Il presidente Trump si è arrampicato sugli specchi per giustificare l’immotivata aggressione all’Iran, che viola il diritto internazionale, la Costituzione americana e la sua stessa promessa all’atto di insediarsi alla Casa Bianca (“America first. Io non inizierò nuove guerre, io fermerò le guerre in corso”). Ora, per tacitare il Congresso e i propri elettori smarriti, il Contaballe-in-Chief ha tirato fuori dal cilindro la “imminente minaccia” di un ordigno atomico in mano agli ayatollah. Se non si può pretendere che la gente comune conosca il dossier nucleare, ci si aspetta almeno che siano i tecnici e i diplomatici a spiegarglielo, confutando – se del caso – le “verità alternative” cucinate alla Casa Bianca. Occorre, però, risalire a vent’anni fa.
Una sera del 2006, in missione a Tel Aviv, eravamo invitati a cena da Shimon Peres. L’occasione era propizia per sondare le reazioni d’Israele ai primi progetti nucleari iraniani, tanto più che era stato proprio lui, anni prima, il demiurgo della nuclearizzazione d’Israele (d’intesa con Parigi). Al nostro quesito rispose senza scomporsi: “Abbiamo tre opzioni: una diplomatica, una economica, una militare. Scartiamo quella militare: troppi rischi. Proseguiremo nell’azione diplomatica finché ci sarà un filo di speranza che Teheran sospenda il suo build-up nucleare. Ma bisogna soprattutto rafforzare la pressione con severe sanzioni commerciali e finanziarie”.
Infatti, le sanzioni economiche si fecero più stringenti, mordendo non poco sul benessere degli iraniani comuni. La diplomazia rafforzò il Gruppo 5 + 1, ossia i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania (senza l’Italia, che si era stoltamente autoesclusa benché gli iraniani stessi ci chiedessero di entrare). Intanto gli israeliani le avevano provate tutte. Con l’aiuto di cibernetici statunitensi avevano inserito un virus micidiale, lo Stuxnet, nei circuiti informatici che gestivano il programma nucleare iraniano, con il solo risultato di ritardarne lo sviluppo di un anno o due; allora ci riprovarono con uno Stuxnet 2 più distruttivo, oltre a sfoltire il numero di fisici nucleari iraniani con le solite uccisioni mirate.
Le avevano provate tutte – dicevamo – salvo l’unica che avrebbe risolto la crisi alla radice: l’apertura del tavolo negoziale per il disarmo nucleare del Medio Oriente. L’Egitto lo proponeva da 40 anni. Il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, a cui aderiscono tutti i Paesi del mondo salvo Israele, India, Pakistan e Corea del Nord, prevede un riesame quinquennale. L’occasione si presentò nel maggio del 2010. Al Palazzo di Vetro la Lega Araba e la Turchia – con l’appoggio di tanti altri membri dell’ONU – fecero passare una Risoluzione che impegnava a convocare entro il 2012 una conferenza per il disarmo nucleare del Medio Oriente. L’iniziativa avrebbe costretto Israele a rivelare la propria dotazione di ordigni atomici – un segreto davvero intollerabile – e ad accettare ispezioni dell’AIEA, unico modo per bloccare le velleità dell’Iran. La Finlandia si offerse di ospitare la conferenza. Il premier Netanyahu andò su tutte le furie e strepitò: “La comunità internazionale deve far cessare l’avanzata dell’Iran verso l’arma atomica, che mette in pericolo la pace del mondo e del Medio Oriente”. Senti chi parla, era il commento di molti al Palazzo di Vetro. Un fuori onda captò lo scambio di confidenze tra Obama e Sarkozy. “Non posso più sopportare quel bugiardo di Netanyahu” bisbigliò il francese. “Tu non ne puoi più?! Pensa a me che ho da fare con lui tutti i giorni!” ribatté l’americano.
Il successo diplomatico più riuscito al mondo nell’ultimo decennio è stato l’accordo che va sotto il nome di JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action). Sottoscritto nel 2015 dai cinque membri permanenti del CdS più Germania e UE, avrebbe limitato la produzione di uranio arricchito in Iran ai soli usi pacifici, sotto il controllo dell’AIEA. Era costato anni di fatiche diplomatiche, giocate su uno scacchiere dove la diplomazia iraniana era maestra. Ebbene, a distruggere il lavoro di Obama e John Kerry bastò un gesto demenziale del nuovo presidente USA, Donald Trump. Nel 2018, senza neppure preavvertire gli altri firmatari, stracciò a nome degli Stati Uniti quello storico accordo multilaterale, quasi fosse un chiffon de papier. Oggi fa impressione rivedere la foto di John Kerry e Zarif, ministro degli Esteri iraniano, a spasso sul Pont du Mont Blanc a Ginevra, mentre scherzano in ottimo inglese fra una sessione e l’altra del negoziato finale del 2015. Se Netanyahu avesse potuto, li avrebbe scaraventati nel lago.
Ma l’Iran voleva davvero la bomba? Tale è la versione condivisa in Occidente. Eppure non è così. Una fatwa inviolabile di Khomeini aveva definita haràm ogni arma di distruzione di massa. A noi laicamente scafati suona poco credibile che un interdetto religioso equivalga a un tabù politico. Invece, basta compenetrarsi in quella mentalità per capire che è proprio così. Il regime non mirava ad avere la bomba, bensì a dimostrare di esser in grado di fabbricarla. Il che è ben diverso. L’essere sciiti ha sviluppato nel DNA iraniano una raffinata abilità a dissimulare: si chiama taqiya. Nell’accezione originaria significa “timor di Dio”, ma a forza di persecuzioni è arrivata a significare l’obbligo di celare la propria fede per sfuggire alle minacce (lo stesso predicava San Paolo ai primi cristiani). Ma perché l’Iran si ostina in una politica che costa lacrime e sangue? Semplice, forse vuol esser riconosciuto quale potenza regionale e quale tutore degli sciiti nel mondo. Pretende troppo? Chi nega questo all’Iran ignora quali umiliazioni ha subito un Paese preda delle voglie degli zar, poi dei petrolieri e dello Scià, infine di un presidente statunitense che ora pretende di voler scegliere il successore dell’ayatollah appena fatto fuori. Fatto fuori da chi?
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