Articolo pubblicato su “Pandora” il 29.01.2026: https://www.pandorarivista.it/articoli/la-groenlandia-dentro-e-oltre-la-crisi-dell-ordine-internazionale-intervista-a-paolo-borioni/
Per capire i contorni dell’attuale crisi è utile ricostruirne lo sfondo storico. Quali fasi principali possiamo richiamare nella storia della Groenlandia per comprendere come si sia arrivati sino all’acquisizione del suo attuale status giuridico? In che misura l’attuale contesto internazionale è in grado di influenzare il rapporto della Groenlandia con la Corona danese?
La storia della Groenlandia riflette una certa stratificazione culturale, risultato di migrazioni avvenute in periodi e contesti diversi. La popolazione Inuit – che è anche la più numerosa – deriva da quelle migrazioni asiatiche collegate alle origini delle popolazioni amerindie, mentre le prime tracce europee risalgono alle conquiste norrene – meglio note come vichinghe – provenienti dalla Norvegia. Secondo le saghe, l’isola ricevette il suo nome attuale grazie a una di queste migrazioni, con l’arrivo intorno al X secolo sulle coste groenlandesi di Erik il Rosso, celebre condottiero norreno. Il termine “Groenlandia” (“terra verde”) fu ideato per incoraggiare l’insediamento di europei sull’isola. La Groenlandia entrò nell’orbita danese solo successivamente, come conseguenza della nascita della monarchia composita Danimarca-Norvegia governata da Copenaghen. In seguito a un periodo di relativo abbandono, agli inizi del XVIII secolo la presenza europea si riattivò principalmente attraverso missioni di evangelizzazione delle popolazioni Inuit, segnando l’inizio di un effettivo esercizio della sovranità danese. Uno dei principali legami tra la popolazione Inuit e la Danimarca è infatti di natura religiosa: tutt’oggi gli abitanti della Groenlandia rimangono molto più devoti rispetto ai danesi, riflettendo una minore secolarizzazione rispetto al contesto europeo. La “terra di missione” divenne poi una colonia pienamente subordinata alla madrepatria, ospitando compagnie private di sfruttamento coloniale che, con l’intensificarsi dei rapporti commerciali, passarono sotto il controllo regio, mantenendo questo status fino alla metà del XX secolo. Le trasformazioni costituzionali della Corona danese in questo periodo coinvolsero anche le sue colonie, tra cui la Groenlandia e le Isole Færøer, trasformate in province del Regno di Danimarca. Sul piano politico, questo assorbimento ebbe l’effetto immediato di garantire la presenza all’interno del Parlamento danese di due deputati per ciascuna provincia. Tale disposizione assume particolare importanza se si considera che i Paesi nordici hanno spesso governi di minoranza: l’appoggio dei cosiddetti deputati nordatlantici, faroesi e groenlandesi, può pertanto determinarne la sopravvivenza. Nel 1979 la Groenlandia ottenne un’autonomia più estesa, confermata da un referendum popolare riservato agli Inuit. Nello stesso periodo, un altro referendum sancì l’esclusione dell’isola dall’Unione Europea. L’approvazione di questi provvedimenti fu essenziale per la peculiare forma di autogoverno attuale, in cui il governo di Nuuk gestisce quasi tutte le materie interne, mentre la politica estera rimane sotto il controllo di Copenaghen. In questo contesto, si parla di una “comunità di Stato”, distinta dall’idea di Commonwealth britannico (impropriamente utilizzata nei media), dove i membri sono Stati pienamente autonomi. Poiché la politica estera rimane danese, anche il seggio della Groenlandia nel Consiglio Artico è ufficialmente occupato dalla Danimarca. A mio avviso, questo rappresenta al contempo una sfida e un’opportunità per l’isola. Infatti, la prospettiva di una futura indipendenza potrebbe prevedere una fase intermedia in cui i groenlandesi assumono un ruolo diretto nel Consiglio Artico, accanto ad altri Stati come Russia, Stati Uniti (Alaska), Norvegia, Canada, Islanda, Finlandia e Svezia (assieme alle organizzazioni rappresentative delle popolazioni autoctone). L’accordo formalizzato nel 2009 non solo sancisce l’autogoverno, ma stabilisce anche le procedure per conseguire una piena autonomia. Le recenti dichiarazioni del primo ministro Jens-Frederik Nielsen, nel contesto della complessa crisi internazionale degli ultimi anni, evidenziano la maggiore sicurezza della Groenlandia nel rimanere in una condizione di semi-indipendenza, favorita dalle garanzie di un percorso concordato con la Danimarca e finora efficace. Tale posizione rafforza, inoltre, la capacità negoziale dell’isola nei confronti degli Stati Uniti.
Quali nodi critici emergono dal processo di colonizzazione del popolo groenlandese?
Nel corso del Novecento, alcuni provvedimenti adottati dalle autorità danesi hanno avuto un forte impatto emotivo e simbolico sulla società groenlandese, contribuendo a rafforzare le istanze favorevoli alla piena indipendenza. Tra questi, uno degli episodi più rilevanti fu la sterilizzazione forzata – e soprattutto inconsapevole – di numerose donne Inuit, anche molto giovani, mediante l’utilizzo di contraccettivi intrauterini, con l’obiettivo di limitarne la capacità riproduttiva. A ciò si affiancò la privazione della patria potestà nei confronti di alcune famiglie giudicate problematiche dalle autorità danesi. In entrambi i casi, tali interventi si inserivano in una concezione del welfare profondamente segnata da retaggi coloniali. Pratiche analoghe furono infatti promosse anche in altre aree del Sud globale, dove persino i modelli di welfare più avanzati si sono confrontati con politiche di controllo demografico, volte a contenere la pressione su sistemi di prevenzione già fragili. L’aspetto più problematico di queste misure risiedeva nei criteri adottati per valutare l’idoneità dei contesti familiari, fondati su parametri del tutto estranei alle culture locali. Un’altra questione che ha alimentato un intenso dibattito riguarda lo sfruttamento della criolite, una delle principali risorse minerarie estratte in Groenlandia. Questo minerale, impiegato nei processi di lavorazione dell’alluminio, avrebbe generato nel corso del tempo profitti stimati tra i 400 e i 500 miliardi di corone. L’attività estrattiva si esaurì però improvvisamente, diventando nel giro di pochi anni obsoleta. L’economista danese Torben M. Andersen ha sottolineato come tali giacimenti abbiano prodotto ingenti benefici economici per lo Stato danese e per la società mineraria coinvolta, alimentando critiche sull’eredità del rapporto tra Danimarca e Groenlandia. Sebbene questi eventi continuino ad animare il dibattito pubblico groenlandese e, in alcuni casi, abbiano assunto la forma di veri e propri traumi collettivi – come nel caso della sterilizzazione delle donne Inuit – sollevando interrogativi di natura etica, filosofica e antropologica, essi non sono stati sufficienti a rendere maggioritarie le posizioni più immediatamente e radicalmente indipendentiste. Ciò è dovuto, almeno in parte, alla percezione diffusa di un modello di colonialismo che, pur non essendo privo di pratiche discriminatorie e di episodi problematici, viene ancora considerato comparativamente meno oppressivo e per alcuni aspetti positivo da una parte significativa della popolazione groenlandese.
Nel dettaglio, quali forze compongono l’attuale quadro politico groenlandese e quali posizioni proiettano sul piano del conseguimento dell’indipendenza?
Il quadro parlamentare groenlandese comprende il partito Siumut, di orientamento socialdemocratico, il partito Inuit Ataqatigiit (IA), più a sinistra e dichiaratamente socialista-indipendentista e il nuovo partito Demokraatit, di orientamento liberal-democratico, che ha portato alla nomina dell’attuale primo ministro Jens‑Frederik Nielsen. Questi partiti, insieme a forze minori, raggiungono circa il 75% dei consensi all’Inatsisartut, il Parlamento di Nuuk. Una forza più indipendentista, il Naaleraq, ha ottenuto circa il 25% dei seggi, includendo componenti favorevoli a sfruttare le pressioni statunitensi per accelerare l’indipendenza e consolidando la polarizzazione politica. Le ultime elezioni legislative groenlandesi, tenutesi nel marzo del 2025, hanno premiato i partiti nazionalisti più favorevoli a mantenere l’attuale accordo con la Danimarca. Queste forze politiche si oppongono sostanzialmente a un’indipendenza che comporti il disfacimento dell’identità costruita sulla base del modello sociopolitico dei Paesi nordici. Per capire a fondo questa posizione, va considerato un contesto storico più ampio. I Paesi nordici, a partire dall’epoca post‑napoleonica e, nel caso della Danimarca, dopo le guerre contro la Prussia per le regioni meridionali dello Jutland, hanno compreso di non poter agire come grandi potenze. Non si trattava solo delle dimensioni o delle risorse, poiché anche Stati piccoli come Belgio o Portogallo si comportarono come potenze coloniali, ma piuttosto di una questione geografica. In quella regione così strategica, le grandi potenze non avrebbero permesso ai nordici di comportarsi come potenze. Questa esperienza ha influenzato anche il rapporto con le colonie: la repressione brutale non si è verificata e le autorità hanno cercato forme di lealtà che, pur non prive di serie criticità, erano diverse rispetto ai modelli coloniali più coercitivi. Questo riflette la cultura politica dei Paesi scandinavi, che hanno sviluppato una concezione di sicurezza e presenza internazionale basata sul non essere grandi potenze e conquistato il consenso popolare attraverso la costruzione di sistemi di welfare avanzati. Paesi come Norvegia e Danimarca – storicamente membri della NATO – e quelli neutrali fino a poco tempo fa, come Svezia e Finlandia, avevano già sperimentato la combinazione di forte presenza statale e consenso popolare tramite politiche di integrazione sociale, anticipando e rendendo più coerente il modello nordico di welfare rispetto ad altri contesti europei.
Allargando lo sguardo anche agli altri Paesi scandinavi, le chiederei quali sono le origini e le direttrici del socialismo nordico e in che modo la Groenlandia si inserisce in questo quadro.
A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, nei Paesi nordici il principio della partecipazione popolare (poi sublimato nella socialdemocrazia) fu veicolato da grandi movimenti popolari che originariamente operavano all’interno della sfera religiosa. Questi movimenti miravano a realizzare uno dei principi chiave del cristianesimo luterano, il cosiddetto “sacerdozio di tutti i credenti”. Pur mai raggiungendo pienamente questo ideale, essi favorirono una partecipazione più attiva dei cittadini alla vita religiosa, promuovendo una forma di democratizzazione della fede. Col tempo, questo modello si estese anche ad altri ambiti della società, includendo movimenti progressivamente meno religiosi e più laici. Fra le due guerre mondiali, il movimento operaio europeo emerse come protagonista. Nei Paesi nordici, dove la pratica della democrazia era già consolidata, l’incontro con questo movimento favorì l’idea di costruire un sistema economico in grado di influenzare il capitalismo, senza ricorrere all’espropriazione o alla statalizzazione dei mezzi di produzione. Tale sistema fu realizzato attraverso strumenti sindacali e forme di welfare occupazionale. Questa organizzazione permise di stabilire alti salari, favorendo una maggiore disponibilità a pagare tasse elevate e rese possibile, fra gli anni Sessanta e Settanta, lo sviluppo pieno del welfare universalistico. A differenza del socialismo sovietico, basato sulla proprietà statale dei mezzi di produzione, il modello nordico si fondava dunque su una lotta di classe democratica: i lavoratori organizzati acquisivano potere contrattuale e capacità di influenzare il capitale, pur senza escludere il profitto. L’idea era che un aumento collettivo del potere dei lavoratori potesse accrescere la competitività del sistema, limitando al contempo dinamiche di sfruttamento della manodopera e stimolando l’innovazione. Negli anni Settanta, il celebre economista svedese Rudolf Meidner propose il cosiddetto “piano Meidner” (o in Danimarca, Democrazia Economica) basato sulla creazione dei fondi dei salariati. Esso prevedeva che una parte degli incrementi salariali fosse destinata all’acquisto di diritti di proprietà aziendale, consentendo ai lavoratori di partecipare anche alla gestione di tali fondi. Pur non avendo del tutto funzionato, l’esperimento di Meidner sottolinea la possibilità di realizzare la socializzazione dei mezzi di produzione e di regolare il capitale, evitando di ricorrere all’espropriazione. In questo tipico esempio di socialismo nordico risiede la differenza fondamentale con il socialismo sovietico sperimentato, perlomeno finché è stato davvero egemonico. Pertanto, il concetto di socialdemocrazia nordica si sviluppa in modo trasversale, coinvolgendo progressivamente diversi ambiti della vita politica ed economica. Parte dalla conquista del diritto di voto, si estende ai diritti sociali, passa per la contrattazione sindacale e arriva infine a comprendere i diritti di proprietà, intrecciando così la partecipazione democratica con la tutela economica dei cittadini. Questa visione si estese anche alla Groenlandia, a partire dagli anni Cinquanta, quando l’isola divenne una provincia danese. Essa persiste tuttora, anche grazie al cosiddetto bloktilskud, il contributo unico annuale versato dalla Danimarca, che ammonta a circa 600 milioni di euro, ridistribuiti su una popolazione di circa 57.000 abitanti. Oggi il modello nordico ha dismesso le mire più ambiziose di riforma economica socialista, e contraddice sé stesso con una propensione export led assolutamente eccessiva e superflua, ma conserva tratti socialdemocratici positivi per qualunque economia, in cui competitività e basso (tendenzialmente nullo) sfruttamento delle classi lavoratrici sono non solo compatibili ma anzi complementari.
Il massivo scioglimento dei ghiacciai artici pone la Groenlandia davanti a un paradosso: più rapida è la sua accelerazione, più concreta diviene la possibilità di sfruttarne le risorse estrattive. Qual è la reale portata del fenomeno? A quali conseguenze esporrebbe dapprima la popolazione Inuit e poi quella mondiale?
Direi che il fenomeno dello scioglimento del permafrost ha una portata notevole, soprattutto se si considera che il cambiamento climatico procede in queste zone a un ritmo più rapido rispetto ad altre regioni del pianeta. Si instaura un vero e proprio circolo vizioso: man mano che i ghiacci si ritirano, la loro superficie bianca riflette meno radiazione solare, aumentando l’assorbimento di calore e accelerando ulteriormente lo scioglimento. In futuro, questo processo potrebbe favorire lo sfruttamento minerario delle risorse del sottosuolo, che tuttavia resta limitato dall’assenza di infrastrutture adeguate. Un aumento dell’attività estrattiva ridurrebbe anche le possibilità di praticare caccia e pesca per la popolazione Inuit, attività che assicurano il sostentamento della comunità e rappresentano sempre più spesso un’importante fonte di esportazione verso grandi potenze industriali come Cina e India, in modo analogo a quanto avvenne durante la Rivoluzione industriale. All’epoca, l’Inghilterra si industrializzò, abbandonando in parte l’agricoltura e importando cospicuamente prodotti alimentari dalla Danimarca. Oggi, una dinamica simile riguarda le risorse ittiche della Groenlandia destinate, per esempio, alla Cina. Questa è esattamente una delle principali preoccupazioni degli Stati Uniti, poiché vi è il timore di una presenza crescente di russi e cinesi nell’Artico. Secondo gli esperti danesi, tali presenze sono in realtà limitate, ma permane la preoccupazione che relazioni economiche intense con queste grandi potenze possano avere ripercussioni sull’autonomia della Groenlandia e, a lungo termine, sull’indipendenza effettiva della popolazione Inuit. La questione non riguarda soltanto la gestione delle risorse naturali, ma anche la capacità della comunità locale di mantenere il controllo sulle proprie decisioni politiche ed economiche in un contesto sempre più strategico e globalizzato. È interessante osservare come queste dinamiche si riflettano anche sul panorama politico interno: già alle penultime elezioni, il partito di sinistra IA ha superato il socialdemocratico Siumut, principalmente perché più radicale nel rifiutare progetti ambientalmente nocivi di sfruttamento delle terre rare, posizione pienamente in linea con le istanze della popolazione. IA, pur riconoscendo il potenziale economico di tali progetti come direttrice di sviluppo, temeva possibili ripercussioni sull’identità culturale della Groenlandia, cercando di bilanciare i possibili incentivi allo sviluppo economico e la tutela della comunità locale. Vi è poi un ulteriore scenario da considerare. Secondo alcuni esperti, il riscaldamento climatico potrebbe, attraverso una serie di modificazioni nei flussi oceanici, rallentare l’apporto di calore della corrente del Golfo nel Mare del Nord e nell’Artico. Ciò potrebbe determinare, paradossalmente, un abbassamento delle temperature in queste regioni anziché un aumento. Si tratta di un’ipotesi inquietante e interessante, ma che richiede ulteriori verifiche scientifiche.
Momenti di notevole dissesto dell’ordine politico-sociale, come quello che stiamo attraversando, offrono la possibilità di ripensare le necessità e le sfide dell’uomo in un rapporto di reciproco scambio con la natura. A questo proposito, che tipo di soluzione propongono le prospettive del socialismo scandinavo rispetto alla sfida di tutela dell’ambiente?
L’idea alla base di quanto sostengono alcuni esperti (per esempio il centro studi svedese Katalys) è ciò che viene chiamato il Klimatkeynesianism (“keynesismo del clima”). Secondo questa visione, occorrerebbero investimenti massicci, ad esempio sul trasporto collettivo, per facilitare la transizione verso una società orientata maggiormente al consumo collettivo. Restando all’esempio dei trasporti, velocizzare e rendere più accessibile il trasporto ferroviario comporterebbe una riconversione dell’industria automobilistica e dell’industria pesante europea, come quella svedese, con un impatto significativo sulla riduzione delle emissioni nocive. Questo approccio critica l’idea che si possa arrivare ad un’economia più verde affidandosi esclusivamente agli incentivi di mercato, che da soli hanno prodotto risultati limitati. La sfida, secondo loro, non è “punire” i comportamenti individuali, ma costruire un modello di sviluppo alternativo e radicalmente diverso, che contempli anche la sostituzione tecnologica e la riduzione delle disuguaglianze. Penalizzare il consumo di carburante senza fornire alternative rischia infatti di isolare le periferie, accentuando le disparità sociali e rendendo impopolari le politiche ambientali. Occorre quindi una convergenza di politiche sociali, programmazione degli investimenti infrastrutturali e integrazione delle periferie, in un quadro in cui lo sfruttamento delle risorse naturali venga pianificato tenendo conto delle infrastrutture necessarie. Alcune ipotesi di sfruttamento della Groenlandia si basano proprio sulla previsione del riscaldamento climatico: un clima più mite renderebbe l’isola adatta ad ospitare nuove attività economiche, nuovi residenti o addirittura la presenza di élite tecnologiche, aprendo sulla compravendita di queste terre scenari speculativi e finanziari di lungo periodo. Questa visione può spiegare, in parte, l’interesse strategico e finanziario manifestato da Trump e da altri soggetti statunitensi, con la prospettiva di investire in territori che tra alcuni decenni potrebbero diventare molto più ospitali. Da questo punto di vista, la differenza tra il modello nordico e quello americano è particolarmente marcata. Nei Paesi nordici, vi è un finanziamento pubblico consistente, una limitazione dell’ingresso del capitale in settori chiave e un sistema di welfare universale che (nonostante cedimenti notevoli specie in Svezia) rispetto agli Stati Uniti delimita le aree di intervento privato, come sanità, istruzione e servizi. Inoltre, la socialdemocrazia prevede ancora forme di finanziamento dei sindacati, che rafforzano il potere collettivo. Negli Stati Uniti, invece, il modello rappresentato da Trump mostra un’economia in cui il capitale ha un peso predominante e un sistema politico in sostanza plutocratico (il finanziamento alla politica da alcune sentenze è stato parificato alla libertà di espressione) si intreccia con interessi economici privati, accentuando le disuguaglianze e sacrificando, di fatto, la libertà di espressione a vantaggio della libertà di finanziamento.
*Paolo Borioni è professore associato abilitato ordinario presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (CORIS) de “La Sapienza” Università di Roma, Phd all’università di Copenaghen e già ricercatore presso il Center for Nordic Studies dell’Università di Helsinki.
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