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La mappa politica dell’America Latina si tinge sempre più di nero. E negli ultimi mesi la macchia si è sensibilmente allargata, inglobando vari paesi che, seppur con tonalità e intensità diverse, sono andati a ingrossare le fila reazionarie. Di tutto questo, e di altro ancora, tratto nel libro L’internazionale reazionaria. Dall’America Latina all’Europa le reti della nuova destra, uscito lo scorso maggio per Castelvecchi editore.

Ultimi arrivati, Colombia e Perù

In Perù, dopo ben tre successivi tentativi andati a vuoto, la figlia dell’autocrate Fujimori è finalmente riuscita a farsi eleggere, pur con uno scarto di poche migliaia di voti sul suo avversario di sinistra, coronando l’ossessione che la divorava da decenni. Il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale è stato quello della sicurezza, in particolare nelle aree urbane. Nazionalista conservatrice, Keiko Fujimori non aveva mai riconosciuto le proprie precedenti sconfitte, gridando sempre ai brogli. Inoltre nelle penultime elezioni presidenziali del 2021, quelle in cui prevalse per una manciata di voti un esponente di sinistra, il maestro rurale Pedro Castillo (poi destituito e arrestato nel dicembre 2022 per l’improvvido e goffo tentativo di auto-golpe), Keiko al ballottaggio ricevette anche il sostegno del neoliberista peruviano Mario Vargas Llosa. Il Premio Nobel per la Letteratura, pur essendo acerrimo nemico del padre Alberto, che nel 1990 lo aveva umiliato sconfiggendolo nelle presidenziali, invitò a turarsi il naso e a votare una Fujimori pur di scongiurare che un rappresentante del Perù profondo, povero e meticcio vincesse. Come spesso è successo a coloro che Vargas Llosa decideva di appoggiare (così conquistandosi l’appellativo di menagramo), in quella occasione Keiko perse e Castillo, seppur sul filo di lana, vinse. L’altro esponente conservatore che, nelle ultime presidenziali, puntava ad arrivare al ballottaggio al posto di Keiko (e che al secondo turno l’ha appoggiata), era Rafael López Aliaga, ex Sindaco di Lima, ferocemente razzista, propagandista dei cosiddetti movimenti pro-vita e famiglia, legatissimo ai post-falangisti di Vox, filo-trumpiano doc, tanto da inventarsi una improbabile celebrazione in ricordo del propagandista sovranista Charlie Kirk (assassinato negli USA nel 2025), in un parco della capitale peruviana, pur di ingraziarsi le lobby MAGA, con incolpevoli truppe cammellate prelevate con autobus nei quartieri più marginali, e retribuite con la colazione al sacco.

In Colombia invece, il vincitore – anche in questo caso per un risicatissimo margine di voti – è un personaggio al suo esordio come candidato presidenziale ed estraneo alla attività politica diretta. Si tratta di Abelardo De la Espriella, ADLE, avvocato faccendiere, che nella sua brillante, ancorché opaca, carriera forense ha difeso narcotrafficanti e paramilitari (come è il caso dell’italo-colombiano legato alla ‘ndrangheta Salvatore Mancuso), fino a personaggi come Alex Saab, “braccio destro” dell’ex autocrate venezuelano Nicolas Maduro, implicato in mille trame a partire dal riciclaggio. Ha tre passaporti, oltre al colombiano e all’italiano, quello statunitense, paese quest’ultimo dove ha vissuto a lungo e dove è entrato nel circuito MAGA del Partito Repubblicano della Florida. Come denunciato dal Presidente uscente Gustavo Petro, difficile dire se sarà più leale alla Costituzione colombiana o più sottomesso alla fedeltà trumpiana. Sicuramente sarà filo-Netanyahu e accanitamente militarista. Atteggiamento, quest’ultimo, posticcio e strumentale inizialmente sfoggiato a meri fini elettoralistici e che, a vittoria avvenuta, è diventato il leit motiv della sua presidenza.

Senza aspettare il ballottaggio, già all’indomani del primo turno Giorgia Meloni gli ha telefonato per congratularsi. Zelo alquanto sospetto, forse spiegabile con l’affannosa rincorsa del vannaccismo, che sta caratterizzando il crepuscolo del Governo a trazione post-missina.

La potente destra colombiana non ha tardato un nano-secondo a benedire De la Espriella. Del resto, l’amministratore delegato di questa destra, l’ex Presidente Álvaro Uribe, già in campagna elettorale aveva puntato sul tigre (soprannome felino che si è dato il Presidente eletto, nell’ansia di emulare l’argentino Milei, che si fa chiamare alternativamente o il leone o il topo), abbandonando al proprio destino l’ex delfina, Paloma Valencia, che alla fine ha raggranellato un misero 7%. C’è da dire, comunque, che Uribe, registrato il tiepido ossequio ricevuto alle sue aperture da parte di De la Espriella, negli ultimi giorni di luglio ha messo a segno un notevole colpo a effetto riuscendo a far eleggere Presidente della Camera dei Deputati un esponente del proprio partito, Centro Democratico, seconda forza politica, votato anche dalla sinistra del Pacto Histórico di Iván Cepeda, prima forza politica colombiana, e lasciando a bocca asciutta il candidato di ADLE. Questa vicenda, che ovviamente non va enfatizzata, perché comunque si è già scatenata la corsa per salire sul carro in soccorso del vincitore, mette tuttavia in evidenza le grandi opportunità di iniziativa politica che si aprono per una sinistra che si è consolidata come espressione di metà della Colombia e che, pur in presenza di un sistema presidenziale (comune peraltro a quasi tutti i paesi latinoamericani), ha una fortissima presenza territoriale e parlamentare. Con rilevante potere di interdizione che, se ben utilizzato, potrebbe rivelarsi un formidabile strumento politico.

Con il ritrarsi dell’onda rosa, quella nera inizia dal Brasile…

Negli ultimi anni, dopo l’estinguersi di quella che fu definita “l’onda rosa”, con governi variamente progressisti, e spesso populisti, che cercavano di attuare politiche di inclusione e giustizia sociale grazie alla fortuita concomitanza con il boom dell’esportazione delle materie prime verso il mercato cinese, una rete reazionaria si è dipanata in molti paesi latinoamericani. Questa rete è caratterizzata da solide incrostazioni nell’ideologia MAGA, e da legami sempre più profondi e operativi sia con l’ultradestra di Netanyahu, sia con le estreme destre europee, a partire dalla neo-franchista Vox in Spagna e dai post-missini in Italia.

Il colpo più duro venne inferto attaccando il Brasile, dove le politiche sociali di Lula avevano dimostrato che colpire la povertà salvaguardando, e anzi emancipando i poveri, oltre che giusto era possibile. Per assestare questo colpo collaborarono in molti, dalle potenti chiese evangeliche finanziate dalle lobby statunitensi ai conglomerati mediatici iniziando da Rede Globo, da un uso scellerato della giustizia (caratterizzato da una sfacciata ingerenza degli USA, e anche da presenze italiche come quella dell’ex magistrato Piercamillo Davigo che generosamente dispensò i propri buoni consigli al giudice-sceriffo Sergio Moro, quello che poi illegittimamente incarcerò Lula, e che ora si è accomodato su un comodo scranno di senatore, ovviamente di destra), fino al sistematico confezionamento di fake news. L’avvento dell’ignobile Governo Bolsonaro, da noi osannato soprattutto dal leghista Salvini, sancì il cambio di fase. Si strinse l’alleanza con il primo Trump percorrendo, in leggera differita, il medesimo percorso: l’assalto alle istituzioni della democrazia, prima a Washington e poi a Brasilia (per il tentato golpe del 2023 Bolsonaro e il gruppo di ministri e militari che lo appoggiò sono finiti in carcere dopo un regolare processo, mentre negli Stati Uniti le cose sono andate alquanto diversamente, e Trump è di nuovo alla Casa Bianca, da dove ha graziato i golpisti di Capitol Hill). L’alleanza oltre che politico-affaristica fu anche ideologica, grazie alla collaborazione tra il guru del proto-trumpismo, Stephen Bannon, e quello del bolsonarismo, l’ormai defunto Olavo de Carvalho. Invece la componente filo putiniana la garantì l’allora Ministro degli Esteri di Bolsonaro, Ernesto Araújo, un esagitato euroasiatista stregato da Dugin.

In Brasile il prossimo 4 ottobre si terranno le elezioni presidenziali forse più importanti dalla fine della dittatura militare. Lula sarà ancora in campo per quella che si delinea come la battaglia storica, non solo per mantenere il continente-Brasile nel campo progressista, ma anche per farne un riferimento di civiltà, di diritto, di progresso e di democrazia, per tutta l’America Latina.

Non c’è spazio per parlarne qui diffusamente, ma voglio almeno accennare ad altre tre realtà di resistenza, oltre al Brasile.

Il Messico, secondo paese latinoamericano del G20 dove, dopo l’accentuato populismo di Andrés Manuel López Obrador, l’attuale Presidenta Claudia Sheinbaum, pur facente parte del medesimo partito Morena, sta cercando di districarsi tra l’invadenza del vicino del nord e la dilagante violenza delle mafie del narcotraffico.

L’Uruguay, dove il centro-sinistra del Frente Amplio è al governo con un Presidente, l’italo-uruguayano Yamandú Orsi, politico di sinistra, che sta consolidando quanto costruito dai suoi predecessori Tabaré Vázquez e José Pepe Mujica, e che proprio per questo è stato preso di mira dal Segretario di Stato USA Rubio, nel corso del “meeting anticomunista” del 16 luglio a Washington.

E il Guatemala, con l’eroica resistenza del Presidente Bernardo Arévalo e di una parte delle organizzazioni dei popoli originari, contro la mafia del “patto dei corrotti” che coinvolge magistratura, esercito, potentati economici e grandi narcotrafficanti.

e continua con la foto di gruppo dello “Scudo delle Americhe” nel campo da golf di Trump

Dopo l’auge brasiliana del razzismo di governo, 2019-2023, che speriamo venga definitivamente archiviata (almeno nella sua versione bolsonarista) alle prossime elezioni di ottobre, la maggioranza dei paesi latinoamericani ha visto crescere l’estremismo reazionario. Pur non essendo questa la sede per analizzare le responsabilità, che forse si potrebbero anche definire sonnambulismi, delle sinistre, almeno una cosa possiamo dirla: oggettivamente e soggettivamente esse portano una parte del fardello di questo netto spostamento a destra su scala continentale. A questo proposito, nel libro offro al dibattito alcune chiavi di lettura del fenomeno.

Negli ultimi anni il mondo accademico ha scavato in profondità in questi inediti processi, e svariati autori hanno scritto opere importanti per aiutarci a capire: da Steven Forti a Pablo Stefanoni, da Ariel Goldstein a Giancarlo Summa, e a molti altri. Molto meno reattivo il mondo politico, mancando quasi totalmente un approccio di analisi politica da parte di esponenti della sinistra. Anche per questo sono particolarmente grato a Giuseppe Provenzano, per aver onorato il mio libro con una prefazione che, in realtà, è un manifesto di riflessione e d’iniziativa politica.

Il radicalismo reazionario latinoamericano si è avvalso dell’influenza politico-ideologica sia della destra tradizionale europea, a partire dal PP spagnolo presidiato da José María Aznar, sia dell’estremismo post-fascista di Vox, del portoghese Chega, degli italiani Fratelli d’Italia e Lega Salvini Premier e, finché è rimasto al potere, dell’ungherese Orban. Con il “sistema Netanyahu” pressoché tutti hanno stretto relazioni e – spesso operative – intese, a partire dal più entusiasta della comitiva: Javier Milei. La nave ammiraglia che ha tessuto i legami tra il mondo MAGA statunitense e l’America Latina è stata la CPAC, la Conferenza sedicente conservatrice, rispolverata a suo tempo da Reagan, diventata ricettacolo del moderno estremismo nero. Oltre a Meloni, che vi ha tenuto “memorabili” performances, altri italiani di casa in quel consesso sono Francesco Giubilei, della Fondazione Alleanza Nazionale, e Carlo Fidanza, capodelegazione dei Fratelli d’Italia nel Parlamento Europeo.

La spagnola Vox ha predisposto un impressionante (e costoso) armamentario di iniziative per affermare la propria centralità in quella che, nel loro gergo involuto, definiscono la Reconquista de Hispanoamérica, una sorta di versione iberica della Remigrazione. Il capo di Vox, Santiago Abascal, ha inaugurato la raccolta di adesioni al proprio progetto politico tardo-neo coloniale, e tra le prime a firmare la “Carta – ovviamente – de Madrid” (dopo le urla di Yo soy Giorgia, soy, cristiana, soy mujer, ecc…), è stata la nostra Presidente del Consiglio. Sempre Meloni si è caratterizzata per l’intensità di relazioni con l’anarco-liberista Milei, e con il neo-pinochetista José Antonio Kast. Ne parlo diffusamente nel libro.

L’immagine che meglio descrive la torsione trumpista dell’America Latina reazionaria, è quella del 7 marzo 2026 del cosiddetto “Scudo delle Americhe”, cioè dei capi di governo che supinamente si adeguano alla Dottrina Monroe 2.0 (o Corollario Trump che dir si voglia), nel resort El Doral in Florida. In effetti più che uno scudo è una lancia, ed è rivolta verso il sud del continente. La foto vede assisi attorno al monarca di Mar-a-lago, oltre ai già citati Milei e Kast, il salvadoregno Bukele, il paraguayano Peña, l’ecuadoriano Noboa, il costaricense Chaves (poi sostituito dalla altrettanto estremista Laura Fernández), l’honduregno Asfura. Appena più defilati, come per un conato di pudore, il panamense Mulino e il boliviano Paz. Nel frattempo a questi signori si sono aggiunti la peruviana Keiko Fujimori e il colombiano De la Espriella.

Insomma, ben undici paesi, la maggior parte di quelli dell’America Latina, è oggi governata dalle destre estreme, le quali intrecciano fitte reti di relazioni internazionali che, teoricamente, dovrebbero confliggere con il loro asserito nazionalismo. Costoro, parafrasando la celebre frase dell’ex Presidente argentino il peronista di destra Carlos Saúl Menem, oltre alla relazione carnale con gli USA di Trump e Rubio, stanno aderendo a volgari narrazioni ideologiche dove anche Gramsci viene strumentalizzato, per ingaggiare la loro “battaglia culturale” propagandata dagli ideologi Nicolás Márquez, Axel Kaiser, Agustín Laje, fino all’immancabile Bannon. Di tutto questo tratto nei capitoli centrali del libro.

Incubatori di totalitarismo di Stato

In questi ultimi mesi, oltre a Perù e Colombia, altri tre paesi sono balzati agli onori delle cronache italiane, sempre alquanto disattente alle vicende latinoamericane.

Il Venezuela, obiettivo di una criminale azione di forza statunitense che, al di fuori di qualunque legalità e legittimità internazionale, ha rimosso l’autocrate Maduro, insediando al suo posto i fratelli Rodríguez, e lasciando a capo delle milizie paramilitari di repressione interna Diosdado Cabello. Insomma la crème del post-chavismo, che teoricamente avrebbero dovuto difendere il regime di Maduro fino all’ultimo respiro e che, al contrario, sono balzati sul carro di Marco Rubio senza neppure togliersi il berretto con la simpatica scritta “Dudar es traición” (il dubbio è tradimento). Cioè il programma politico con cui per anni gli squadristi di Cabello hanno massacrato l’opposizione antichavista di sinistra, alimentando le fila della opposizione fascistoide e golpista rappresentata da María Corina Machado.

Cuba, alla deriva e senza progetto politico che non sia il nepotismo della Famiglia (e ora si sono inventati, per l’appunto, anche un nipote), dopo aver bellamente ignorato il coraggioso tentativo del Presidente Obama che, con lo storico viaggio sull’isola, offriva l’opportunità di una via d’uscita onorevole ai fratelli Castro. Adesso la nomenclatura si ritrova con le spalle al muro. Con il cubano Rubio che detta le condizioni, e con il conglomerato militar-affaristico di GAESA pronto a tutto pur di trovare una via d’uscita stile “Delcy Rodríguez”.

Asfissiare una nazione con l’embargo è un’azione criminale e illegittima, anche perché decretata e attuata unilateralmente dalla potenza statunitense senza, e anzi contro, il volere della stragrande maggioranza dei Paesi dell’ONU. È un atto codardo che, peraltro, non scalfisce l’oligarchia militare (che in questi anni ha fatto il bello e il cattivo tempo) e affama il popolo. Inoltre, nella versione escogitata dalla mafia trumpiana, che impedisce l’approvvigionamento energetico e sanitario, che blocca ospedali e sale parto, è un attacco osceno ai più elementari diritti umani. L’embargo, però, non è uno: sono due. Da un lato vi è l’embargo economico degli Stati Uniti contro il regime cubano. Dall’altro l’embargo democratico del regime castrista contro i diritti umani e civili dei cittadini cubani. L’embargo, però, non è uno: sono due. Da un lato vi è l’embargo economico degli Stati Uniti contro il governo cubano. Dall’altro l’embargo democratico del regime a partito unico contro i diritti civili e politici dei cittadini cubani. Per decenni el bloqueo gringo è stata una impareggiabile foglia di fico usata per coprire le vergogne dell’altro bloqueo.

Del Nicaragua ha fatto scandalo che la coppia al potere, il fu-comandante Ortega (copyright di Gianni Beretta, nei suoi fondamentali articoli) e la consorte, abbiano decretato che non si voterà più. Ma è ciò che avviene ormai da tempo, come ha ricordato su El Pais del 27 luglio scorso Sergio Ramírez, con la coercizione diffusa, con l’esilio forzato, con l’eliminazione di ogni possibile candidato alternativo, con il ricatto e la delazione diventate norma. Il vero scandalo è l’instaurarsi di un regime dittatoriale e nepotistico attraverso la violenza. Un regime che non solo non estrada in Italia il terrorista pluricondannato Casimirri (così come peraltro non lo fecero né la Presidente Violeta Chamorro, né i governi liberali), ma che si regge su un patto para-mafioso dove gli eredi di Licio Gelli hanno un ruolo preponderante, come spiega bene Beretta su il manifesto. A questi aspetti che concernono le radici storiche del problema, il libro dedica un intero capitolo. Particolarmente interessante al riguardo è la postfazione, scritta da Giovanni Salvi.

Questi tre regimi, che nel libro definisco incubatori di autoritarismo di Stato, lasceranno eredità velenose. Dopo aver “bonificato” con la violenza, l’omologazione e l’esilio forzato, quanto di progressista cercava caparbiamente di resistere in quelle società, le rispettive oligarchie troveranno le strade, e le scorciatoie, per uniformarsi al neoimperialismo emisferico. In effetti, questi tre rischiano di essere aggiunti a pieno titolo agli undici paesi di cui sopra. Senza esitazioni e, soprattutto, senza ideologiche e senili nostalgie. Come scrisse il filosofo: l’ideologia è la caricatura della realtà.

Il paradosso

Concludo questa breve incursione nell’internazionale reazionaria latinoamericana e nelle reti che la intrecciano agli estremismi di destra negli Stati Uniti, in Europa e nell’Israele di Netanyahu, riportando un breve, ma significativo passaggio della prefazione di Peppe Provenzano. Un passaggio che dovrebbe far risuonare corde profonde nella coscienza politica dei lettori della newsletter del glorioso Centro per la Riforma dello Stato: «“L’internazionale reazionaria” esiste perché ha saputo offrirsi, benché in forma mistificata e violenta, come risposta al disagio sociale. Perché ha colmato, insomma, vuoti lasciati anche da noi. Il principale di questi vuoti è però un elemento che dovrebbe appartenere al dna di ogni forza progressista, e che paradossalmente negli anni della globalizzazione più avanzata abbiamo affievolito: l’internazionalismo. Di più, abbiamo lasciato l’internazionalismo ai nazionalisti e questa, mi pare, è la responsabilità più grave della sinistra degli ultimi anni».

*Donato Di Santo è stato Sottosegretario di Stato agli Esteri dal 2006 al 2008 (www.donatodisanto.com).

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