Quante volte ascoltiamo, da commentatori in teoria del campo progressista, commenti che – magari obiettando la tempestività o l’opportunità di un assassinio ‘mirato’ – iniziano con un laconico: «Non verseremo certo neanche una lacrima per la morte di X, però…».
Qua e là, tra le classi culturalmente avanzate delle grandi metropoli cosmopolite, si registra ancora qualche moto d’indignazione, ma in generale, di fronte all’assassinio selettivo, l’Europa, a lungo paladina dei diritti umani e civili, è del tutto afona, assente. Il più delle volte, gli stessi organi di stampa, televisioni in testa, danno notizia delle uccisioni ‘mirate’ senza una parola di commento, come se fosse la cosa più ovvia del mondo decidere di ammazzare qualcuno rispondendo soltanto alla propria (mancanza di) morale, come ha proclamato il Presidente statunitense[1].
Oltre la “polizia globale”
Ma l’opinione pubblica non si scandalizza più, probabilmente proprio perché qualcosa si è spostato più in profondità nel giudizio morale. Quello che viene indicato come il nemico non è più percepito come un avversario politico, ma come una minaccia assoluta, sottratta in partenza a ogni possibilità di giudizio e dunque eliminabile. Al tempo stesso, la decisione di uccidere si presenta come il risultato di procedure tecniche – intelligence, algoritmi, stime di rischio – che sembrano trasferire la responsabilità dall’uomo al sistema. Infine, la ripetizione continua di questi atti, raccontati in un linguaggio neutro e amministrativo, li ha trasformati da eventi eccezionali in routine: e ciò che si ripete finisce per non apparire più come scandalo, ma come necessità. Non ha neppure aperto una discussione il fatto che l’ayatollah iraniano Ali Khamenei, capo di uno Stato sovrano, sia stato ammazzato, insieme a numerosi altri alti funzionari, nelle prime ore di una guerra non dichiarata da un’operazione congiunta di Israele e Stati Uniti (vedremo se allo scadere dei 60 giorni dall’attacco, il Congresso ratificherà l’apertura delle ostilità, dichiarando guerra all’Iran, come impone la War Powers Resolution, che dal 1973 disciplina i poteri del Presidente nell’impiego delle forze armate). Nel caso di Khamenei padre, come poi di Khamenei figlio, le forze armate israeliane hanno materialmente eseguito il raid aereo, mentre gli Stati Uniti hanno fornito intelligence e supporto operativo decisivo. Queste uccisioni vorrebbero distinguersi dagli atti di guerra nel senso classico, venendo giustificate come operazioni di “polizia globale”, per le quali il nemico non è uno Stato, ma un individuo o una rete (sia essa Al Qaeda o Hezbollah o i Narcos colombiani). Stavolta però hanno ucciso il leader di uno Stato sovrano. Uno Stato si è arrogato il diritto di decidere chi deve vivere e chi deve morire in un altro Paese, senza mediazione giuridica, esercitando una forma di potere extra-legale normalizzato.
L’assassinio come strumento ordinario di politica internazionale
Ormai, l’assassinio è uno strumento ordinario della politica israeliana e americana. Israele è l’unico Stato in cui viene legalmente ed esplicitamente ammesso, unilateralmente, l’omicidio mirato, grazie a una sentenza della sua Corte Suprema. Non è quindi un caso se, negli ultimi due anni, Israele ha decimato la leadership militare e politica di Hezbollah, Hamas e degli Houthi, eliminando in serie funzionari (militari e civili) non appena subentravano ai predecessori a loro volta già uccisi. Come scrive Aviva Guttmann[2], per Israele pare non esistere problema politico che non possa essere risolto, almeno in parte, attraverso la soppressione fisica dell’avversario. Ma cosa è mai successo affinché uno Stato, un tempo costituito da coloni e agricoltori, armatosi e assurto a potente Stato-Nazione, abbia oggi deciso di fare del trauma storico dell’Olocausto l’origine e la giustificazione di una politica di assassinio sistematico e di genocidio[3]?
Non che l’omicidio politico sia una novità: già la setta ismailita medievale nota come gli Assassini per secoli colpì con successo governanti in tutto il Medio Oriente, fino a essere annientata dai Mongoli. Ma il nuovo millennio ha sdoganato (questo brutto verbo qui calza) l’assassinio come strumento ordinario di politica internazionale. L’episodio più famoso è l’uccisione di Usama Bin Laden, nel maggio 2011. Il Presidente Obama che ordinò l’operazione e autorizzò l’uccisione del leader saudita si appoggiò alla Authorization for Use of Military Force Against Terrorists, risoluzione post-11 settembre che autorizza il Presidente a usare la «necessaria e appropriata forza contro quelle nazioni, organizzazioni o persone che egli decida siano coinvolte negli attacchi dell’11 settembre». I Navy Seals avrebbero forse potuto catturare Bin Laden vivo e portarlo negli Stati Uniti per essere processato, come fecero gli israeliani con il boia nazista Eichmann, catturato nel 1960 in Argentina dal Mossad, processato in Israele e condannato a morte per genocidio e crimini contro l’umanità. Invece, al commando di Abbottabad fu dato pieno mandato di uccidere Bin Laden e di disfarsi successivamente del cadavere che infatti venne seppellito in mare. Qualche voce di dissenso si levò: ventisei membri del Congresso americano criticarono gli omicidi mirati, definendoli una forma di esecuzioni extragiudiziali che potrebbero essere ritenute illegali anche sulla base del diritto statunitense. Voci isolate, però, e per le strade si fece festa, anche con qualche colpo di pistola sparato in aria, come in certi film western.
Davvero vogliamo cambiare l’idea stessa di giustizia, passando dal modello-Eichmann (processo pubblico: il diritto si afferma anche contro il male assoluto) al modello-Bin Laden/Khamenei (eliminazione fisica del nemico: il diritto viene sospeso proprio davanti al male assoluto)? Il punto non è solo l’esercizio senza mediazioni della violenza, bensì una trasformazione della concezione stessa della sovranità; non sembra tanto un ritorno al pre-moderno, quanto una mutazione del moderno, in cui il diritto resta formalmente intatto, ma viene svuotato nei casi ritenuti ‘eccezionali’, senza scomodare Carl Schmitt. Non è il nemico a essere cambiato, ma il nostro rapporto con il diritto.
I limiti di questa “strategia”
La pratica della ‘decapitazione’ del vertice politico utilizzata come strumento di pressione nei confronti dei governi ostili dimostra anche un limite strategico. I risultati di queste operazioni mostrano una contraddizione che mette in discussione l’intera logica delle uccisioni mirate applicate agli Stati. In Venezuela, la rimozione del leader Nicolas Maduro (finora ‘solo’ rapito e incarcerato) ha prodotto una successione relativamente ordinata, senza modificare in profondità la struttura del potere, ma garantendo una maggiore disponibilità al commercio con gli Stati Uniti. In Iran, al contrario, l’eliminazione del vertice politico sembra aver rafforzato le componenti più radicali del regime, rendendo ancora più probabile una escalation del conflitto.
Questa divergenza non dipende soltanto dalle specificità dei due contesti, ma rivela un limite strutturale della strategia stessa. Le cosiddette ‘decapitation strikes’ nascono infatti nell’ambito del controterrorismo, dove l’obiettivo non è sostituire una leadership, ma disarticolare e disperdere un’organizzazione. In quel contesto, colpire i vertici può avere una certa efficacia, soprattutto quando si tratta di gruppi ristretti e privi di una solida struttura interna. Ma questa logica si adatta difficilmente agli Stati, che non possono essere ‘dissolti’ nello stesso modo. Un governo nazionale dispone infatti di meccanismi di successione, apparati burocratici e riserve di leadership che rendono la sua struttura relativamente resiliente. La rimozione di un leader non pone tanto il problema di se qualcuno prenderà il suo posto, quanto di chi lo farà e con quali effetti. In assenza di un piano politico credibile, l’eliminazione del vertice rischia di produrre esiti opposti a quelli desiderati: il rafforzamento delle fazioni più dure, oppure, nel caso estremo, il collasso dello Stato.
Quest’ultimo scenario rappresenta il rischio più grave. Se un’organizzazione terroristica viene smantellata, semplicemente cessa di esistere; ma quando a crollare è uno Stato, si apre un vuoto di potere che può essere occupato da forze ancora più instabili e violente. È quanto accaduto in Libia dopo la caduta e la barbara uccisione di Gheddafi, e ciò che alcuni analisti temono possa verificarsi anche in Iran, se la decapitazione del vertice politico dovesse proseguire.
Dunque, il ricorso alle uccisioni mirate come strumento ordinario della politica internazionale non solleva soltanto interrogativi morali o giuridici, ma anche una questione – se vogliamo – più radicale: la loro crescente accettazione si accompagna a una sopravvalutazione della loro efficacia. L’idea che eliminare un individuo possa risolvere un problema politico complesso appare sempre più come una semplificazione che ignora la natura strutturata e resistente delle istituzioni statali.
Banalità burocratica del male
Se negli Stati Uniti il passaggio alle uccisioni mirate è stato in qualche misura controverso, in Israele questa pratica ha radici più profonde. Si potrebbe risalire fino al Talmud quando afferma: «Se qualcuno viene per ucciderti, alzati e uccidilo per primo»[4]. Questo impulso a ricorrere a ogni mezzo, anche il più aggressivo, per difendere il popolo ebraico è profondamente radicato nel DNA di Israele ed era proprio già delle organizzazioni sioniste militanti in Palestina, in particolare l’Irgun e il Lehi, quando presero di mira funzionari britannici considerati ostacoli alla nascita dello Stato del popolo eletto. Com’è noto, tra le vittime si conta il conte Folke Bernadotte, diplomatico svedese che, in qualità di mediatore delle Nazioni Unite, aveva elaborato un piano di pace ritenuto dagli israeliani troppo favorevole ai palestinesi. Fu ucciso a colpi d’arma da fuoco nel settembre 1948 su ordine di uno dei leader del Lehi, Yitzhak Shamir. Shamir fu poi reclutato per dirigere la prima unità del Mossad dedicata alle uccisioni mirate, prima di entrare in politica, diventando ministro degli Esteri nel 1980 e primo ministro tre anni dopo.
Fin dall’inizio della sua esistenza statale nel 1948, la protezione della nazione è stata affidata alla sua comunità di intelligence e alle forze armate. Le uccisioni mirate sono soltanto una tra le molte armi di un vasto arsenale – ma un’arma usata con larghezza, innumerevoli volte, contro nemici grandi e piccoli, talvolta in risposta ad attacchi contro il popolo israeliano e talvolta in modo preventivo. Il giornalista israeliano Ronen Bergman ha scritto una storia enciclopedica del programma di uccisioni mirate degli israeliani[5], riferendo che entro il 2000 Israele aveva già lanciato circa cinquecento operazioni di uccisione mirata. Al momento della pubblicazione del libro, nel 2018, ne aveva condotte altre ottocento.
Nel suo nuovo libro, Aviva Guttmann offre oggi una nuova interpretazione del metodo inaugurato su larga scala dopo Monaco ‘72. Sottolinea che il Mossad, lungi dall’agire da solo, spesso si avvale di vari servizi di sicurezza europei per ottenere informazioni sulle attività dei palestinesi. Non solo quelli gli forniscono spesso l’intelligence necessaria a selezionare gli obiettivi, ma contribuiscono anche a confermare quando tali obiettivi si trovano in un luogo accessibile. È difficile pensare che gli europei non siano consapevoli di partecipare così a una campagna di assassinii condotta sul loro stesso territorio.
In più, a quanto pare, il programma israeliano di assassinii è stato progressivamente considerato un modello da seguire. Alla domanda, nel 2005, se avesse problemi con uno Stato che diventa un esecutore, Avi Dichter, allora capo uscente del servizio di sicurezza interna israeliano, rispose: «No. Delegazioni straniere vengono qui ogni settimana per imparare da noi, non solo gli americani… Lo Stato di Israele ha trasformato la “prevenzione mirata”» – un eufemismo israeliano per assassinio – «in una forma d’arte». Quasi un’evoluzione del pensiero di Arendt: non più banalità burocratica, ma banalità algoritmica del male.
Nonostante gli sforzi americani, Israele continua dunque a guidare il mondo in questo tipo di operazioni, condotte su una scala senza precedenti a Gaza negli ultimi due anni e mezzo. Il processo di selezione accurato dei tempi dell’operazione “Wrath of God” (per vendicare l’attacco di Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco del 1972) è ormai un ricordo lontano; decine di migliaia di vittime sono state ‘selezionate’ e localizzate con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale, che forniscono anche stime immediate del numero di civili destinati a morire a seguito di un attacco. I tradizionali partner e alleati di Israele non sollevano obiezioni sostanziali, limitandosi a risibili sanzioni ad personam contro i coloni estremisti all’opera nei Territori. D’altra parte, come dice un ex alto giurista militare israeliano, «se si fa qualcosa abbastanza a lungo, il mondo finisce per accettarla». Israele, che ha rinverdito la teoria dell’assassinio mirato e la porta avanti, si vede premiata dunque dall’acquiescenza internazionale: oggi uccidere gli avversari politici, anche al di fuori di una guerra dichiarata e magari in Stati terzi, sembra rientrare nei confini della legittimità. Ma se uccidere senza processo rientra nei confini della legittimità, cosa resta del diritto? Non è più neppur necessario sospenderlo, proclamando uno stato di eccezione: basta ridefinirne silenziosamente, anche se a suon di bombe, i confini.
Note
[1] «Non ho bisogno del diritto internazionale. I miei poteri sono limitati solo dalla mia morale personale, dalla mia mente. È l’unica cosa che possa fermarmi». Intervista a Donald Trump, “New York Times”, 8 gennaio 2026.
[2] Guttmann, A. Operation Wrath of God: The Secret History of European Intelligence and Mossad’s Assassination Campaign, Cambridge University Press, 2025.
[3] Cfr. Gessen, M. “In the Shadow of the Holocaust”, The New Yorker, December 9, 2023; De Fiore, L – Coccoli, G. Trauma collettivo e ripetizione della violenza: il caso israelo-palestinese tra psicoanalisi e storia, European Journal of Psychoanalysis, May 1, 2025.
[4] Sanhedrin 72a. Una fonte spesso richiamata è Esodo 22:1-2.
[5] Bergman R. Rise and Kill First: The Secret History of Israel’s Targeted Assassinations. Random House, 2019.
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