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Ai primi di settembre Keir Starmer, deputato del collegio londinese di Holborn and Saint Pancras ha rassegnato le dimissioni, undici anni dopo esservi stato eletto per la prima volta. Con questo atto vede la propria fine la parabola di uno dei personaggi meno popolari della politica istituzionale britannica, che ha incarnato i peggiori aspetti dell’opportunismo e di quell’estremismo centrista in cui è sfociata la Terza Via social-liberista una volta esaurita la propria spinta propulsiva. Eletto alla guida del partito nel 2020 dopo la sconfitta elettorale dell’anno precedente, Starmer aveva speso quattro anni a smantellare ogni aspetto della sua piattaforma politica progressista per virare la barra a destra su posizioni ultra-centriste in ambito economico-sociale, ortodossamente atlantiste e filo-israeliane in politica estera. Visceralmente ostile alla sinistra, aveva decimato la propria base partitica, rendendo il clima ostile per chiunque non sostenesse la sua linea ed espellendo migliaia di iscritti con posizioni di sinistra, tra cui un considerevole numero di persone ebree anti-sioniste nel nome della lotta all’antisemitismo. Con tali presupposti ha portato il proprio partito a perdere centinaia di migliaia di voti a livello nazionale e a dimezzarli nel proprio collegio alle elezioni per il rinnovo della Camera dei Comunu di metà 2024. Solo lo sfaldamento del Partito Conservatore e la frammentazione del voto a destra hanno consentito al Partito Laburista di tornare al governo del paese dopo quattordici anni, contando su una maggioranza parlamentare molto solida. Ciononostante, Starmer ha preferito non comprendere le istanze della propria base elettorale e continuare invece a perseguire altri interessi, perdendo ulteriormente in popolarità e creando divisioni all’interno della compagine parlamentare del proprio partito. Rimasto pervicacemente attaccato al proprio incarico anche nelle prime settimane dopo la cocente sconfitta alla amministrative della primavera di quest’anno, ha ceduto il posto ad Andy Burnham, il suo unico sfidante, senza sottoporsi a una umiliante sconfitta alle primarie di partito. Come altri esponenti di quella Terza Via che ha svuotato la socialdemocrazia di ogni significato per porsi al servizio della finanza globale prima di lui, Starmer troverà agevolmente un ruolo da lobbista per qualche multinazionale o per qualche Stato autoritario.

Andy Burnham è giunto al ruolo di Primo Ministro in maniera alquanto rapida, accompagnato da una campagna mediatica martellante sui mezzi di informazione, principalmente quelli orientati verso il centro-sinistra, e supportato da grandi aspettative tra la base del proprio partito. Eletto deputato in giugno con elezioni suppletive convocate con lo scopo di aprirgli la strada del Parlamento, la sua popolarità e la sua ingombrante presenza sui media hanno contribuito ad accelerare gli eventi, spingendo Starmer a porre fine alla propria esperienza di governo prima di quanto auspicasse. Tuttavia Burnham non è un uomo nuovo della politica, un “outsider” emerso dalla società civile. Eletto alla Camera dei Comuni nel 2001, ricoprì incarichi da sottosegretario e da ministro nei governi di Blair e di Brown tra il 2004 e il 2010, per poi entrare nel “governo ombra” quando il Partito Laburista passò all’opposizione. Dal 2017 fino a pochi mesi fa è stato alla guida dell’amministrazione metropolitana della Grande Manchester, che riunisce dieci municipi con un popolazione complessiva di oltre tre milioni di abitanti. Questa esperienza amministrativa gli ha permesso di rielaborare la propria posizione ideologica e di costruirsi un’identità attorno al concetto del municipalismo, proponendosi come un esponente politico vicino alle istanze delle classi medie e popolari afflitte dalla lunga crisi del modello liberista e dall’austerità che ha decimato i servizi pubblici dopo la crisi finanziaria del 2008. Ciò ha trovato la sua espressione più chiara nel discorso programmatico presentato alla Camera dei Comuni il 1° settembre scorso. Definendo l’indirizzo politico che intende seguire nel suo mandato, Burnham ha apertamente criticato le politiche liberiste abbracciate senza soluzione di continuità dal 1979 in poi e ha espresso un giudizio negativo sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, individuando in questi due fattori le cause del declino economico del Paese e dello sfaldamento delle comunità più dipendenti economicamente dalle industrie manifatturiere. Il rinnovamento proposto dal nuovo Primo Ministro poggerà sulla decentralizzazione delle funzioni dello Stato, sulla reindustrializzazione dell’economia e su una concezione pubblicistica dei servizi essenziali, sinora gestiti con il puro scopo di generare profitti per gli azionisti delle aziende a cui sono stati affidati a partire dagli anni Ottanta. Pur non essendo un intervento radicale, soprattutto se raffrontato ai programmi elettorali del Partito Laburista del 2017 e del 2019 o alle proposte del Partito Verde, è significativo che una critica così aspra e chiara del liberismo sia stata pronunciata dal capo del Governo; è un fatto inedito nel Regno Unito, dopo cinquant’anni di consenso liberista.

Timidi segnali di questo cambiamento annunciato si sono visti in alcune delle misure adottate dal Governo nelle prime sue prime sei settimane di vita, tuttavia è decisamente presto per valutare l’effettiva volontà e la reale capacità dell’esecutivo di mettere in atto i propri propositi, soprattutto considerato che il gruppo parlamentare laburista conta al proprio interno molti sostenitori di Starmer e del blairismo, imposti alle sezioni territoriali come candidati in vista delle elezioni del 2024. Nondimeno, l’aspettativa di una svolta ha avuto un suo effetto nei sondaggi elettorali che testano il gradimento dei partiti presso i cittadini. Dopo esser descritto per mesi come in pesante calo tanto da posizionarsi come terzo o addirittura quarto per oltre un anno, il Partito Laburista è tornato in cima al gradimento dell’elettorato nelle rilevazioni agostane e di inizio settembre. Si tratta di cifre considerevolmente inferiori al 30% in un panorama che rimane frammentato tra quattro o cinque forze, che si distanziano di pochi punti percentuali tra loro. A essere momentaneamente cambiato è il rapporto tra i partiti storici e quelli più giovani, con i primi in lieve crescita a scapito dei secondi. Infatti, analogamente al Partito Laburista, quello Conservatore pare aver ripreso consensi nelle intenzioni di voto e si colloca mediamente come secondo nelle rilevazioni demoscopiche più recenti.

L’altra novità dell’estate, se si può concedere questa definizione, è la crisi di immagine del partito di estrema destra Reform e del suo leader istrionico Nigel Farage. Costui è stato sottoposto a indagine del Commissario Parlamentare che supervisiona il rispetto dei regolamenti da parte dei deputati a seguito della notizia di una donazione di 5 milioni di sterline effettuata da un operatore delle criptovalute in vista delle elezioni del 2024 e non dichiarata come richiesto dalle regole parlamentari. La reazione di Farage ha ricalcato quella adottata da altri suoi omologhi nel resto d’Europa, cioè negare ogni addebito e ricusare la legittimità dell’organo inquirente, accusandolo di faziosità e di voler sovvertire il “volere del popolo” espresso tramite le urne. Forse poco preparato sulle procedure parlamentari, sicuramente spinto dalla tendenza dei populisti a sostituire le procedure con il plebiscito, Farage si è dimesso da deputato del proprio collegio per poi ripresentarsi alle elezioni suppletive indette per selezionare un nuovo rappresentante per quel distretto. Nelle settimane precedenti al voto la macchina elettorale di Reform e le testate di destra hanno presentato la competizione come uno scontro tra l’establishment di Londra e “l’uomo del popolo”; dall’altra parte i principali partiti si sono rifiutati di presentare candidati per non prestarsi al gioco di Reform. La scena è stata in parte rubata a Farage da Count Binface, un personaggio fittizio creato da un comico con lo scopo di mettere in evidenza le storture e le assurdità del sistema politico britannico; non credibile come proposta politica, Binface è comunque riuscito a far passare il proprio messaggio critico e a raccogliere oltre un quarto dei consensi. Farage è stato comunque rieletto con un ampio margine, senza potersi sottrarre all’indagine parlamentare che auspicava di evitare con questo gioco delle tre carte; nel frattempo sono emersi altri scandali che mettono in questione le sue fonti di finanziamento, uno dei quali potrebbe risolversi in un’indagine della polizia e, potenzialmente, in un procedimento giudiziario. Oltre a ciò, l’ampia coorte di eletti nelle amministrazioni locali negli ultimi due anni è stata frequentemente toccata da dimissioni e controversie per comportamenti inappropriati o al limite del lecito, contribuendo a indebolire ulteriormente l’immagine del partito presso l’elettorato. Va sottolineato che al momento non si sta assistendo a una caduta prorompente di Reform, men che meno di una disaffezione dei cittadini verso i cavalli di battaglia dell’estrema destra. Piuttosto, i sondaggi mostrano uno spostamento del consenso da Reform al Partito Conservatore, all’opposto di quanto accaduto nello scorso biennio, anche in virtù della progressiva radicalizzazione di quest’ultimo sotto la segreteria di Kemi Badenoch. Giunta alla guida del partito a fine 2024, ha definitivamente spostato il nucleo del messaggio conservatore dalla questione della gestione oculata dell’economia a favore del padronato al tema dell’immigrazione e ad altre questioni identitarie, posizionando il partito saldamente nel campo della destra estrema.

Se l’ascesa di Burnham e delle tematiche poste nel suo discorso programmatico hanno il potenziale di spostare il centro del dibattito sul caro vita e sulla qualità della vita, il discorso mediatico continua a essere dominato dalle tematiche identitarie promosse dall’estrema destra e amplificate dalle élite che hanno beneficiato del cinquantennio liberista e detengono il controllo delle principali testate informative. Il tutto poi si riversa nella quotidianità, in cui non mancano gli episodi violenti di intolleranza. All’inizio dell’estate vi sono stati episodi di guerriglia urbana contro la popolazione straniera residente a Belfast, scatenata in maniera pretestuosa a seguito di un accoltellamento attribuito a un uomo di origine africana. Accadimenti analoghi sono accaduti nel sud dell’Inghilterra e, inaspettatamente, in Scozia, rimasta a lungo immune dalla xenofobia e dalle scorribande di gruppi estremisti di estrema destra. Lontano dai riflettori, c’è stato uno stillicidio di intimidazioni e di aggressioni ai danni di residenti stranieri e di persone LGBTQIA+, che non hanno ottenuto particolare attenzione dalla politica del palazzo.

La vicenda che ha riguardato il Professor Jason Arday, docente presso l’Università di Cambridge, è probabilmente la cartina di tornasole del livello di tossicità dei media e della reale diffusione del razzismo tra le classi dirigenti come tra una parte della popolazione. In luglio un accademico di nome Nathan Cofnas, attualmente impiegato presso l’Università di Gent, ha accusato Ardey di aver commesso plagio nella propria tesi di dottorato, denuncia che ha richiesto un’indagine interna all’ateneo di Liverpool presso cui il professore aveva conseguito il proprio titolo, come da prassi. Arday era uno dei primi afro-britannici a occupare un ruolo tanto prestigioso ed era stato a suo tempo elogiato per il proprio talento, per le proprie doti atletiche e per il proprio impegno sociale. Nel giro di poco tempo l’accusa di Cofnas è stata trasformata in una verità assodata sui media, nonostante l’indagine di Liverpool non avesse riscontrato alcuna copiatura, ma bensì incongruenze ed errori nelle citazioni. Nel giro di breve, Arday è stato trasformato da individuo a emblema del “politicamente corretto”, un esempio di come le istituzioni pubbliche avrebbero immotivatamente promosso le minoranze a scapito del merito (della maggioranza bianca). Per tre settimane il docente di Cambridge è stato soggetto a un linciaggio a mezzo stampa, citato in oltre duecento articoli, ottenendo più attenzione di qualsiasi altro accademico accusato di plagio o effettivamente autore di plagio. Incapace di reggere una tale pressione, Arday si è dimesso senza che ciò placasse il clamore dei media, finché il 14 agosto si è tolto la vita. Nel mentre, le eventuali motivazioni personali e ideologiche dell’accusatore non sono state messe in questione, non hanno ricevuto particolari attenzione men che meno sono state passate al vaglio del giornalismo investigativo. Cofnas, originario degli Stati Uniti, non ha mai fatto mistero della propria adesione al suprematismo bianco e all’eugenia, sono note le sue affermazioni sull’inferiorità intellettuale delle persone con la pelle nera; una sua collaborazione con l’Emmanuel College di Cambridge era stata terminata anni fa a seguito di sue dichiarazioni pubbliche dal tono xenofobo, come riportato dalla BBC in un articolo del 20 agosto.

La vicenda di Arday ha mostrato come i media e le istituzioni in genere siano ancora permeate da pregiudizi razziali e si prestino alle campagne denigratorie dell’estrema destra. Nell’immediato della notizia del suicidio la società civile e un numero sparuto di deputati sono scesi in piazza per denunciare la xenofobia intriseca al caso Arday, mentre i media autori del linciaggio si sono autoassolti e le segreterie dei partiti principali non si sono espresse per condannare la vicenda, con l’eccezione del Partito Verde. Purtroppo va sottolineato come la dirigenza del Partito Laburista non abbia ritenuto opportuno farsi forte della propria posizione di governo per lanciare un messaggio e intraprendere un’azione concreta contro il linguaggio d’odio e la pratica della violenza xenofoba. Dal punto di vista dello scrivente, si tratta di un errore di valutazione strategico che avrà conseguenze nefaste nell’immediato per i cittadini comuni appartenenti alle minoranze, ma anche per la politica istituzionale nel medio e lungo termine; le forze democratiche devono affrontare a muso duro la narrazione che fa del “diverso” un nemico e una facile preda, se intendono seriamente fronteggiare e isolare le destre estreme.

Nel precedente articolo qui pubblicato sulle elezioni amministrative ampio spazio era stato dedicato al succitato partito ecologista, che ora sembra subire le conseguenze dei cambiamenti ai vertici del Partito Laburista. L’elezione di Zack Polanski alla segreteria del Partito Verde un anno fa ha comportato un mutamento della propria comunicazione, mettendo la questione sociale e la critica al liberismo al centro della proposta programmatica. Questa attenzione alle tematiche più vicine al sentire del cittadino comune ha attirato un considerevole consenso tra l’elettorato e, grazie alle doti comunicative del nuovo segretario, presso i mezzi di informazione a larga diffusione. Tuttavia, gli ultimi sondaggi d’opinione e alcuni dei risultati nelle elezioni amministrative suppletive sembrano segnalare un arresto quando non un arretramento nell’avanzata verde. Se da un lato l’avvicendamento ai vertici laburisti e l’introduzione di accenni socialdemocratici nel programma del nuovo esecutivo hanno parzialmente intaccato il richiamo degli ecologisti, che non godono di una base storica come quella dei Laburisti né possono vantare esperienza di governo, va osservato che il ciclo mediatico di Polanski si è esaurito nel momento in cui Burnham e la sua macchina comunicativa hanno lanciato la campagna per la leadership laburista, con il corollario di retroscena e di colpi di scena che sono ottimo materiale per il cosiddetto infotainment, l’informazione condita da intrattenimento. Allo stato attuale, è difficile trarre conclusioni su quali scenari si prospettino per il Partito Verde e per la sinistra britannica nell’era Burnham; piuttosto merita attenzione la questione del rapporto tra politica e media, oltre che del controllo su questi ultimi. In un panorama in cui l’agenda viene dettata dalle oligarchie che controllano la comunicazione, affidare le sorti del messaggio progressista alla capacità oratoria di un leader mostra dei limiti soprattutto in assenza di una rete capillare di circoli territoriali che possano creare il consenso e divulgarlo tra le comunità locali. Polanski e il Partito Verde non sembrano ancora aver rivalutato l’importanza dei corpi intermedi e del ruolo di intermediazione dei partiti novecenteschi, rischiando di perdere quel capitale umano che si è creato intorno alla figura del suo leader carismatico. Questa è una sfida che qualunque forza progressista con la potenzialità di poter avere un peso nelle istituzioni o di governare non potrà evitare.

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