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Come Charlot nel “Grande Dittatore”, il ragazzaccio che occupa la Casa Bianca si diverte a giocherellare con il mappamondo. Sceglie un punto del globo su cui trastullarsi – un giorno la Groenlandia o il Michigan, un altro giorno il Venezuela, un altro ancora l’Iran – ma dopo un po’ si stufa e passa ad altro, lasciando dietro a sé disordine e vite spezzate (in Michigan 2 vite, in Venezuela 80, in Iran 3000). Eppure, agli elettori aveva promesso “Mai più guerre!” e una nuova dottrina Monroe (anzi, Donroe in onore di Donald). Ricordiamogli intanto quella di Monroe (1821): «Dovunque sventolerà la bandiera della libertà, là saranno il cuore e le benedizioni dell’America. Ma essa non intende travalicare le sue frontiere a caccia di mostri da debellare». Davvero?

Come ogni monello sfacciato Trump dice bugie: giura di sfogliare sempre la Bibbia, mentre in realtà non legge mai nulla. Sono i precettori e le badanti che lo hanno in cura a indicargli con l’aiuto di un segnalibro quale pagina leggere. Proprio come faceva Rumsfeld, il mellifluo ministro della Guerra, per eccitare l’ingenuo Bush ad attaccare l’Iraq; gli inseriva tra le carte qualche versetto biblico del tipo: «Rivestiti dell’armatura di Dio, sicché tu sia pronto a resistere quando spunterà il giorno del male». Adesso sarebbe bene che a Trump aprissero la Bibbia alla pagina dove l’Ecclesiaste ammonisce: «Chi scava la fossa agli altri finirà per caderci dentro lui stesso». Perché la prossima fossa potrebbe essere Cuba. Impoverita da decenni di sanzioni, l’isola non avrebbe la forza di resistergli militarmente; ma i cubani farebbero ricorso, nel nome di José Martì, alle loro riserve di patria dignità; e sarebbe dura per entrambi i contendenti.

Alla ricerca di un pretesto, Washington ha rispolverato dagli archivi l’abbattimento nel 1996 di due Cessna anti-castristi in volo non autorizzato nei pressi dell’isola (4 morti). Al che l’Avana controbatte che – oltre alle innumerevoli aggressioni subite dal ‘59 in poi – nel 1976 le avevano proditoriamente abbattuto un volo regolare della Cubana Airlines (73 morti). Ora, per scaldare i motori, il Segretario di Stato Rubio dichiara: «Cuba è una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti». Davvero gli USA sono così malmessi da aver paura di un’isola allo stremo? Se Trump fosse un presidente sensato, seguirebbe la politica intrapresa da Carter nel 1978 e perfezionata da Obama nel 2015 con la riapertura di relazioni diplomatiche e una visita a L’Avana. Basterebbe poco per risollevare l’economia dell’isola e farsela amica, senza dilapidare altri miliardi come in Iran. Quale altra nazione, infatti, ha raggiunto in America Latina gli stessi livelli di Cuba nei settori medico e scolastico, i due pilastri per lo sviluppo di qualsiasi Paese?

Trump, invece, preferisce far ruotare il mondo al contrario. Geloso come un bimbo dei successi di Obama e succube dello scaltro Netanyahu, ha stracciato l’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto con l’Iran nel 2015, per poi finire impelagato in una crisi energetica devastante per l’intero mondo. Per il mondo intero, ma non per lui. Dopo aver fatto bancarotta cinque volte da imprenditore, ora che sta alla Casa Bianca gli è agevole accumulare qualche miliardo per sé e famiglia, in barba ai conflitti d’interesse e alla Costituzione. A ogni buon fine, si è fatto perdonare preventivamente dal suo Attorney General. Si riesumerà per lui la battuta di Woody Allen su Nixon: «Quando ha lasciato la Casa Bianca i domestici hanno dovuto contare l’argenteria».

La generosità presidenziale si estende ai suoi concittadini più facoltosi, alle società petrolifere e ai produttori di armamenti. Trump finge di ignorare un elementare principio dell’economia, secondo cui la tassazione non deve essere regressiva: si dovrebbe, cioè, applicare aliquote di prelievo maggiori per i contribuenti più danarosi. No, lui agisce al contrario; e le diseguaglianze sociali si allargano fino a far regredire gli USA ai livelli dell’Ottocento. E il Congresso che fa? Non dovrebbe sanare questa ingiustizia sociale? Certo, ma l’ostacolo sta in un sistema elettorale dove in genere vince chi ha più denaro da spendere. Nel 1975 era stato fissato un tetto ai finanziamenti per i candidati in campagna elettorale; finché una sciagurata sentenza della Corte Suprema nel 2010 diede ragione alla Citizens United, un’associazione di lobbisti, e adesso liberi tutti… Commento dell’allora presidente Obama: «Con la dovuta deferenza alla separazione dei poteri, credo che la Corte abbia aperto le paratie a interessi speciali e a poteri forti in grado di spendere senza limiti. Prego il Congresso di varare una legge correttiva». Il Congresso si è ben guardato dal farlo e la democrazia, sempre più indebolita, finisce per girare al contrario.

L’apice del surrealismo giudiziario si è raggiunto nel confronto Brasile-Stati Uniti. Dopo aver perdonato sé stesso per aver fomentato il delittuoso assalto al Congresso nel 2021, Trump ha amnistiato – come un monarca medievale – tutti i 1600 aggressori del famigerato 6 gennaio. Nel frattempo, in Brasile anche il presidente Bolsonaro – perse le elezioni contro Lula – aveva tentato un colpo di Stato che prevedeva tra l’alto l’eliminazione fisica di Lula; e ora si trova in galera assieme ai suoi sodali correi del golpe. Trump, fedele amico di Bolsonaro, ha invocato per lui la clemenza presidenziale di Lula. Ma intanto ha dato l’ennesimo impulso a una giustizia ruotata in senso contrario: risarcirà – ovviamente a spese dell’erario – i 1600 assaltatori del Congresso che la magistratura ordinaria aveva regolarmente condannati. Ora gli manca solo il Nobel per la Pace.

L’altro giorno si è chiusa al Palazzo di Vetro, senza successo, la sessione quinquennale di revisione del Trattato di Non Proliferazione nucleare, a cui aderiscono tutti i Paesi dell’ONU eccetto Israele, India, Pakistan e Corea del Nord. Suona insensato che gli USA bombardino l’Iran nel tentativo di distruggere i suoi siti nucleari (peraltro ispezionati dall’AIEA finché vigeva l’accordo, poi sabotato dagli USA), mentre Israele non ammette neppure l’esistenza della sua atomica, a differenza della Corea del Nord. È dal 2010 che la Lega Araba e la Turchia propongono di aprire un tavolo negoziale per il disarmo nucleare del Medio Oriente, che vincolerebbe tutti i Paesi dell’area ad accettare ispezioni dell’AIEA. Netanyahu è andato su tutte le furie: «Bisogna far cessare l’avanzata dell’Iran verso l’arma atomica, che mette in pericolo la pace del mondo e del Medio Oriente» e ha spinto Washington ad agire. Trump ha eseguito. Viene spontanea una domanda: quanto dista la valigetta dell’atomica israeliana dall’ufficio di Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale?

P.S.: Questo mondo che gira al contrario fa venire in mente, a contrariis, una simpatica poesia di Juan Goytisolo cantata da Paco Ibanez.

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