Che il presunto movente dell’assassino di Chiara Poggi fosse “banale” era trapelato già mesi fa dalla abbottonatissima procura di Pavia, che infine lo ha messo nero su bianco nella convocazione del presunto assassino, Andrea Sempio, per l’interrogatorio del 6 maggio che prelude alla chiusura delle indagini. E il movente si chiama rifiuto sessuale. La mattina del 13 agosto 2007 Sempio, allora diciannovenne, avrebbe ucciso, massacrato e seviziato Chiara, allora ventiseienne, perché lei gli aveva detto di no. E avrebbe fatto tutto da solo, senza complici e senza mandanti. O almeno, né complici né mandanti compaiono per ora nel capo d’incolpazione, che passa dall’omicidio in concorso con Stasi o con ignoti all’omicidio e basta.
Fine del calvario e – si spera velocemente – fine della detenzione di Alberto Stasi, il fidanzato della vittima allora ventiduenne e oggi al dodicesimo anno di galera dei sedici comminatigli nel 2015 da una sentenza di condanna della Cassazione intervenuta dopo le due assoluzioni in primo e in secondo grado del 2009 e del 2011. E fine anche delle variegate piste su cui gli/le innocentisti appassionati del caso ci siamo lambiccati da quando, un anno fa, l’inchiesta è stata riaperta: la pista della pedofilia, con o senza mandanti del santuario della Bozzola; la pista della cocaina, con l’ipotesi di un agguato di gruppo dovuto magari a una qualche scoperta di Chiara sul consumo di droghe nel giro degli amici suoi o del fratello; la pista, suffragata da alcune testimonianze, di un qualche ruolo delle sue cugine nella vicenda, o perfino di suo fratello, inabissatosi da anni nel silenzio e nell’assenza; e via dicendo. Invece c’era poco da lambiccarsi: la banalità del male supera sempre la fantasia. Sempre che l’impianto accusatorio della procura regga, e ovviamente non è detto, Chiara Poggi sarebbe stata vittima di un classico, “banale” femminicidio. Con lo stesso copione di tutti gli altri: io ti voglio, tu mi dici no, e io ti ammazzo. Efferatamente. Più efferatamente che posso.
Bisognerà spostare lo sguardo sulla “banalità” di questo proto-femminicidio, risalente a un tempo in cui né il termine né la fattispecie esistevano, una volta che si saranno chetate le acque – se mai si cheteranno – sull’errore giudiziario macroscopico e ostinato che ha crocifisso Alberto Stasi per diciannove lunghissimi anni, con la complicità di un depistaggio investigativo, di un coro mediatico servile e ipocrita, e di un coro sociale perbenista e giustizialista. “Il biondino con gli occhi di ghiaccio”, cominciò così, su una base squisitamente lombrosiana, la via crucis funzionale a incastrare un colpevole purché fosse, e chi poteva meglio impersonarlo se non il fidanzato di Chiara, che alla scoperta del cadavere si era raggelato invece di piangere e urlare, e che per giunta aveva il vizio di guardare video e foto porno, anche se allegramente condivisi con la stessa Chiara? Gli ingredienti per la costruzione del mostro da sbattere in prima pagina e in prima serata c’erano tutti. Eppure bastava aver letto un solo giallo di Agatha Christie per sospettare che il ritratto del mostro fosse troppo perfetto per essere vero.
Tutto il seguito della vicenda dipende da quell’iniziale pregiudizio. Ne dipende in primo luogo la direzione a senso unico delle indagini svolte all’epoca dai carabinieri e dai RIS, volte non ad accertare i fatti ma a incastrare Stasi, e costellate da una tale quantità di “errori” da far pensare a un depistaggio più che a una ripetuta negligenza. Ne sono stati contati più di 90, fra più e meno marchiani: contaminazione della scena del crimine, cancellazione delle impronte dell’assassino sul pigiama di Chiara, oggetti non repertati o non analizzati, tracce trascurate, testimonianze non verificate o liquidate come inattendibili, intercettazioni “addomesticate” o ritenute irrilevanti, interrogatori mal verbalizzati, alibi non verificati, computer manomessi e alterati… Basti qui ricordare solo i più densi di conseguenze. Il cadavere di Chiara non fu pesato, cosa che impedì la determinazione certa dell’ora del decesso ipotizzata dal medico legale fra le 10:30 e le 12, e consentì a un certo punto di anticiparla all’ormai famosa finestra di soli 23 minuti, fra le 9:12 e le 9:35, in cui Stasi non era coperto dal suo alibi. Quell’ora balla tuttora, anche se la consulenza di Cristina Cattaneo richiesta nell’indagine attuale dalla procura di Pavia la ricolloca nella seconda parte della mattinata, escludendo così Stasi dalla scena del delitto. E altri tre “errori”, molto sospetti, hanno contribuito alla mostrificazione prima e poi alla condanna di Stasi: la manomissione del suo computer e la conseguente cancellazione del suo alibi (consistente nel fatto che la mattina dell’omicidio lui aveva lavorato alla sua tesi), poi ripristinato nel corso del processo di primo grado in cui venne assolto; la mancata certificazione della incompatibilità con il suo DNA delle tracce trovate sotto le unghie di Chiara (oggi dichiarate compatibili con quello di Sempio); la “scoperta”, oggi messa fortemente in discussione sul piano scientifico, del DNA di Chiara sui pedali della sua bicicletta. Ha giocato a favore di Sempio la manomissione di una impronta dell’assassino, nota come impronta 33, oggi attribuita a lui ma in passato giudicata inutilizzabile. Al netto della chiarezza che l’indagine attuale della procura di Pavia riuscirà a fare su ciascuno di questi “errori”, la prima domanda da porsi è se, chi, quando e quanto pagherà per averli commessi, stante che il generale Luciano Garofano – allora capo del RIS e oggi, da pensionato, consulente di Sempio, perché in Italia un conflitto d’interessi non si nega a nessuno – va ogni giorno in tv a sostenere candidamente che non ne è stato commesso nessuno.
La tv, appunto. Si deve sempre a quell’originario pregiudizio lombrosiano su Stasi il coro colpevolista che per vent’anni ha accompagnato la vicenda giudiziaria nella stragrande maggioranza dei media mainstream – con poche e lodevoli eccezioni – continuando pervicacemente a sostenere e fantasticare che il movente di Stasi – mai individuato sul piano giudiziario – si annidasse nell’irritazione di Chiara per il consumo di pornografia del fidanzato; anzi, di pedopornografia, malgrado da questo sospetto infamante Stasi fosse stato per tempo prosciolto. E si deve invece all’attività instancabile di giornalisti, esperti e youtuber indipendenti lo smontaggio puntuale e sistematico del “teorema Stasi”, la rilettura minuziosa degli atti, degli interrogatori, delle intercettazioni, degli indizi grandi e piccoli che le cose, quel 13 agosto 2007, potevano essere andate in tutt’altro modo da quello cristallizzato nella sentenza di condanna di Stasi.
Chi si meraviglia o arriccia il naso per i record di audience e per l’attenzione ossessiva con cui il giallo di Garlasco è stato seguito nel corso del tempo, non capisce che siamo di fronte a un case-study non dell’informazione-spettacolo che plasma e plagia un pubblico passivo, ma precisamente del passaggio dal modello della manipolazione televisiva alla sua contestazione dal basso via web. Quello che si è giocato e si gioca su “Garlasco” – un nome diventato ormai una sorta di indicatore sociale e mediale – è uno slittamento dell’autorevolezza e della credibilità dal giornalismo e dall’opinionismo dei soliti noti che pontificano nei salotti televisivi a una informazione indipendente tutt’altro che manipolabile, tutt’altro che improvvisata o incompetente, tutt’altro che assetata di giustizialismo o digiuna di garantismo (è che infatti, per dirne una, non si è fatta imbeccare dalla propaganda di governo che ha tentato di fare di Garlasco una bandierina del Sì alla riforma Nordio).
La doppietta della procura di Pavia, che negli ultimi giorni ha tolto Stasi dalla scena del crimine e promosso la revisione della sua condanna presso la Procura generale di Milano per poi emettere il nuovo capo d’incolpazione contro Sempio, segna una svolta di centottanta gradi in questa lunga e tortuosa vicenda. E fa onore al sistema giudiziario italiano, che dimostra di essere capace di autocorreggere i suoi pur deprecabili errori: come dice uno degli avvocati di Stasi, quando lo Stato critica lo Stato c’è sempre da festeggiare.
Tuttavia siamo ancora ben lontani da una soluzione definitiva del caso. Per quanto il testo della convocazione di Sempio sia così dettagliato nella descrizione del delitto da far immaginare che la procura disponga di prove solide a sostegno della propria ipotesi, non può non destare più di un interrogativo una sostituzione di Stasi con Sempio che non contempla – almeno per ora – quelle altre presenze sulla scena del crimine ipotizzate da più parti sulla base di più di un indizio: le tracce di DNA sulle unghie di Chiara attribuite dalla stessa procura a un “ignoto 2” che ora sembra essersi dileguato nel nulla, la presenza di fronte alla casa di Chiara, il mattino del delitto, di una bicicletta nera non appartenente a Sempio, e infine ma non ultimo il sospetto lavoro di depistaggio della prima indagine che sembrerebbe volto a coprire un raggio di responsabilità più ampio di quelle di un diciannovenne ossessionato e respinto dalla sorella del suo migliore amico.
Bisognerà, ovviamente, aspettare la chiusura e la “discovery” dell’inchiesta. Bisognerà, soprattutto, vigilare affinché a Sempio non sia riservato lo stretto trattamento, da parte della procura, dei media e dell’opinione pubblica, che fu riservato a Stasi. Bisognerà ascoltare le ragioni della difesa del nuovo indagato, che nell’attesa delle carte respinge con forza il movente ipotizzato dalla procura. Intanto però una domanda ce la possiamo e ce la dobbiamo porre.
Se – se – l’impianto accusatorio della procura fosse avvalorato da prove e confermato, ci troveremmo di fronte a un femminicidio con movente sessuale attuato da un giovane che, secondo le ultime indiscrezioni filtrate sulla scoperta del movente, riteneva l’innamoramento la risposta a un vuoto di senso, lo scambiava per un’ossessione invincibile, ne scriveva sotto pseudonimo in un “forum di seduzione” incel, giudicava lo stupro una dimostrazione di virilità per giovani maschi in cerca d’identità, e placava l’angoscia consumando droghe e tagliuzzandosi con l’autolesionismo. Mentre da una parte gli innocentisti pro-Stasi cercavano nell’omicidio di Chiara Poggi le tracce di un “sistema Pavia” fatto di poteri occulti e complicità sociali omertose, e dall’altra parte il coro perbenista dei colpevolisti giudicava “raccapriccianti” le immagini di ordinaria pornografia presenti sul computer di Stasi, era forse di tutt’altra natura il catalogo che avevamo di fronte e che non abbiamo voluto vedere. Quel catalogo parla di una sessualità giovanile virtualizzata che si nutre e si accontenta di pornografia, di un’identità maschile perduta che si nutre e si accontenta di violenza, di una misoginia che si spinge fino all’eliminazione sadica dell’altra. Prima che ce lo dicesse Adolescence avremmo dovuto capirlo da Garlasco: sull’oscuro legame che annoda sesso, violenza e romanzo di formazione maschile abbiamo un problema.
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