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“Anche la tigre fugge quando Tabaqi lo sciacallo impazzisce, perché la follia è la peggiore calamità che possa colpire un essere vivente. Noi la chiamiamo idrofobia, ma gli abitanti della Giungla la chiamano dewanee, pazzia, e fuggono via”. Questo termine hindi con cui Kipling apre il Libro della Giungla ben si attaglia al malessere di cui si è infettata una parte del popolo statunitense. Disinformazione, complottismo e sovranismo avvelenano la loro democrazia. Un tycoon mentalmente disturbato può vincere le elezioni, se riesce a sedurre una fetta consistente di elettori sprovveduti. È il “bello della democrazia”, si dice. Adesso, però, 3 statunitensi su 10 sono convinti che Biden avesse vinto le elezioni grazie a dei brogli; 1 su 10 dubita che Obama sia nato nelle Hawaii; 6 su 10 aspirano a eleggere un “uomo forte” alla presidenza, e la loro aspirazione sembra essersi avverata.

In campagna elettorale è fortemente sconsigliato – in base alla cosiddetta Goldwater Rule – accennare alla salute psichica di un candidato. Nel 1964 Barry Goldwater, un senatore estremista, era in lizza contro Johnson. Le sue già scarse speranze di vittoria tramontarono quando una rivista pubblicò l’esito di un sondaggio dell’APA (Associazione Psichiatrica Americana) che rivelava un dato inquietante: “1.189 psichiatri affermano che psicologicamente Goldwater è inadatto a essere presidente. Il senatore perse la sfida alla Casa Bianca, ma querelò la rivista ed ebbe partita vinta mandandola in rovina. Da allora gli psichiatri si guardano bene da aprire bocca, in osservanza del principio confermato dall’APA nel 1973: Non è etico per uno psichiatra stilare un parere professionale a meno che non abbia condotto un esame clinico sul paziente e gli sia concessa la dovuta autorizzazione a parlarne”.

Ma questo non vale per Mary Trump, nipote del Presidente e psicologa di vaglia: conosce troppo bene suo zio per ignorarne lo stato di salute mentale. Ha avvertito gli elettori scrivendo ben due libri e ha rilasciato al Guardian questa intervista (10 gennaio 2021): “Remember! Mio zio è l’uomo che ha tentato di annullare le schede elettorali inviate per posta durante la pandemia. È l’uomo che ha cacciato gli alti ufficiali del Pentagono per rimpiazzarli con suoi scherani. È l’uomo che ha impedito alla Guardia Nazionale di intervenire per fermare la massa di insorti all’assalto del Campidoglio il 6 gennaio. Non so cosa farà adesso, ma so che è capace di qualsiasi cosa”.

Ora ci si è messo anche Donald Jr., figlio del presidente. A un forum commerciale in Qatar a dicembre ha “lodato” suo padre dicendo: “Ciò che è buono e unico in mio padre è che non puoi sapere mai cosa sta per fare. Mio padre è una persona del tutto imprevedibile, forse la più imprevedibile nella storia della politica”. Evidentemente lo sprovveduto Junior non si rendeva conto che gli imprenditori, per investire, rifuggono dalla instabilità, ambiscono prevedibilità.

La batosta sui dazi inflitta a Trump dalla Corte Suprema il 20 febbraio rimarrà nelle cronache. Un modesto e onesto commerciante di vini di New York, Victor Schwartz, stava per fallire a causa dell’imposizione di pesantissimi dazi su tutti i vini importati. Con un gesto disperato osò presentare ricorso alla Corte Suprema, proprio come aveva fatto nel ‘700 Arnold, il povero mugnaio di Potsdam ingiustamente tartassato. “Ci sarà pure un giudice a Berlino!” aveva protestato. Gli era stata resa giustizia. Lo stesso si è avverato in questo frangente (che sia stato il nome tedesco Schwartz a fare il miracolo?).

A dire il vero, non si tratta di miracolo, bensì di semplice ottemperanza al dettato costituzionale. In sintesi: il 3° potere dello Stato (la magistratura) ha chiarito al 2° potere (l’esecutivo) che il 1° potere (il legislativo) conta. Già, il Congresso… Dove si era acquattato durante questi mesi in cui Trump firmata e ostentava decreti tariffari sparsi ad libitum in barba alla Costituzione? Ora sarà l’economia statunitense a pagare il conto delle sue follie, dopo che il manrovescio rifilatogli da sei giudici della Corte Suprema è rimbombato nell’intero mondo. I tre giudici dissenzienti, in un ultimo ossequio a Trump, hanno suggerito una via d’uscita al limite della legalità; ma non andrà lontano. Negli anni ‘80 conobbi uno dei tre giudici, l’ultraconservatore italo-americano Samuel Alito, e non mi stupisce che abbia votato così. L’altro, Clarence Thomas, è troppo chiacchierato anche a causa di sua moglie e probabilmente finirà male. Il terzo, Brett Cavanaugh, è colui che ha stilato il parere dissenziente del 20 febbraio: troppe volte si è rivelato più asservito a Trump che alla Costituzione.

Il sistema giudiziario statunitense fa acqua da tutte le parti, a cominciare dal fatto che i nove giudici della Corte Suprema sono nominati a vita dal Presidente, e solo dal Presidente. Per non parlare dello strapotere di cui è investito l’Attorney General, che in quanto ministro della Giustizia fa parte del Governo ma è anche procuratore generale. È curioso che adesso il sistema costituzionale italiano – ben più equilibrato di quello statunitense – sia a rischio di esser emendato, e non certo per il meglio. Ci penserà il referendum del 22 marzo a dimostrare che gli italiani non hanno perso la ragione?

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