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Il 7 maggio si sono tenute le elezioni per il rinnovo dei parlamenti regionali in Galles e in Scozia, e per oltre un terzo dei consigli municipali e delle contee inglesi, inclusi i trentadue municipi che compongono la città metropolitana di Londra. Complessivamente circa sedici dei quarantotto milioni di aventi diritto al voto britannici sono stati coinvolti in questa fase elettorale, fornendo alle consultazioni un valore che oltrepassa il loro reale carattere locale. Da questo ciclo elettorale si ha avuta una conferma del superamento tanto del modello bipolare in vigore da oltre due secoli quanto del consenso liberista instauratosi a partire dalla fine degli anni ‘70 del secolo scorso. Conservatori e Laburisti sono stati definitivamente soppiantati dai partiti regionalisti in Galles ed in Scozia, mentre nel quadro nazionale complessivo cinque partiti si contendono la scena con percentuali oscillanti tra il 15% ed il 26%.

Per comprendere le cause e la portata dei cambiamenti in corso è necessario allargare lo sguardo su un periodo più lungo.

Nel trentennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale, il Regno Unito aveva adottato politiche un modello di Stato sociale avanzato, con l’introduzione del Servizio Sanitario Nazionale, il potenziamento della rete di protezione sociale e di tutela dei lavoratori, la nazionalizzazione di settori strategici dell’economia. Il paese si era anche trovato a far fronte al ridimensionamento del proprio peso nelle questioni geopolitiche internazionali oltre che a dover gestire la ricostruzione post-bellica sotto il peso di un forte indebitamento, pur tuttavia conoscendo un periodo di benessere diffuso. Dal punto di vista istituzionale, si avvicendarono otto Primi Ministri alla guida di tredici governi nell’arco di dieci legislature, pur sempre nel segno dell’alternanza bipartitica imposta del modello elettorale maggioritario uninominale. La debolezza del sistema britannico venne a galla una prima volta negli anni ‘70, un decennio caratterizzato da una crisi economica, dovuta a cause endogene ed esogene come la crisi energetica del 1973, dalla conflittualità sociale e dall’instabilità politica.

Le elezioni del maggio 1979 segnarono un punto di svolta profondo. L’ascesa al governo della conservatrice Margaret Thatcher comportò l’affermarsi del modello neoliberista, basato sulla finanziarizzazione dell’economia, sul taglio progressivo delle protezioni sociali e delle tutele dei lavoratori, su una concezione dello stato più autoritaria e sbilanciata verso il grande capitale, sulla globalizzazione. Questa controrivoluzione si poggiò su maggioranze parlamentari forti e indusse una radicale trasformazione culturale nel paese che avrebbe portato il Partito Laburista, principale forza progressista e di opposizione, ad abbracciare l’ideologia neoliberista negli anni ‘90. I governi che si sono avvicendati dal 1979 in poi hanno abbracciato il modello neoliberista come base delle proprie politiche economiche e sociali, che hanno comportato la de-industrializzazione a favore della finanziarizzazione, la privatizzazione progressiva di ogni settore dell’economia e il taglio alla spesa sociale sul piano interno, la globalizzazione e il perseguimento di una politica imperialista a livello internazionale. Anche i governi laburisti insediatisi dopo il 1997 non hanno scalfito i fondamenti di quelle politiche e, pur laddove hanno investito in servizi sociali e in piani infrastrutturali, hanno subordinato la propria azione agli interessi del capitale finanziario, privilegiando la cosiddetta partnership tra pubblico e privato all’intervento pubblico diretto. In materia di politiche estere, i governi laburisti hanno sostenuto senza remore gli interventi in Jugoslavia, in Aghanistan ed in Iraq e si sono mostrati sostenitori entusiasti della globalizzazione.

Nel contempo, i Liberal-democratici, terzo partito nello scacchiere nazionale, sono stati a lungo una forza marginale e irrilevante, collocata comunque nel consenso abbracciato dai partiti principali. A partire dalla metà degli anni 2000 hanno conosciuto una rapida ed effimera affermazione nei sondaggi e nelle urne collocandosi come alternativa ai conservatori e ai laburisti, con toni social-liberali su questioni come privatizzazioni, istruzione, sanità, emergenza ambientale. La fase crescente di questo partito si è arrestata bruscamente quando la sua dirigenza ha deciso di formare un governo in coalizione con i Conservatori, attuando pesanti politiche di austerità.

L’indebolimento del consenso a questo progetto politico è avvenuto gradualmente, attraverso momenti di rottura susseguitisi in un quarto di secolo. Le avventure militari dei governi laburisti così come la mancata revisione delle leggi in materia di relazioni industriali e di diritto alla casa hanno prodotto un primo indebolimento del supporto al Partito Laburista. Con la crisi finanziaria ed economica scoppiata nel 2008 conseguente all’esplosione della bolla dei mutui negli USA, lo scetticismo nei confronti di modello neoliberista è aumentato, in particolare tra le generazioni nate a cavallo del 2000. Le politiche di austerità adottate da tutti i governi succedutisi dopo il 2010 e la conseguente crescita del divario nella distribuzione della ricchezza prodotta nel paese a vantaggio delle élite finanziarie hanno rafforzato lo scetticismo verso il modello neoliberista.

Questo cambiamento nell’orientamento generale della popolazione, si riflette nei comportamenti dell’elettorato britannico, tanto su scala locale quanto a livello nazionale, e nelle dinamiche tra le regioni autonome e lo stato centrale.

Innanzitutto, è venuta meno la notoria stabilità del sistema britannico basata su un bipolarismo quasi perfetto, sostenuto da un sistema elettorale maggioritario a turno unico. Dal 2010 a oggi i cittadini e le cittadine britannici sono stati chiamati ad esprimersi per il rinnovo della Camera dei Comuni cinque volte, con una durata media di poco più di tre anni per legislatura, a fronte dei cinque anni previsti dalla legge; complessivamente si sono avvicendati nove esecutivi al governo del paese. Storicamente i due partiti che si sono alternati al governo per un secolo erano rappresentanti di interessi eterogenei che riuscivano a trovare una sintesi in nome del potere e di una visione condivisa della società. Questa capacità di cooperazione è venuta meno; il susseguirsi di sette primi ministri del Partito dei Conservatori tra il 2015 e il 2024 è stato il sintomo di una frattura inconciliabile tra correnti interne al partito. Analogamente, il Partito Laburista ha dovuto affrontare due rimpasti di governo in meno di due anni successivi alle elezioni del 2026 e continua a essere ventilata la sfida alla leadership del segretario del partito e Primo ministro Keir Starmer tanto da parte del più progressista Andy Burnham che della destra interna. Tutto ciò nonostante i Laburisti abbiano subito una forte emorragia di iscritti a sinistra dopo l’elezione di Starmer come leader, riducendo le opportunità di conflitto interno e rendendolo molto omogeneo dal punto di vista ideologico.

Un secondo punto riguarda l’assetto nato dalla devoluzione dei poteri alle neo-costituite assemblee regionali gallese e scozzese nel 1999. Esso ha segnato il progressivo emergere di due partiti regionalisti che con il tempo hanno unito la critica dell’austerità alle proposte autonomiste o indipendentiste. L’accrerscersi delle disuguaglianze sociali, l’instabilità economica, la crisi immobiliare, il deterioramentro della sanità pubblica sono state associate dai partiti regionalisti e da una parte sempre più considerevole della popolazione all’eccessiva centralizzazione dello Stato e all’ingerenza del Governo nazionale con sede a Londra nella gestione degli affari interni. I due principali partiti del Regno Unito hanno conseguentemente perso consensi e seggi nelle assemblee regionali e, parzialmente, alla Camera dei Comuni. La Scozia è amministrata dal Partito Nazionale Scozzese (SNP) ininterrottamente dal 2007, partito che ha posto un forte accento allo Stato sociale e alla redistribuzione della ricchezza, in contrapposizione all’austerità imposta da Londra. C’è inoltre la questione dello sfruttamento degli idrocarburi al largo delle coste scozzesi, affidato ai privati all’epoca di Thatcher e i cui proventi non sono stati impiegati per la creazione di un fondo sovrano a beneficio della collettività, come accaduto ad esempio in Norvegia. Le elezioni dello scorso 7 maggio hanno consegnato una maggioranza relativa al SNP, con 58 dei 129 seggi dell’assemblea regionale, e hanno relegato i Laburisti e i Conservatori al rango di forze minori con rispettivamente 17 e 12 seggi. In Galles l’emergere del Partito del Galles (Plaid Cymru) è stato più lento per ragioni storiche che hanno fornito a questa regione un ruolo più subalterno agli interessi dell’Inghilterra e del Parlamento di Londra. Per molti anni il Partito del Galles ha occupato un numero di seggi oscillante tra gli 11 e i 17, in un’assemblea dominata dai Laburisti. Lo scontento con la gestione dei servizi sociali di competenza dell’amministrazione regionale e il malcontento verso le politiche del Governo centrale, soprattutto dopo l’insediamento del Governo laburista di Starmer, hanno consentito al Partito del Galles di scalzare i Laburisti e di imporsi come primo partito alle recenti elezioni regionali. Con il 35.4% delle preferenze e 43 dei 96 seggi a propria disposizione, il partito si appresta a formare un governo di minoranza, vista l’impossibilità di allearsi con l’estrema destra di Reform, giunta seconda, o con lo storico rivale laburista. Stando al programma elettorale del Partito del Galless, la futura amministrazione regionale si orienterà verso politiche di stampo socialdemocratico in materia di servizi sociali e assistenziali, parallelamente all’aumento dell’autonomia regionale.

Un ulteriore colpo al modello bipolare è provenuto dall’estrema destra euroscettica, xenofoba e turbo-capitalista, dapprima presentatasi come Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, noto come UKIP, poi come Partito della Brexit e infine come Reform. Guidato dall’istrionico speculatore finanziario e milionario Nigel Farage, UKIP è riuscito ad affermarsi nel panorama politico inglese e a dettare l’agenda, pur non riuscendo mai a eleggere un singolo deputato alla Camera dei Comuni. In materia di politiche sociali, UKIP ha caldeggiato lo smantellamento delle tutele dei lavoratori e del welfare state, proponendo implicitamente a un capitalismo pre-novecentesco, con anni di anticipo su Donald Trump o su Javier Milei. Sotto il punto di vista delle relazioni internazionali, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è stata una delle ragioni fondanti del partito e a essa sottendeva una concezione sovranista e imperialista delle relazioni internazionali, dove prevalgono gli accordi tra paesi a scapito delle istituzioni sovrannazionali, in linea con quanto avrebbe proposto Trump anni dopo. Dopo aver giocato un ruolo importante nel dibattito che avrebbe portato al referendum sulla permanenza nella UE del 2016, Farage ha abbandonato UKIP per poi diventare un esponente di spicco del nuovo partito per la Brexit, trasformatosi successivamente in Reform. In tutte queste sue incarnazioni l’estrema destra guidata da Farage ha assunto posizioni sempre più radicali, superando a destra il neoliberismo e portando nel dibattito politico i temi del turbo-capitalismo che si ritrovano nella comunicazione delle destre estreme al governo oltre-oceano. Piazzatosi come terzo partito per numero di consensi con poco più del 14% alle elezioni politiche del 2024, il partito Reform ha conosciuto una forte crescita nell’esposizione mediatica e nei sondaggi durante il 2025, accogliendo alcuni transfughi dei Conservatori e diventando il primo partito per intenzioni di voto a livello nazionale. Alle elezioni amministrative di maggio il partito si è posizionato primo in Inghilterra con oltre il 26%, pur ottenendo il controllo di solo un decimo dei consigli locali, e si è piazzato secondo in Galles con il 29,3% dei voti.

Infine, vi è la sfida al consenso thatcheriano da sinistra. Per circa un secolo il Partito Laburista ha avuto un ruolo egemonico nella rappresentanza delle istanze dei lavoratori e delle idee progressiste, che si confrontavano dialetticamente con le altre correnti interne al partito. Le varie forze che si pongono in alternativa ai Laburisti con un approccio più marcatamente ideologico sono minoritarie e marginali dal punto di vista istituzionale; anche le scissioni causate dall’inconciliabilità delle posizioni interne al partito non hanno portato alla creazione di realtà alternative ed elettoralmente concorrenziali con il Partito Laburista. Il dissenso al consenso neoliberista del New Labour è riuscito a organizzarsi e a imporre un’agenda socialdemocratica ai laburisti solo operando internamente e portando all’elezione di Jeremy Corbyn alla guida del partito nel 2015; nonostante i boicottaggi e le campagne aggressive della destra interna, il Partito Laburista ha proposto una piattaforma incentrata sul lavoro, sugli investimenti nello Stato sociale e sulla limitazione della finanziarizzazione dell’economia alle elezioni politiche del 2017. Tale progetto ha raccolto poco meno di tredici milioni di voti, pari al 40% del totale; esso ha rappresentato un risultato nettamente in controtendenza con il calo del consenso registrato dal partito dopo il 1997. Una serie di fattori che includono alcuni errori commessi dalla dirigenza, l’opposizione della destra interna e una campagna denigratoria da parte dei principali mezzi di informazione ha eroso pesantemente questo supporto elettorale alle elezioni successive, disputate sullo stesso programma del 2017. L’elezione alla segreteria nazionale di Keir Starmer, espressione della destra laburista, ha comportato un ritorno all’ortodossia neoliberista dell’era blairiana. Tuttavia, l’elettorato odierno è più volatile e meno incline a seguire un partito e la sua dirigenza a prescindere. Mentre il Partito Laburista subiva un’emoraggia di iscritti e di voti, la porzione di cittadinanza progressista non si è rifugiata nell’astensionismo, ma ha cercato nuova rappresentanza nei candidati indipendenti e nel Partito Verde in Inghilterra e in Galles. Sebbene i seggi ottenuti complessivamente da queste forze nel 2024 sia ininfluente, la loro crescita è stata significativa in quanto ha mostrato ai cittadini e alle cittadine una strada per incanalare la propria insoddisfazione e per rappresentare le istanze alternative al consenso neoliberista. Specificamente, nel corso degli ultimi due anni le voci contrarie alle politiche di austerità del governo hanno trovato un’espressione sempre più forte nei Verdi tanto alle elezioni suppletive quanto nelle consultazioni locali. L’elezione di Zack Polanski alla segreteria nazionale del Partito Verde nell’estate del 2025 ha accelerato il processo. Egli ha posto l’accento su tematiche sociali ed economiche progressiste in aperta critica con la linea di austerità e neoliberista dei Conservatori e dei Laburisti, parimenti ha criticato veementemente la posizione del Governo laburista nei confronti delle politiche israeliane.

La tornata elettorale di questo maggio pone la classe dirigente britannica di fronte all’impellenza di prendere atto della frammentazione della rappresentanza partitica e della fine del consenso neoliberista. Sinora la mancanza della presa d’atto era stata anche agevolata dalla distorsione di prospettiva causata da un assetto istituzionale che non ha conosciuto modifiche significative in due secoli; anche a fronte dei segnali forniti dall’elettorato nel corso degli ultimi dieci anni, Conservatori e Laburisti hanno creduto di potersi alternare alla guida del paese grazie a questa distorsione. Alle elezioni politiche del luglio 2024, questi due partiti hanno ottenuto 532 dei 650 seggi della Camera dei Comuni nonostante avessero raccolto il 57.4% dei consensi, con un calo di mezzo milione di voti per i Laburisti e di sette milioni di voti per i Conservatori rispetto alle elezioni precedenti. Questo risultato, che le dirigenze dei due principali partiti auspicavano fosse un ritorno al passato, è stato l’ultimo sospiro di un mondo che non esiste più. Nel prossimo futuro il panorama istituzionale ed elettorale del Regno Unito sarà plurale, in linea con quello che accade nel resto dei paesi europei occidentali; le istituzioni dovranno sapersi riformare e ammodernare per fornire adeguata rappresentanza a questa pluralità. Negare l’evidenza non gioverà alla democrazia britannica, produrrà invece un ulteriore scollamento della cittadinanza dalle istituzioni e genererà situazioni in cui partiti minoritari potranno ricevere poteri spropositati. Analogamente, la coabitazione tra un potere centrale forte e le regioni con assemblee proprie mostra la corda; è necessario rivedere l’impianto di uno Stato che ha assunto una connotazione federale pur mantendendo una struttura centralizzata. Ciò richiederà di affrontare un tema spinoso che molti fingono di non vedere, cioè quello dello status e della rappresentanza dell’Inghilterra in seno all’unione con le tre altre regioni storiche. Non è un caso che la narrazione xenofoba e sovranista dell’estrema destra trovi spazio nelle frange del nazionalismo inglese. Specularmente, l’estrema destra è riuscita a raccogliere consensi in Galles e in Scozia nel momento in cui si sono indeboliti i due partiti che per un secolo hanno rappresentato le istanze di uno Stato centralizzato.

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