Atterrai a Beirut la prima volta nel 1963 per un anno sabbatico presso l’Università dei Gesuiti, a quel tempo la migliore in Medio Oriente. Ricordo un aeroporto attorniato da una foresta di pini marittimi, con le montagne innevate in lontananza. Anni dopo, tornando a Beirut, la foresta era stata sacrificata per lasciar posto a case, strade, officine e bidonville abitate da libanesi sciiti, siriani, palestinesi, oltre a immigrati d’ogni origine a cui il Governo concedeva illimitata ospitalità, poveri o ricchi che fossero. Perché questo era il Libano: più che uno Stato un “messaggio” di convivenza tra etnie, culture e confessioni diverse (definizione di Giovanni Paolo II).
Tornando oggi in quei fitti quartieri, non li riconoscerei più: vedrei solo una plaga cosparsa di rovine lasciate dai bombardieri israeliani. Chissà che Trump e i suoi sodali non stiano già progettando una seconda Riviera come quella di Gaza. Forse qualche immobiliarista amico gli ha fatto leggere – a Trump che non ha mai letto un libro salvo il suo – qualche pagina di un noto viaggiatore francese dell’Ottocento, Gérard de Nerval. All’avvicinarsi della costa libanese nel 1843, lo scrittore prorompeva in esclamazioni di meraviglia: «Ecco il promontorio di Ras Beirut e le sue rocce dominate lontano dalla cima nevosa del Sannin. Sfioriamo la costa, viriamo verso il golfo e subito tutto cambia. Un paesaggio pieno di frescura, d’ombra e di silenzio, un paesaggio alpino visto dall’insenatura di un lago svizzero, ecco Beirut con tempo sereno. È l’Europa e l’Asia che si fondono in molli carezze».
Ricordo anch’io le “molli carezze” di quegli anni. Si lasciava Beirut in autobus o in autostop, diretti verso Damasco, Amman e infine Gerusalemme, Al-Quds. La moderna Israele era alle porte, cresceva aldilà delle antiche mura. Ma in seguito al conflitto stravinto nel ‘67, tutto cambiò. L’intera regione si riempì di nuove mura, mura armate, una delle quali condannata dalla Corte di Giustizia dell’Aia. A Beirut avevo sentito ripetere un antico detto: “La guerra è fecondata fuori e viene a partorire in Libano”. Ne compresi il senso anni dopo, e sempre più tragicamente oggi. Netanyahu e il suo “pupillo” alla Casa Bianca hanno scatenato un assurdo conflitto contro l’Iran (con la solita scusa di liberare il popolo dalla morsa del clero e ripulire i siti nucleari dall’uranio arricchito). Ma chi muore sotto le bombe non sono solo gli iraniani; sono ancora una volta i palestinesi a casa loro e, in numero crescente, i libanesi a casa loro. Muoiono a migliaia in tutto il Libano, dal momento che Tsahal non si preoccupa di rispettare le Convenzioni di Ginevra e dell’Aia, pur da Israele sottoscritte.
In punto di diritto, siamo rimasti alla Risoluzione 1701 approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU l’11 agosto 2006. La 1701 obbligava a cessare le ostilità, dispiegare l’esercito libanese nel Sud, potenziare l’UNIFIL e procedere al disarmo di Hezbollah. Quest’ultimo punto è rimasto disatteso. Il partito di Hezbollah si è limitato a trasferire l’armamentario a nord del fiume Litani, dove l’orografia consente di infrattare quantità di armi e bagagli d’ogni genere (verificato con i miei occhi). Ora la quadratura del cerchio – su cui bisognerà lavorare – sarebbe di integrare la milizia sciita quale corpo d’élite nelle forze armate libanesi, troppo deboli per farcela da sole. Neppure i più fieri avversari di Hezbollah, infatti, acconsentirebbero a lasciare sguarnito il fronte sud del Paese lungo il confine, del tutto innaturale, con Israele.
Un tempo c’erano regole, non scritte ma non per questo meno valide, tra Hezbollah e Tsahal. Me le spiegò Nasrallah le rare volte che potevo incontrarlo. Il suo ufficio/abitazione si trovava in un caseggiato popolare così fitto di appartamenti da dissuadere gli israeliani dal “provarci” senza provocare altre stragi di innocenti. Ovviamente ero interessato a incontrarlo, perché la incolumità dei “caschi blu” italiani in UNIFIL dipendeva anche da Hezbollah; e con lui si era stabilito un rapporto di fiducia dopo che avevamo fatto curare in Italia alcuni suoi feriti. Curiosamente, un suo desiderio era di conoscere il Papa, come lo era per gli sciiti legati storicamente al cattolicesimo dal concetto di “martirio”. Non potendo realizzare il suo desiderio di persona, mandava a Roma giovani del partito – tramite sacerdoti maroniti volenterosi – per incontrare alti prelati del Vaticano (se non il Papa stesso). Inoltre, era suo interesse mantenere rapporti distesi con le minoranze cristiane dei villaggi del sud. Tutto questo mentre l’Unione Europea, sobillata da Washington, inseriva nella lista delle organizzazioni terroriste un partito (o il suo braccio armato) presente in Parlamento con almeno una decina di deputati.
Adesso, l’ultima pretesa del Governo israeliano – una volta conclusi i massacri di civili in mezzo Libano – è di occupare e poi annettersi una bella striscia di terra oltre il confine attuale fino al fiume Litani, dal mare alla montagna. Netanyahu e i suoi ministri si sentono autorizzati a farlo: non solo perché Israele vuole essere una “Super-Sparta” (ipse dixit), ma soprattutto perché a un certo punto la Bibbia cita gli Amalekiti: gente cattiva – afferma la Bibbia – destinata per volere di Yahweh a essere annientata dagli israeliti. GOTT MIT UNS.
Insomma, ancora una volta le Sacre Scritture – interpretate ad libitum – guidano la mano di chi ha la migliore spada, tanto più se la geografia offre come vicino un Paese debole qual è il Libano. Allora varrebbe la pena riaprire la Bibbia alle pagine del libro di Isaia, dove il profeta immagina un futuro di pace per tutti, uomini e animali. Con una piccola aggiunta, però, suggerita dall’irresistibile sfottò biblico di Woody Allen: “Il leone e il vitello giaceranno assieme, ma il vitello dormirà ben poco”.
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