Il Mali è entrato in una fase molto critica della sua recente storia di violenze e colpi di Stato dopo gli attacchi congiunti del 25 aprile portati da due gruppi armati contro la giunta militare al potere dall’agosto 2020, sostenuta dalle milizie russe dell’Africa Corps, eredi della Wagner. L’opposizione armata è formata da una parte dal Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (GSIM) composto da jihadisti affiliati ad Al-Qaida che operano nel Sahel ma basati soprattutto in Mali, dall’altra dal Fronte di liberazione dell’Azawad (FLA) che chiede l’indipendenza della parte settentrionale del paese abitata dai tuareg, che ne costituiscono la base principale.
Le due realtà armate hanno obiettivi diversi, gli integralisti del GSIM intendo imporre la legge islamica al paese e cercano di farla rispettare nelle zone sotto il loro controllo, mentre i tuareg del FLA puntano all’indipendenza. Per questo durante diversi anni le due realtà si sono reciprocamente combattute, con numerose vittime soprattutto tra la popolazione civile, fino a quando, mettendo da parte le divergenze, non hanno raggiunto un accordo nel marzo dello scorso anno per combattere il comune nemico: la giunta al potere. I militari, pur avendo rotto le relazioni con la Francia, mantengono una politica relativamente laica in un paese a maggioranza musulmana, e questo appare ai fondamentalisti del GSIM contrario alla loro visione di società. I tuareg del FLA rimproverano invece alla giunta di aver rinnegato nel gennaio 2024 gli accordi di Algeri, firmati nel 2015 tra l’allora Governo di Bamako e un insieme di movimenti tuareg, e che concedevano alla regione dell’Azawad un’ampia autonomia e l’integrazione delle diverse formazioni armate tuareg nell’esercito regolare. Nella decisione della giunta ha pesato anche la sopravvenuta crisi dei rapporti tra il Mali e l’Algeria, fino ad allora storica mediatrice dei conflitti nel nord del paese. Il risultato è stata la ripresa del conflitto armato anche nel nord.
La giunta, nata da un primo colpo di Stato dopo le agitazioni popolari a seguito delle elezioni parlamentari del marzo 2020 la cui regolarità era stata contestata, ha giocato in un primo momento sull’appoggio popolare. Un secondo colpo di Stato nel maggio 2021 fa arrestare il presidente e il primo ministro della transizione, consolida definitivamente il potere del generale Assimi Goïta, per poi restringere progressivamente ogni spazio di confronto politico. Le promesse di cedere il potere ai civili e di nuove elezioni non sono mantenute mentre le attività dei partiti politici vengono sospese a partire dall’aprile 2024. Il sovranismo dichiarato della giunta, anche per sfruttare un sentimento antifrancese che si era diffuso col fallimento delle missioni militari di Parigi a partire dal 2013, porta la giunta a mettere fine non solo alla presenza dei soldati francesi (2022) ma anche alla missione dell’ONU (Minusma) nel 2023. La nuova giunta stringe allora l’alleanza con la Russia e affida la sicurezza ai mercenari della Wagner poi sostituita nel giugno 2025 dall’Africa Corps, dipendente dal ministero della Difesa di Mosca. Si tratta di oltre 1.500 militari diversi dei quali già arruolati nella Wagner.
L’attacco del 25 aprile è stato preceduto da un’intensa attività militare sia da parte della giunta che dei gruppi armati. Grazie alla Wagner la giunta aveva ripreso il controllo di Kidal, la città del nord simbolo della resistenza tuareg che l’amministrava dopo gli accordi di Algeri. Da parte sua la galassia dei gruppi della resistenza tuareg, riunificata nel novembre 2024 nella nuova formazione del FLA riprende la sua attività nel nord. Il GSIM intensifica le operazioni soprattutto nel centro a partire dal 2022.
È però dall’estate 2025, dopo gli accordi tra GSIM e FLA, che viene messa in atto un’attività di accerchiamento della giunta al potere. Oltre all’intensificarsi degli attacchi in diverse parti del paese, il GSIM mette in atto il blocco del rifornimento di carburante alla capitale Bamako che mette in serie difficoltà la giunta. La svolta più significativa c’è stata con la capacità di coordinare i diversi gruppi combattenti per concentrare l’attacco prima contro la capitale Bamako e la vicina città di Kati, dove è stata attaccata la residenza del ministro della Difesa Sadio Camara, il principale artefice dell’alleanza con Mosca, rimasto ucciso da un’operazione kamikaze, poi nel nord contro la città di Kidal presidiata dai militari russi dell’Africa Corps e dall’esercito maliano. Ai militari russi è stato concesso di lasciare la città dopo aver reso le armi. Nei giorni successivi sono stati conquisti altri centri nel nord, mentre attorno a Bamako veniva nuovamente bloccato il flusso dei camion cisterna per approvvigionarla di carburante.
Dopo alcuni giorni di incertezza, durante i quali lo stesso capo della giunta militare Assimi Goïta non era più comparso in pubblico, i militari sembrano aver ripreso a reagire. La città di Kidal è stata bombardata a metà maggio dall’aviazione, senza riuscire a riprenderne il controllo. Il FLA qualche giorno più tardi ha però accusato l’esercito e l’Africa Corps di utilizzare bombe a grappolo (proibite dal trattato di Oslo sottoscritto dal Mali) e che sono particolarmente pericolose per la popolazione civile. Altre località sono state attaccate via terra, e l’esercito è riuscito a interrompere in una occasione il blocco attorno a Bamako senza riuscire a instaurare la normalità. Si segnalano piuttosto delle esazioni da parte dei militari maliani contro la popolazione civile nel corso delle controffensive. Particolare emozione ha suscitato l’attacco con un drone durante una festa collettiva di matrimonio nella città di Téné nel centro del paese che ha causato una decina di morti a metà maggio. Del resto ancora prima degli attacchi del 25 aprile, la società civile aveva accusato i comportamenti dei militari maliani e russi con una denuncia alla Corte africana dei diritti umani e dei popoli.
La situazione attuale si presta a diverse considerazioni. La giunta militare al potere esce indebolita dall’offensiva dell’opposizione armata. Tra i militari stessi si sono manifestate delle divisioni, poiché alcuni ufficiali sono stati arrestati per complicità all’indomani degli attacchi del 25 aprile. In questo momento la giunta non sembra ancora in grado di riprendere il controllo del paese malgrado che Mosca, respingendo un appello del FLA a lasciare il paese, abbia rinnovato il suo appoggio alla giunta e la presenza dell’Africa Corps. I militari russi si sono a loro volta mostrati incapaci di garantire la sicurezza del paese e dell’esercito maliano. Diversi osservatori sottolineano una diversa strategia dei militari russi, volta piuttosto a presidiare le località loro assegnate – seppure a Kidal siano stati sopraffatti – più che ad agire per prevenire attacchi o per smantellare basi della ribellione armata. Questa strategia sembra dettata anche dal fatto che la linea di comando nell’Africa Corps è meno flessibile rispetto a quella della Wagner, perché fa capo direttamente al ministero della Difesa russo. Non pochi sottolineano a questo proposito che la disfatta dei russi a Kidal e la loro scarsa incisività nel resto del paese dipendono con molte probabilità anche dalle difficoltà di Mosca sul fronte ucraino. Sul piano regionale l’Alleanza degli Stati del Sahel, messa in piedi dalle tre giunte militari del Mali, Niger e Burkina Faso, che prevedeva anche la reciproca assistenza militare, non sembra, aldilà delle roboanti dichiarazioni ufficiali, funzionare realmente, giacché tutti e tre i paesi devono far fronte a difficili situazioni interne.
Nelle sue scarne dichiarazioni la giunta di Bamako sembra determinata ad agire unicamente sul piano militare respingendo qualsiasi ipotesi di negoziati con l’opposizione armata. La giunta non sembra dunque prendere in considerazione la lezione dell’esperienza delle precedenti missioni militari francesi e dell’ONU che dimostra come l’opzione militare in questo contesto sia destinata a fallire. In un paese vasto e difficile da controllare in questi anni si sono visti fiorire gruppi di opposizione armata di diversa tendenza, che si sono dimostrati efficaci nel mantenere uno stato generalizzato di insicurezza e di precarietà.
D’altro canto la giunta militare continua a ostacolare non solo i partiti politici ma anche la società civile, privandosi in questo modo di possibili interlocutori nell’ipotesi di una transizione al potere civile che la giunta, dopo le promesse iniziali, si è di fatto impegnata ad affossare. Tutti gli appelli a una riconciliazione sono stati finora lasciati cadere dai militari.
Tutto questo accade mentre le condizioni del paese sono allarmanti. Secondo le Nazioni unite quasi 4 milioni di persone avrebbero bisogno di un’assistenza umanitaria urgente e circa 6 milioni sono in condizioni di vulnerabilità alimentare, destinata a peggiorare. Gli scontri in atto stanno accentuando infatti il numero degli sfollati interni, mezzo milione su 26 milioni di abitanti prima dell’offensiva armata. Tutto ciò senza contare il cambiamento climatico che colpisce in modo particolare proprio i paesi del Sahel. Per questo l’unica certezza di oggi sembra essere l’estrema fragilità della situazione.
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