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Quando, il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno bombardato Caracas, il cuore pulsante dell’America Latina per un attimo si è fermato.

Il cosiddetto Sud Globale ha seguito la cattura e l’arresto del Presidente venezuelano Nicolás Maduro con gli occhi sgranati e le viscere contorte dalla paura e dalla rabbia. Il 3 gennaio le regole internazionali si sono rotte. L’operazione Absolute resolve, risolutezza assoluta, messa in atto dall’esercito statunitense per rovesciare il Governo venezuelano, è stata un attacco di natura illegale, perché ha violato l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità, la sovranità o l’indipendenza di tutte le nazioni. L’aggressivo bombardamento nella capitale del Venezuela ha causato la morte di almeno 80 persone, tra civili e militari cubani e venezuelani. Sarebbero, infatti, 24 i soldati della Forza Armata Nacionale Bolivariana (FANB), e 32 gli agenti cubani in servizio per il Governo venezuelano uccisi durante il raid. Per quanto riguarda Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, entrambi sono stati arrestati durante un blitz notturno nella loro abitazione e attualmente si trovano in arresto presso il Metropolitan Detention Center di Brooklyn a New York, in attesa delle udienze del processo. Le accuse sono: narco-terrosismo, cospirazione per traffico di droga e detenzione illegale di armi. Secondo il Dipartimento del Tesoro USA, il Venezuela sarebbe un narcostato e Maduro il capo dell’organizzazione terroristica Cártel de los Soles. La prossima udienza è fissata per il 17 marzo 2026.

Dal 3 gennaio l’opinione pubblica si è drasticamente polarizzata tra chi sostiene l’intervento USA come necessario per liberare il Venezuela dal regime e chi grida all’imperialismo chiedendo l’immediato rientro di Maduro a Villa Miraflores. Dalla parte dei sostenitori di Trump ci sono, anche, i migliaia di migranti venezuelani che hanno riempito le piazze di Santiago del Cile, Madrid, Lima e Washington, sventolando la bandiera nazionale e piangendo di commozione all’idea di tornare a casa. Il regime di Maduro è in piedi dal 2013. Dopo la morte di Hugo Chávez, leader del socialismo bolivariano e Capo di Stato dal 1999, il suo posto venne preso da Nicolás Maduro, allora suo delfino politico. Questi assunse la presidenza, proseguendo il progetto socialista, ma con una linea più dura dovuta alla sospensione dei dissensi, alla centralizzazione del potere politico e al controllo economico e giuridico. I risultati delle ultime elezioni, tenutesi nel luglio del 2024, hanno visto Nicolás Maduro, ancora una volta, vincitore con circa il 51,9% dei consensi, secondo il Consiglio Elettorale Nazionale (CNE). Tuttavia, questa terza riaffermazione politica ha generato forti dubbi sulla trasparenza e sulla libertà del processo elettorale. La comunità internazionale, tra cui gli Stati Uniti e molti stati dell’Unione europea, compresa l’Italia, non riconosce come legittima la sua presidenza e ha più volte condannato la repressione in atto nel paese, accusando Maduro di commettere violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità.

Oggi il Venezuela vive la più grande diaspora della storia del continente, con 8 milioni di esuli e quasi l’80% della popolazione in povertà e povertà estrema. Secondo l’ong venezuelana Foro Penal, dal 2014 a oggi più di 18 mila persone sono state incarcerate per motivi politici.

Dopo la cattura di Maduro il Governo della Repubblica Bolivariana è passato nelle mani della Presidente ad interim Delcy Rodríguez. Figlia di un guerrigliero marxista degli anni ‘60, sta aprendo il paese al dialogo, alla diplomazia e alla coordinazione con gli Stati Uniti. Dallo scorso gennaio 488 prigionieri politici sarebbero stati liberati, ancora secondo l’ong Foro Penal. Tra questi anche diversi prigionieri stranieri, tra cui il cooperante italiano Alberto Trentini, arrestato a novembre 2024 senza nessun capo di accusa e liberato un anno e tre mesi dopo la cattura. Tuttavia, secondo varie fonti, tra cui nuovamente Foro Penal e l’Istituto Casla, lo Stato non avrebbe ancora rilasciato una lista ufficiale né delle persone ancora detenute né di quelle effettivamente liberate.

Un altro aspetto rilevante è l’apertura del mercato petrolifero. Secondo la CNN, infatti, l’Assemblea nazionale avrebbe approvato una riforma sugli idrocarburi, permettendo gli investimenti stranieri e sollevando la statale PDVSA dal ruolo di unico ed esclusivo leader del petrolio, simbolo dell’era della nazionalizzazione energetica chavista, ormai in declino. Questo intervento non va preso con leggerezza, dato che il Venezuela detiene quasi il 30 per cento delle riserve di greggio al mondo e ne estrae appena l’1 per cento, anche a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Mettere le mani sul petrolio venezuelano significa controllare le riserve energetiche di letteralmente mezzo mondo.

Le reazioni dei paesi vicini

La prima dura reazione dei paesi esteri all’attacco in Venezuela è stata quella del Presidente colombiano Gustavo Petro, il quale ha dichiarato che: “Si tratta di un’aggressione alla sovranità del Venezuela e di tutta l’America Latina”, ordinando lo schieramento dell’esercito lungo la frontiera tra i due paesi e l’aiuto umanitario in caso di forte flusso migratorio. La Colombia è il principale paese di arrivo per la diaspora venezuelana con circa 3 milioni di rifugiati. Trump ha risposto accusando Petro di essere un narcotrafficante, minacciando di invadere Bogotà come Caracas e di sospendere il visto al Presidente colombiano. Il rischio di uno scontro diretto è, però, sfumato lo scorso 3 febbraio quando, in un incontro alla Casa Bianca, i due hanno scelto la linea diplomatica. La Colombia, d’altra parte, sta attraversando una profonda crisi umanitaria. La zona del Catatumbo, nel Nord di Santander tra il nord-est colombiano e le frontiere con il Venezuela, è teatro di violenti scontri tra i gruppi guerriglieri, in particolare Ejército de Liberación Nacional (ELN) e il gruppo Estado Mayor de los Bloques y Frentes (ENBF), per il traffico e il controllo della cocaina. Lo scontro ha lasciato centinaia di sfollati, ha aumentato i casi di reclutamento forzato di minori e di esecuzione sommaria. Il tutto in una zona che è anche il principale passaggio di transito per la migrazione venezuelana. In questo contesto, è necessario evidenziare che il Venezuela è un paese-ponte per il transito della droga. La cocaina, infatti, viene prodotta in Colombia ed entra negli Stati Uniti attraverso la rotta Pacifica. Appena il 5 per cento della merce passa per la rotta caraibica, e quindi l’attacco di Trump per contrastare il narcotraffico appare come un alibi debole e poco credibile. Rimane, in ogni caso, la preoccupazione sui vuoti di potere lasciati da Maduro nelle dinamiche interne del narcotraffico.

In linea generale, a ogni modo, le reazioni dei paesi latinoamericani sono state coerenti con le ideologie politiche dei loro capi di Stato. Le sinistre, come il brasiliano Lula da Silva e la messicana Claudia Sheinbaum, hanno condannato l’operazione degli USA, definendola una “violazione del diritto internazionale e della sovranità”. Trump, da parte sua, ha minacciato di invadere anche il Messico, con cui condivide una frontiera di 3.100 chilometri, grandi accordi commerciali e importanti problemi di sicurezza. Per questo motivo, dopo giorni di tensione la Presidente ha evidenziato che “il Messico è un paese libero e sovrano, dove comanda il popolo”, aggiungendo “accettiamo la cooperazione ma rifiutiamo l’interventismo e la subordinazione agli Stati Uniti”. Entrambe le parti hanno scelto, alla fine, il dialogo per stemperare le tensioni di un scontro diretto. A Cuba, invece, la situazione continua ad essere tesa e verte, sempre di più, verso un conflitto diretto o indiretto. Dopo la cattura di Maduro, Trump ha dichiarato che farà crollare Cuba sotto il peso delle sue stesse gambe. Il Presidente statunitense ha, infatti, bloccato i rifornimenti di petrolio diretti all’isola, non solo dal Venezuela, suo storico fornitore, ma anche da tutti i paesi produttori imponendo sanzioni per marginalizzare ulteriormente l’isola caraibica. Il Presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, si è detto “pronto a lottare contro l’imperialismo statunitense che da decenni strangola l’economia del paese”.

Il Presidente del Governo di Spagna, Pedro Sánchez, insieme ai Capi di Stato di Brasile, Cile, Colombia, Messico e Uruguay, ha firmato una dichiarazione di rifiuto delle operazioni militari statunitensi a Caracas, sottolineando che l’attacco rappresenta un pericolo per la pace e la popolazione civile nella regione. In Cile, il Presidente uscente Gabriel Boric ha ribadito “che il rispetto alla sovranità e all’integrità territoriale è un filo rosso che non deve essere oltrepassato in nessun caso, perché costituisce il pilastro del diritto internazionale”. Il suo successore d’opposizione, José Antonio Kast, invece, ha celebrato la caduta di Maduro esortando alla libertà del Venezuela. Insieme a lui tutte le destre hanno condiviso l’entusiasmo per l’intervento degli Stati Uniti. Javier Milei in Argentina ha offerto l’aiuto del suo governo per garantire la transizione del paese caraibico, aggiungendo che “il paese si è finalmente svegliato dall’incubo del socialismo del XXI secolo”. In accordo con Milei anche il Presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa, e il Presidente ad interim del Perù, José Jerí. Gli equilibri geopolitici del continente potrebbero cambiare ulteriormente nei prossimi mesi in vista delle elezioni presidenziali di Colombia, Perù e Brasile. Il rischio è uno spostamento del continente sempre più verso il nazionalismo di destra e di estrema destra.

A livello mondiale, invece, la condanna del raid a Caracas è arrivata dalla Russia, dall’Iran, dalla Turchia e dalla Cina. L’UE ha chiesto moderazione, affermando di stare “monitorando attentamente la situazione in Venezuela”, affermando che “Maduro è privo di legittimità” e che “in ogni circostanza, i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite devono essere rispettati”. Al contrario, la premier Giorgia Meloni ha dichiarato “legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.

L’ultimo intervento diretto degli USA in America Latina era stato l’operazione militare a Panama del 1989, ordinata dal Presidente George W. Bush e conclusasi con l’arresto del Presidente Manuel Noriega, anche lui accusato (tra le altre cose) di narcotraffico internazionale. Per quanto riguarda, invece, gli interventi non compiuti direttamente dalle forze armate statunitensi, ma sostenuti esternamente o indirettamente dal Governo USA e dai suoi apparati di sicurezza, la lista si allunga notevolmente dal secondo dopoguerra a oggi. A partire dal golpe del giugno 1954, sostenuto dall’operazione d’intelligence approvata dal Presidente Eisenhower “PBSuccess”, contro il Presidente del Guatemala Jacobo Árbenz Guzmán, democraticamente eletto nel 1951, che instaurò la dittatura militare di Carlos Castillo Armas. Nel 1961 fallì, invece, il tentativo di rovesciare Fidel Castro con l’invasione alla Baia dei Porci, ancora coordinata dalla CIA, da parte di esuli cubani. Lo snodo critico fu poi il colpo di Stato in Cile guidato da Augusto Pinochet, che l’11 settembre 1973 portò alla morte del Presidente socialista Salvador Allende. Di lì in poi l’Operación Condor volò a bassa quota fino ai primi anni ‘80, facilitando l’insediamento di dittature militari in Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile.

Oggi c’è preoccupazione in America Latina, si è tornati a parlare di supremazia, egemonia e imperialismo. Trump ha coniato con fierezza il termine “Dottrina Donroe”, una versione moderna della dottrina Monroe. Quello a cui assistiamo è, forse, la peggior versione degli Stati Uniti, una variante più violenta, più nazionalista, più razzista, più militarizzata e sempre più transnazionalista. Un nuovo sogno imperiale americano, più ambizioso, che non si accontenta del giardino di casa ma vuole un MEGA resort a cinque stelle.

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