e dalla poderosa spinta di centinaia di volontarie e di volontari che si sono riversati nelle strade per spalare il fango e per collaborare al ripristino dello stato dei luoghi.
In realtà il ritorno completo alla situazione precedente al passaggio del ciclone Harry richiederà molto tempo e risorse ben superiori a quelle che rientrano nella disponibilità di un’amministrazione comunale o a quel primo pacchetto di aiuti (appena 100 milioni; più una graziosa elemosina che una significativa anticipazione) che il Governo ha predisposto per le regioni colpite. Ma intanto, è possibile tracciare un primo bilancio, emotivo e politico, di quei giorni.
La prevenzione, per una volta, ha funzionato. Le informazioni che i sindaci calabresi hanno ricevuto sono state puntuali e precise. Le ordinanze di chiusura di strade, scuole, parchi sono state efficaci, le scelte coraggiose, come quella di sospendere la raccolta differenziata e il lavoro dei rider, hanno dato i loro frutti, le raccomandazioni continue e dettagliate sono state seguite dalla cittadinanza, l’abbassamento del livello dell’arenile ha temperato gli effetti della mareggiata. Ciò nonostante i danni sono stati ingenti e solo la fortunata (si fa per dire) circostanza che il ciclone abbia raggiunto il picco di notte ha evitato che ci fossero vittime: se la mareggiata o la tempesta di vento che ha causato il crollo di molti alberi si fossero verificate di giorno il bilancio sarebbe stato certamente diverso.
Nei tre anni e mezzo del mio mandato avevo dovuto fronteggiare già due alluvioni, mentre continuo a fare i conti con gli effetti delle frane e degli incendi che negli anni precedenti hanno desertificato quartieri e parchi. Gli eventi eccezionali sono ormai diventati la normalità e i finanziamenti a disposizione sono insufficienti e spesso casuali. È assolutamente impossibile affrontare l’eccezionalità con le (risicate) risorse ordinarie dei bilanci comunali, e quel che è totalmente mancato nel dibattito pubblico di questi giorni è proprio il tema del cambiamento climatico e dei suoi effetti. La Calabria, di per sé fragile e resa ancor più fragile da decenni di incuria, abusivismo e sfruttamento del suolo, non è oggi minimamente in grado di resistere al progressivo intensificarsi di eventi eccezionali. Ferma restando la palese irragionevolezza della decisione governativa di fare del Ponte sullo Stretto il catalizzatore quasi esclusivo delle politiche di sviluppo che riguardano la Calabria, se pure in questa occasione si voglia sfuggire alla polarizzazione del dibattito sull’alternativa del ponte/si ponte/no, resta comunque assolutamente evidente che la priorità di questa regione è la messa in sicurezza del territorio e che questa priorità dovrebbe orientare tanto l’allocazione delle risorse quanto le politiche ambientali del Governo.
Anche la risposta delle istituzioni, per una volta, ha funzionato. Ma questo è stato possibile anche perché abbiamo agito con procedure eccezionali e senza vincoli di bilancio. So bene che le forme, i controlli, le gare e tutte le procedure di evidenza pubblica rappresentano un prezzo indispensabile per garantire la trasparenza e l’imparzialità della pubblica amministrazione, ma so altrettanto bene che di burocrazia soffochiamo, che l’inefficacia dell’azione amministrativa – lenta, macchinosa, incomprensibile – ha un costo sociale e politico elevatissimo. È una questione di norme ma è anche una questione di risorse, finanziarie ed umane. I finanziamenti PNRR che sono piovuti sui Comuni non sono stati accompagnati da un rafforzamento della macchina amministrativa – delle trenta unità di personale richieste il mio comune se ne è viste assegnare nove, e a oggi ne è arrivata appena una – mentre con scelta incomprensibile il Governo Meloni disponeva tagli ai bilanci comunali in proporzione ai finanziamenti conseguiti. Quel che ne consegue è che i sindaci amministrano finanziamenti ingenti districandosi tra pareri e vincoli di ogni tipo, senza tecnici né stazioni appaltanti adeguate per numero e qualità, e con il rischio di non rispettare le scadenze imposte, quasi dovendosi augurare che qualche altra calamità consenta loro di procedere in maniera spedita.
Infine, ma non per importanza, la risposta della comunità, e dei/delle giovani in particolare, è stata commovente e straordinariamente efficace. Anche qui si potrebbe, e forse si dovrebbe, intavolare un ragionamento sulla distanza tra il mondo dei social e la vita reale, sul trionfo apparente dell’individualismo e l’irrefrenabile desiderio di raggrumarsi intorno ai valori della solidarietà e della partecipazione attiva. Ma la cifra più ricorrente tra chi prestava la propria opera volontaria è stata la voglia di dimostrare che Catanzaro era in grado di rialzarsi da sola: senza aspettare né invocare aiuti da uno Stato percepito come lontano o forse addirittura ostile. L’orgoglio di un Sud che si rimbocca le maniche e fa da sé potrebbe essere il portato virtuoso e imprevisto di decenni di retorica antimeridionale leghista. Nei giorni successivi al ciclone ho visto spalare il fango e seppellire una cultura assistenzialista che per tanto tempo ha serpeggiato anche nei settori più illuminati della mia terra.
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