Raggiungere la punta del promontorio omanita di Musandam, incuneato nello Stretto di Hormuz, non è una passeggiata. Occorre una barca e l’attrezzatura subacquea, se si vuol godere delle meraviglie di quei fondali. Continuando a bordeggiare tra le isolette si arriva in cima al promontorio, da dove vedi transitare le petroliere e i porta-container in entrata e in uscita dal Golfo Persico. L’intensità del traffico navale lascia capire quanto sia strategico quel collo di bottiglia. Tanto strategico che Trump – con la scusa del pericolo nucleare (da lui stesso rinfocolato) – si è messo nei pasticci aggredendo d’impeto l’Iran. Un brigantesco colpo di mano e di testa, che si sarebbe risparmiato se avesse dato ascolto ai suoi esperti diplomatici, invece di lasciarli inoperosi e frustrati a Foggy Bottom (appellativo affettuoso del Dipartimento di Stato).
Per la precisione, la valenza strategica di Hormuz risale al 1616, anno in cui Abbas il Grande aprì la Persia – fino allora potenza solo terrestre – ai commerci marittimi stipulando un trattato con la Compagnia inglese delle Indie Orientali. L’attivissima Compagnia utilizzò lo Stretto di Hormuz come tappa lungo la rotta verso l’India, finché l’invenzione del telegrafo la rese ancora più preziosa. Un isolotto del luogo venne scelto come base per installare il ripetitore del cavo che avrebbe collegato Londra a Karachi, riducendo a poche ore la velocità di comunicazione dei messaggi tra l’Europa e l’India che prima impiegavano settimane. Sulla Telegraph Island resta – a perpetua memoria di quella impresa – un fabbricato in rovina che racconta la solitudine di chi, in nome dell’Impero britannico, era costretto a stazionarvi per mesi sotto il sole cocente e senza neppure un filo d’erba.
L’Inghilterra – nata anch’essa su uno Stretto che la “proteggeva” dal continente europeo – non poteva ignorare l’importanza strategica degli Stretti. Eccola, dunque, piantare la Union Jack sulla rocca di Gibilterra, e poi a Bab-el-Mandeb sotto l’occhio vigile di Aden; nello Stretto di Malacca sorvegliato da Singapore; a Suez per aprire un passaggio tra Mediterraneo e Mar Rosso; e perfino nel canale di Beagle tra Cile e Argentina, in attesa che gli Stati Uniti scavassero un canale a Panama.
All’inizio del Novecento, si può dire che i principali Stretti marini erano controllati dal Regno Unito. Ne rimaneva uno, tuttavia, ancora sotto il legittimo dominio ottomano: lo Stretto dei Dardanelli. Ma nel 1914, allo scoppio della Grande Guerra, quando i turchi decisero di allearsi con gli Imperi Centrali, Winston Churchill, Primo Lord dell’Ammiragliato, stappò una bottiglia di champagne (veramente ne consumava due al giorno, dopo essersi svegliato in tarda mattinata con un ottimo whisky scozzese).
A differenza di Churchill, il presidente Trump è astemio; ma farebbe bene a studiare il precedente della campagna dei Dardanelli, visto che si è messo in testa di tentare qualcosa di simile. Siamo all’inizio del 1915 e Londra, d’intesa con Parigi, progetta di forzare lo Stretto dei Dardanelli per occupare Istanbul, costringere gli ottomani alla resa e formare un fronte unito con la Russia in modo da accerchiare gli Imperi Centrali. Detto fatto. Un corpo di spedizione navale anglo-francese salpa a marzo verso l’Egeo, ma all’atto di penetrare nel primo tratto dei Dardanelli e raggiungere il Mar di Marmara si accorge che la strettoia è fortemente minata. Forse le mine erano meno potenti di quelle odierne, ma neppure le navi dell’epoca erano robuste come quelle di oggi. Insomma, da lì non si passa: occorre inviare una spedizione terrestre per occupare la penisola di Gallipoli. E così si fa.
Lo scontro sul terreno risulta micidiale: i turchi sono meno equipaggiati ma resistono, mentre gli assalitori vengono falcidiati dai turchi e poi anche dalle epidemie, dal caldo, dalla sete e dalla carenza di soccorsi. A fine anno gli alleati si reimbarcano spossati, lasciando sul campo oltre 200.000 caduti: molti australiani, neozelandesi, indiani, magrebini… Merce da cannone, come accadrà anche agli afroamericani nelle guerre scatenate da Washington. L’ultima di queste guerre americane è già in atto nello Stretto di Hormuz, al costo di qualche miliardo di dollari al giorno a spese del mondo intero. Ci sia perciò consentito di riesumare un detto un po’ scatologico ma efficace: “When America shits the bed, the rest of the world has to lie in it”.
P.S.: La cruenta campagna di Gallipoli ha segnato in negativo la storia britannica. Speriamo che Carlo III, in visita di Stato a Washington, abbia avuto modo di sussurrare qualche saggio consiglio al nefasto inquilino della Casa Bianca.
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