Femminismo, Internazionale, Politica, Temi, Interventi

Si chiamano Sarah Ransome. Maria Farmer, Virginia Giuffre, Jennifer Araoz, Jena-Lisa Jones, Michelle Licata, Anouska de Georgiu, Johanna Sjoberg, Courtney Wild. Sono alcune delle donne che hanno denunciato di essere state sequestrate, molestate, violentate, torturate, ricattate e scambiate con altri uomini da Jeffrey Epstein e dalla sua cricca di servi e serve diretta da Ghislaine Maxwell. Alcune hanno preferito assumere uno pseudonimo seriale – Jane Doe 1, 2, 3… – come seriale è stato il trattamento a cui sono state sottoposte. A tutte è toccato e tocca tuttora di passare per il calvario secondario di non essere credute, di essere vilipese come inattendibili dagli avvocati dei potenti, di essere umiliate una seconda volta dalla vergognosa sentenza di patteggiamento di Epstein nel 2008, di essere traguardate come fossero inesistenti come ha fatto ieri la ministra della Giustizia trumpiana Pam Bondi nell’audizione al Congresso americano. Tutte sono state aiutate da altre donne, le giornaliste che hanno ritirato fuori il caso quando ormai sembrava sepolto e l’hanno fatto al momento giusto, cioè quando negli USA infuriava il #metoo.

È a queste donne, alla loro coraggiosa e rischiosissima presa di parola, che dobbiamo la scoperta di quel girone infernale che era ed è il sistema di potere messo in piedi da Epstein. Come si deve alla parola di altre donne la scoperta del sistema Weinstein e di tutti i suoi gemelli sparsi per il mondo. Come si deve alla parola di altre il sistema delle “cene eleganti” di Silvio Berlusconi in Italia. Sono intrighi diversi? Sì e no: ci torno fra poco. Ma intanto hanno questo in comune, che è la parola delle vittime ad averli portati allo scoperto e fatti saltare.

Bisognerebbe dunque imporre di recitare come una giaculatoria prima i loro nomi, e solo dopo quello di Epstein, del principe Andrea, di Donald Trump e di Jared Kushner, di Ehud Barak, di Larry Summers, di Bill Clinton, di Elon Musk e di Peter Thiel, del tale agente segreto russo e dalla talaltra spia del Mossad, di Chomsky che c’è cascato perché il buon Jeffrey sembrava un amabile filantropo e di non so chi altro. Prima i nomi delle donne: e non, o non solo, per compassione verso le vittime, ma per ammirazione e deferenza verso chi ha rischiato tutto, anche la vita propria e della propria famiglia, per ribellarsi. E perché dovrà pure venire il momento in cui una storia ormai miserrima di riproduzione del dominio maschile verrà raccontata come una storia luminosa di liberazione delle sue sabotatrici.

Ma il potere, si sa, ha molte astuzie. La più astuta di tutte, e figuriamoci nel tempo in cui il potere è soprattutto potere mediatico, consiste nel far credere che tutta la realtà si risolva nella sua realtà, e che tutta la verità si risolva nella sua verità. È un’astuzia abbagliante. Ed eccoci tutti a scrutare dentro quei tre milioni e passa di file a cercare quello che già sappiamo, e magari, come ha già notato Carlotta Cossutta sul manifesto, “a trovare conferma ciascuno delle proprie certezze, siano esse il potere del Mossad [o, aggiungo io, dello spionaggio russo] o quello delle élite capitaliste”. Ecco soprattutto la solita sequela di tromboni – non c’è altro termine – di destra e di sinistra pontificare che il punto non è lo scandalo “privato” dei comportamenti sessuali, ma quello “pubblico” di una certa forma reticolare del potere globale. Ignorando il coro unanime di donne, e finalmente anche di un buon numero di uomini, che ogni giorno e da ogni latitudine ricorda che fra privato e pubblico in questo caso come nei suoi precedenti non c’è separazione ma scorrimento, e che in questo caso più che nei suoi precedenti dominio di razza, di classe e di sesso sono inestricabilmente intrecciati.

Dico di più: nel caso Epstein, come in piccolo nei casi Berlusconi e Weinstein, è il dispositivo sessuale a fare luce sul dispositivo di potere complessivo. Con un salto enorme di scala, certo: le cene di Arcore stanno all’“isola delle orge” di Epstein come la Fiat Cinquecento sta alla Tesla – ma l’Italia, si sa, ha una sua genialità nel fornire prototipi che prima o poi il mondo ci copia. Lì non c’era costrizione esplicita, non c’erano sequestri, non c’erano torture, non c’era pedofilia generalizzata, non c’erano, o meglio era controverso che ci fossero, comportamenti penalmente perseguibili. Ma c’era in nuce l’essenziale, cioè lo scambio sistematico fra sesso, soldi e potere, l’uso del corpo femminile non solo come merce ma come moneta, come criptovaluta da capitalismo delle relazioni, come future incrementale di status e bollino di appartenenza a una cerchia ristretta che si sente e vive indisturbata, al di sopra della legge, di ogni legge, da quella giuridica a quella morale. Non a caso ritorna in auge oggi il riferimento a due film, Salò di Pasolini e Eyes Whide Shut di Kubrick, che molto circolarono nel dibattito pubblico italiano già negli anni del Berlusconi-gate.

È il dispositivo del godimento, come lo chiama la psicoanalisi, che non da oggi fa girare la macchina del potere contemporaneo. Dove godimento non è sinonimo di piacere bensì di una sfida continua ad andare al di là principio del piacere, trasgredendo ogni limite imposto dalla legge, giuridica o morale che sia, fino ad attraversare il confine sottile che separa la vita dalla morte. Infatti nel corso del tempo abbiamo visto questo dispositivo adattarsi alle diverse stagioni dell’ormai lunga età neoliberale, dal godimento della produzione, della performance e del consumo al godimento sadico e suprematista che oggi domina nel regime della guerra globale e dell’onnipotenza tecnologica. Il sistema-Epstein, a sua volta in funzione da più di trent’anni, ne è una sintesi suprema e ripugnante.

Sintesi, si dice da più parti, di capitalismo, suprematismo razziale e patriarcato. Sono e non sono d’accordo. Il patriarcato era un ordine, l’ordine della legge del padre. La legge del padre assegnava i posti, in alto gli uomini in basso le donne; disciplinava i ruoli e reprimeva le pulsioni in eccesso. Qui non vige nessuna legge se non l’imperativo del godimento, e le pulsioni in eccesso diventano la norma. Siamo in un post, o se preferite in un oltre-patriarcato. Delirio di onnipotenza di una casta di fratrie maschili che pretendono di manovrare i destini del mondo. Ma che per farlo hanno un bisogno disperato di farsi massaggiare i piedi da una adolescente (era questo il biglietto d’ingresso delle “invitate” nell’isola o nei piani alti di Londra e di Manhattan), tanto per dimostrare a sé stessi e agli altri di poter ritrovare la supremazia perduta sulle donne: con ogni mezzo, fino a ucciderle (non funzionano così del resto anche i femminicidi dietro l’angolo di casa nostra?). Broligarchy, ovvero brothers’ oligarchy, oligarchia fratriarcale, chiama questa casta un neologismo della sempre duttile e creativa lingua inglese.

Bisogna fermarla, quali che siano le ulteriori informazioni per ora “redacted” o segretate che usciranno ancora da quei sei milioni di file. Quelle che sono già uscite bastano già a far tremare parecchi vertici. A Londra dove per la prima volta nella storia vacillano insieme Corona e Governo; a Washington dove Trump non si sente tanto bene e intanto si dimette Kathy Ruemmler, avvocata di Goldman Sachs nonché ex consigliera della Casa bianca ai tempi di Obama; a Dubai dove cade Ahmed bin Sulayem, presidente di DP World; in Massachusetts, dove (finalmente) esce dal rettorato di Harvard l’ex ministro del Tesoro Larry Summers. L’opera delle sabotatrici comincia a dare i suoi frutti. I quali dipenderanno molto anche dalla direzione che il rilascio dell’intero archivio via via prenderà: se la “trasparenza” tanto invocata servirà davvero a fare luce o, viceversa, ad aumentare ulteriormente l’opacità di un potere dannato.

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