Nuovo corso socialista e “ricomposizione libertaria”: tra autonomia culturale e revanscismo politico
L’anniversario del “Midas” – l’hotel romano che all’indomani delle elezioni del ’76 ospitò il Comitato centrale socialista che porrà le basi per l’elezione a segretario di Bettini Craxi – ha riproposto nel dibattito politico una vecchia diatriba che parla anche al presente. E questo perché tornare a discutere del “duello a sinistra” innescato dalla precisa modernizzazione inaugurata dal nuovo corso craxiano, significa anche – specie in una fase che vede il profilo politico assunto dal Campo largo accusato di massimalismo populista proprio da quei sedicenti riformisti, figli spirituali della stagione pentapartitica – discutere della filosofia programmatica della coalizione chiamata a fronteggiare il governo uscente. Vale quindi la pena ricordare tanto i tratti essenziali del restyling di cultura politica patrocinato dai “quarantenni” della congiura del Midas, quanto le effettive ricadute in termini di progettualità e concreta azione di governo.
Nella fase aperta dal Midas – immediatamente denominata come “nuovo corso socialista” – il PSI e l’area del socialismo italiano vengono definendo poco a poco un’identità politica e un profilo progettuale chiaramente distinto e alternativo a quello di filiazione leninista e gramsciana che, seppur abbandonato nella prassi già nel corso degli anni Cinquanta, continuava ad aleggiare e a esercitare la propria egemonia sul versante teorico e della legittimazione ideologica. Se infatti il marxismo continuerà a essere riconosciuto da una fetta non indifferente del corpo del partito come una delle componenti culturali essenziali del socialismo italiano – perlomeno fino alla svolta di inizio anni Ottanta, che inserirà a pieno titolo il PSI nell’alveo del riformismo e delle socialdemocrazie europee –, ha inizio proprio in quel periodo una coesistenza sempre più intensa con altri filoni teorici del movimento socialista: da quello socialista-liberale di ascendenza rosselliana, il quale viene sia recuperato e rivalutato sul piano storiografico che coinvolto attivamente nella politica culturale del PSI e di «Mondoperaio», essendo in quegli anni rappresentato dalla battaglia teorica condotta da Norberto Bobbio; da un proudhonismo riscoperto e rispolverato in concomitanza con il successo riscosso nei socialismi latini dalla tematica autogestionaria; fino ad arrivare al dialogo ed all’integrazione (sulla scorta dell’operazione intellettuale compiuta in Francia dal giovane intellettuale Pierre Rosanvallon) con le acquisizioni più recenti delle scienze sociali – e nello specifico con quella teoria sistemica giudicata più efficace degli schemi marxisti per interpretare dal punto di vista politico le dinamiche delle società e delle organizzazioni complesse. Il tutto, passando per una più generale rivalutazione di quel filone riformista che fino alla fine del secondo decennio del Novecento aveva occupato una posizione egemone nella cultura politica e nella teoria del socialismo italiano.
Una sub-cultura, quella appena illustrata, decisamente eclettica e variopinta se paragonata all’ordinata e organica costruzione lasciata in eredità da Gramsci e adattata alla prassi politica da Togliatti. Ma obbligata a conformarsi in tal modo dalla necessità sempre più impellente di darsi una chiara specificità, attingendo così a piene mani dalla pluralità delle tradizioni libertarie, liberali e antistataliste del socialismo non-marxista. Operazione, questa, utile magari a un restyling capace di smarcare il socialismo italiano dall’influenza del contendente comunista e di fidelizzare lo zoccolo duro del 10% di elettorato, ma che proprio in virtù di un tale eclettismo, non a caso, non andrà oltre un quinquennio e non troverà mai un’applicazione pratica, configurandosi il PSI di governo degli anni Ottanta – come già si è detto – pienamente riformista e socialdemocratico (se non addirittura social-liberista); lasciando cadere, insomma, gli strumenti e le categorie ideologico-culturali utilizzate fino a quel momento per la conquista di uno spazio vitale a sinistra. Come già accennato, la ricerca di un’identità autonoma condotta nel contesto di quella che è stata definita da Perry Anderson la «ricomposizione libertaria del PSI»1, condurrà al disseppellimento e alla riscoperta teorica, da parte dell’area socialista e dei suoi intellettuali, di pensatori come Proudhon, appartenenti indubbiamente alla tradizione socialista, ma per un secolo rimossi e dimenticati in ragione dell’egemonia sul movimento operaio di quel marxismo che nel Manifesto del 1848 li aveva bollati come “utopisti”. Il nome di Proudhon sarebbe stato reso nuovamente celebre dalla querelle esplosa nell’autunno del 1978 in seguito alla pubblicazione su «l’Espresso» di un saggio firmato da Craxi (ma ideato da Luciano Pellicani): il Vangelo socialista. In realtà, nell’articolo la figura di Pierre Joseph Proudhon viene evocata di sfuggita, richiamando più che altro alcune considerazioni del filosofo francese sugli effetti e sulle realizzazioni potenziali del pensiero comunista, da lui definito «assurdità antidiluviana»2. L’oggetto centrale dello scritto del segretario socialista è il rapporto tra la tradizione socialista e l’ortodossia leniniana: rapporto, a parere di Craxi, antitetico e inconciliabile. Da un lato, infatti, «il socialismo è democratico, laico e pluralista, non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia»3, auspica il «potenziamento della società rispetto allo Stato ed il pieno sviluppo della personalità individuale»4, e per realizzare ciò «presuppone una pluralità di centri di potere (economici, politici, religiosi, ecc) in concorrenza fra di loro»5. Dall’altro, il leninismo (e il comunismo di cui il primo è espressione) si configura al contrario come il negatore della «tradizione pluralistica della civiltà occidentale»6, un intruso asiatico avente come fine la compressione (se non la cancellazione) dell’individualità, l’imposizione di un’unica verità ideologica (il marxismo-leninismo) e la statalizzazione coatta della società. Tutto ciò non ha per Craxi l’aspetto di un’errata applicazione della teoria, di una sua degenerazione, ma altro non è che «l’implicazione logica» di un approccio di carattere giacobino, facendo dunque risalire la contrapposizione tra socialismo e leninismo al 1789, quando cioè a fronteggiarsi erano una concezione centralistica del potere e un’altra di segno pluralistico. Conseguentemente, la via e l’identità indicata da Craxi per il socialismo è quella di un saldo ancoraggio alla civiltà occidentale, tale da porlo sulla linea di continuità tracciata dall’illuminismo riformatore: il socialismo, dunque, come un «liberalismo organizzato e socializzatore», suo superamento (e non annientamento), avente come fine una diffusione massima del potere politico, economico e culturale.
Breve la vita felice dell’autogestione: ambiguità e strumentalità di un’idea-forza
Si capisce bene come, in un simile quadro concettuale, “l’autogestione” venga a configurarsi come la struttura portante di un progetto socialista autonomo e rinnovato, perché in grado di rispondere a una duplice esigenza. Da un lato, quella di fornire sul piano dei rapporti di proprietà un’alternativa chiara e distinguibile sia alla proprietà privata propria del capitalismo che allo “statalismo proprietario” dei socialismi reali; dall’altro, quella di rappresentare il principale strumento istituzionale attraverso cui ovviare alla crescente esigenza di partecipazione e rispondere alla paralisi e all’ingolfamento dei processi decisionali delle società complesse. Se negli anni Sessanta la bandiera dei socialisti, loro idea-forza, era quella della programmazione e del governo dello sviluppo, negli anni Settanta sarà la volta dell’autogestione e della riappropriazione sociale delle funzioni politiche, concetto attorno a cui si troverà a ruotare il modo di intendere tanto la riforma dello Stato più in generale che le forme di democrazia industriale dibattute e proposte dal PSI.
Un’idea-forza che però, malgrado la sua potenza sul piano evocativo e simbolico, risulta alquanto debole in termini operativi e programmatici in ragione della polisemia di cui viene (forse involontariamente) caricata, attribuendole ciascuna componente e sensibilità interna al PSI una differente accezione e, conseguentemente, traduzione politica. Lo stesso Craxi – che in seguito alla rottura/esaurimento dell’asse con Signorile derubricherà e metterà di lato la parola d’ordine dell’autogestione –, nel periodo che va dal comitato centrale del Midas al congresso di Torino rivendica fieramente e a più riprese la caratterizzazione autogestionaria del Progetto socialista e del “nuovo corso”, esaltando la «difesa della libertà e della democrazia» operata al suo interno grazie a «nuovi tipi di rapporti tra governanti e governati, tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, tra pianificazione, socializzazione e autogestione»7.
Coerentemente dunque con quanto affermato all’inizio del paragrafo e appena ribadito, l’eclettismo e le mediazioni alla base della ricomposizione libertaria che anima il nuovo corso socialista avrebbero nei fatti avuto vita breve, finendo nel corso di qualche anno per valorizzare compiutamente una sola fra le componenti a cui si è accennato – ossia quella di impronta riformista, socialdemocratica e liberalsocialista – e per accantonare invece quelle che, in ragione di un uso largamente strumentale e ideologico, tutto interno al “duello a sinistra” e al revanscismo nei confronti del contendente comunista, potremmo definire “velleità autogestionarie”. Un intellettuale d’area come Galli Della Loggia – tra i principali protagonisti della stagione di rinnovamento culturale del PSI – affermerà non a caso in quegli anni che alla base della scarsa, se non nulla, fungibilità del Progetto socialista dentro cui la ricomposizione libertaria si era incarnata, vi sarebbero «un’ambiguità e un’incertezza che se nell’immediato giovarono alla sua fama non gli potevano però consentire di superare il tempo in cui esso fu pensato e redatto»8. Del resto, i due concetti chiave che, modellandone l’impianto, erano posti alla base del Progetto socialista, cioè l’idea di conflittualità e quella di alternativa, avrebbero mantenuto un tasso di mimetismo non indifferente rispetto a quella tradizione comunista-rivoluzionaria – da cui il socialismo italiano era intenzionato a sancire la propria autonomia – fino a quando non pienamente integrati con «un altro concetto-chiave: quello della compatibilità»9. L’esigenza che insomma comincia a farsi sempre più sentita nel PSI e tra il suo corpo intellettuale è quella di svincolarsi dalla rigida polarità contenuta nella diade “capitalismo/anticapitalismo”, al fine cioè di adottare e far propria un’idea di socialismo laica, fermamente incastonata dentro una cornice democratico-riformatrice ed equidistante tanto dal «miraggio di una rivoluzione palingenetica» che dal «ripiegamento su una più efficiente amministrazione dell’esistente»10.
È chiaro come l’accantonamento del tradizionale anticapitalismo del partito, dovesse necessariamente avere ripercussioni sul modo di intendere l’ideale autogestionario. Chi spinge verso una decisa e definitiva omologazione al modello socialdemocratico non può infatti che ritenere vaga e indeterminata la prospettiva mediana (né comunismo, né riformismo) delineata a livello identitario e programmatico in occasione del congresso di Torino, una vaghezza che a loro parere rischia di condurre il PSI nello stesso vicolo cieco dentro cui sembra volersi infilare il contendente comunista con la proposta della “terza via”11.
Ma a sancire pubblicamente sugli organi del partito questo ridimensionamento della tematica autogestionaria, questo mutamento della sua accezione, sarà proprio uno dei più appassionati esegeti di Proudhon e del suo socialismo poliarchico: ossia, Giuliano Amato. Alla fine del decennio infatti, affermerà la necessità di far compiere una «lunga marcia fuori dall’utopia»12 all’idea di autogestione e alla strategia di riappropriazione delle funzioni politiche a essa sottesa. Si tratta, insomma, di far cadere qualsiasi declinazione palingenetica (quella stessa che dai socialisti viene rimproverata al leninismo) dell’idea di autogestione: per essere resa un concreto «progetto di trasformazione sociale» – in luogo di una «compiuta ed autosufficiente»13 ideologia – essa deve necessariamente rifuggire dalla tentazione di delineare «soluzioni armoniche» e perfette, facendosi piuttosto – secondo quel pragmatismo riformista proprio della laicità socialista – «fine tendenziale che orienta i processi reali»14. Questa tendenzialità implica perciò un diverso modo di concepire l’autogestione comincia: essa va cioè vista non più come un “principio ordinatore” e generale in grado modellare geometricamente e cascata la società, bensì come una «molteplicità di procedure sociali» tali da decongestionare le istituzioni di governo, redistribuendo responsabilità e funzioni e conferendo dunque materialità e chiarezza alla sfuggente parola d’ordine della «riappropriazione». Sta qui insomma per Amato il confine tra un socialismo che rimane intrappolato nelle pastoie dell’utopismo e un socialismo dotato invece di una reale «cultura di governo».
È possibile interpretare questa mutazione dell’idea di autogestione in due modi differenti, ciascuno dei quali teso a evidenziare uno degli aspetti della trasformazione che la cultura politica socialista conosce parallelamente. Da un lato, possiamo leggere questo mutamento come il passaggio da una concezione ideologica a una concezione pragmatica dell’autogestione, essendo la prima segnata dalla ricerca di principi palingenetici e totalizzanti – volti cioè a plasmare e strutturare l’intera architettura sociale – e la seconda informata al contrario a un metodo “sperimentale” e che non pretende in alcun modo di fornire formule assolute e onnicomprensive. Dall’altro, possiamo invece affermare che, se originariamente la tematica autogestionaria agitata dal PSI presenta una matrice indubbiamente libertaria (nel quadro cioè di una concezione positiva della libertà, volta all’autogoverno dei processi da parte di un individuo non isolato, ma immerso in una rete di relazioni sociali), l’evoluzione che nel lasso di tempo che va dal congresso di Torino del 1978 a quello di Palermo del 1981 trasforma il PSI da partito del Progetto a partito della governabilità, fa sì che essa – ridimensionata nella portata – assuma una veste e una connotazione più marcatamente liberale, avvicinandosi a un’idea di libertà negativa e intesa come non-interferenza nella vita dei singoli. Più che smistare e indirizzare verso organismi locali e di base le decisioni che intasano il potere centrale, i teorici della nascente componente riformista del PSI ritengono infatti più efficace e produttivo – per non sostituire a un «Leviatano statale e burocratico» un «Leviatano collettivo-comunitario» – lasciare che queste decisioni vengano «assorbite entro la sfera delle scelte e dei comportamenti individuali»15.
A fronte insomma di trasformazioni epocali che avrebbero “laicizzato” gli interessi sociali e prodotto una loro tendenziale «differenziazione individualistica» – la stessa descritta da Kirchheimer attraverso la sua teoria del “partito pigliattuto” – , fenomeno chiaramente opposto a quel «bisogno di integrazione»16 alla base invece dei processi di socializzazione politica entro cui l’autogestione viene a collocarsi. E, più nello specifico, a fronte della trasformazione – veicolata dall’affermazione dello Stato sociale/assistenziale – dei «cittadini in utenti, ciascuno con la sua pratica, la sua domanda, la sua (garantita) aspettativa di rapido appagamento», e del conseguente abbassamento del livello di partecipazione e di mobilitazione collettiva. Di fronte di tutto ciò, si domandano i riformisti del PSI, è adeguata una risposta come quella dell’autogestione, la quale implica inevitabilmente un’intensità del tasso di mobilitazione politica decisamente superiore a quello che nelle società industrialmente avanzate si presenta invece come un trend (e a loro avviso in maniera assolutamente ineluttabile) decrescente? Non sarebbe più logico semmai attrezzarsi politicamente e programmaticamente dinnanzi al fatto che «il cittadino maturo del nostro tempo voglia, non partecipare alla gestione [dei servizi], ma averne garantita la trasparenza e avere gli strumenti per attivarne il controllo e per vedersi assicurata la trasparenza»17? È chiaro come questa visione del progetto autogestionario e della sua finalità “riappropriativa”, esprimendo un sostanziale ottimismo circa la capacità autoregolativa della società civile, tenda ad avvicinarsi più agli assunti della tradizione liberale che a quelli del socialismo di derivazione marxista, decisamente più scettico rispetto alla capacità della società civile di produrre politicità autonomamente e senza mediazioni, e proprio per questo molto più propenso a valorizzare l’azione dei corpi intermedi ai fini del superamento di particolarismi e di atteggiamenti corporativi. Non che la componente riformista del PSI non avverta il bisogno di risposte e di “sintesi generali” da fornire alla società: tende indubbiamente a mutare, però, lo strumento (e con esso le modalità) con cui realizzare questa generalizzazione di interessi settoriali. Al partito di integrazione di massa, al partito-comunità, immerso attivamente nella società nel tentativo di raggruppare e portare a sintesi istanze molteplici attraverso un’azione di mobilitazione, i riformisti del PSI – rivendicando tra l’altro una linea di continuità con taluni aspetti dell’elaborazione del Progetto socialista – sembrano infatti preferire un modello di partito leggero e elettoralista, o quanto meno costretto a un ruolo “passivo” e limitato alla semplice proposizione di programmi elettorali e di indirizzi dotati di generalità da una società civile sempre più matura e sempre meno disponibile a farsi plasmare da soggetti esterni:
il partito non può più pretendere di mobilitare, di sommare con una sua organizzazione capillare una congerie di interessi […]. Può però offrirsi ad una società […] disposta oramai più a scegliere che ad essere scelta, come punto di riferimento programmatico; come polo di aggregazione, che affida la sua forza aggregante agli indirizzi e alle opzioni che offre sui complessivi problemi di governo18.
Sembra come se nello schema di fondo che ispira la visione socialista dei processi decisionali e di formazione della volontà collettiva trovi sempre meno spazio la sequenza individuo-società-Stato – che riconosce un reale spazio d’azione ai corpi intermedi, assegnando a questi il ruolo di anello di congiunzione e di fattore di compenetrazione fra individuo e Stato – a favore invece della polarità (tipicamente liberale) individuo-Stato, che riduce il ruolo dei partiti a quello delineato nel modello schumpeteriano del “mercato politico”, volto cioè alla pura selezione della classe dirigente.
In ragione di quanto detto, a essere centrale è perciò non tanto il fatto che a prendere il sopravvento – in luogo dell’autogestione – sia la parola d’ordine della governabilità, ma che a imporsi sia nello specifico una sua precisa variante, tesa a marginalizzare e a mettere in secondo piano la dimensione deliberativa di base e le dinamiche partecipative che a essa si ricollegano. Come infatti sottolineato da alcuni esponenti socialisti riconducibili alla sinistra interna, già il Progetto di Torino e l’ipotesi autogestionaria che gli era sottesa rappresentavano una effettiva «teoria della governabilità»19, visto che la prospettiva di allargamento dei canali di raccolta delle domande sociali a cui avrebbe dovuto condurre la sedimentazione di organismi e di pratiche consiliari e di democrazia diretta scaturiva in primo luogo dalla ricognizione della situazione di congestionamento entro cui versavano le società industriali avanzate degli anni Settanta. A una “terapia” che guarda al problema dell’ingovernabilità dal punto di vista della domanda/consenso, la componente craxiana del PSI oppone invece una terapia focalizzata sul versante della offerta/decisione. La governabilità rivendicata dal PSI craxiano si identificherà dunque sempre più con l’obiettivo del rafforzamento e della stabilizzazione dell’esecutivo20, lasciando in secondo piano prima, e nel dimenticatoio poi, il polo autogestionario della strategia di riforma dello Stato. Questo cambiamento di prospettiva, con il rovesciamento di priorità che ne consegue, viene motivato e ricondotto allo stato di inefficacia e disorganizzazione del sistema politico italiano.
La stessa dinamica partecipativa implicita nello sviluppo di forme di autogestione sociale risulterebbe, in assenza di una solida e forte «funzione di governo» in grado di dare seguito e concretezza alle istanze di base, frustrata e ostacolata, finendo inevitabilmente per dare vita a fenomeni di ripiegamento corporativo. Grande riforma e governabilità vengono dunque presentate dapprima – in una fase segnata dall’ambiguità e dalla mediazione sul piano identitario e ideologico, quando cioè non è ancora chiaro e conclamato l’approdo riformista e socialdemocratico – non come l’accantonamento del Progetto e delle direttrici di trasformazione che in esso sono contenute, ma piuttosto come il loro prerequisito: quale profonda edincisiva riforma sociale sarebbe infatti possibile senza un apparato statale e di governo capace di durare per un tempo sufficientemente lungo?
Fu vera modernizzazione?
Per avviarci alla conclusione di questo bilancio del “nuovo corso” inaugurato dal Midas, va innanzitutto sottolineato come, in maniera neanche troppo dissimile dal contesto francese analizzato minuziosamente da Boltanski e Chiapello, anche in quello italiano – e più specificamente nell’ambito del PSI e della sua cultura politica – la tematica autogestionaria diventa uno dei terreni su cui si realizza la scissione fra le esigenze dell’autonomia individuale e quelle della sicurezza sociale e della perequazione dei redditi, fra la “critica artistica” e la “critica sociale” che la sinistra e il movimento operaio erano fino ad allora riusciti a tenere assieme. La carica antistatalistica e individualistica a cui si è accennato prima, insomma, fa sì che il primato assegnato alla società civile e alla sua autonomia rispetto allo Stato, nel momento in cui si emancipa dalla critica dei rapporti sociali di produzione e lascia cadere il fine di una società ‘altra’ e socialista, si trasformi in una sorta di primato degli operatori di mercato e delle dinamiche che hanno sede in esso. Privilegiando, così, da un punto di vista antropologico, solo una – nello specifico, quella mercantile dell’homo oeconomicus – delle dimensioni di cui la società civile si compone. L’integralmente politica “autogestione dei cittadini” si converte, nei fatti, in una integralmente economica “autoregolamentazione del mercato” e dei soggetti che operano al suo interno, divenendo evidenti anche in questo caso i punti di contatto fra le ideologie orizzontaliste/antistataliste e il senso comune neoliberale.
Si può insomma affermare che, malgré lui, il concetto di autogestione (su cui nei fatti si impernia la ridefinizione identitaria del “nuovo corso”, o quanto meno la narrazione) abbia rappresentato uno dei principali vettori della mutazione genetica del socialismo italiano verso quel ʻsocial-liberismoʼ che a partire dagli anni Novanta contraddistinguerà il panorama dei partiti progressisti europei. Se dunque il frutto della stagione inaugurata dal Midas può essere riassunto nel binomio decisionismo/mercato, più che di modernizzazione del socialismo ha senso parlare di una sua strutturale rimozione. Laddove, invece, il Campo largo necessita di una sua originale reinvenzione, volta a innovare le forme di limitazione e di democratizzazione dell’economia.
Note
1 P. Anderson, Norberto Bobbio e il socialismo liberale, in G. Bosetti (a cura di), Socialismo liberale. Il dialogo con Norberto Bobbio oggi, supplemento all’edizione de l’Unità del 9 novembre 1989, p. 23.
2 Craxi, Il Vangelo socialista, l’Espresso, 2 agosto, 1978; ora in G. Sabbatucci (a cura di), Storia del socialismo italiano, Il Poligono Editore, Milano, 1980, p. 413.
3 B. Craxi, Il Vangelo socialista, cit., p. 418.
4 Ivi, p. 413.
5 Ivi, p. 419.
6 Ivi, p. 413.
7 B. Craxi, I valori del socialismo, Mondoperaio, 1978, n. 3, p. 3.
8 E. Galli Della Loggia, Il socialismo improbabile, Mondoperaio, 1980, n. 11, p. 7.
9 Ivi, p. 8.
10 L. Benadusi, Un metodo troppo presto abbandonato, Mondoperaio, 1980, n. 11, p. 6.
11 Ivi, p. 99.
12 G. Amato, La lunga marcia fuori dall’utopia, Mondoperaio, 1979, n. 10.
13 Ivi, p. 101.
14 Ivi, p. 103.
15 Ivi, p. 105.
16 G. Amato, Il PSI nella crisi dei partiti di massa, Mondoperaio, 1981, n. 3, p. 91.
17 Ibid.
18 G. Amato, Il PSI nella crisi dei partiti di massa, cit., p. 94.
19 L. Covatta, Il riformismo tradito, Mondoperaio, 1980, n. 12, p. 21.
20 L. Cafagna, Crisi sociale e crisi delle istituzioni, Mondoperaio, 1982, n. 9, p. 14
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