Per la seconda volta consecutiva gli USA di Trump negano il visto al Presidente dell’Autorità Nazionale palestinese, impedendogli di partecipare in presenza alla riunione dell’Assemblea Generale dell’ONU.
Qualche ora prima, la Presidente von der Leyen, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, senza citare mai la parola “genocidio”, continua ad auspicare la soluzione dei “due Stati”, mentre procede la cancellazione della Palestina e dei suoi abitanti.
Quando finirà questa farsa? Cosa deve ancora succedere affinché sia chiaro che lo Stato Palestinese, obiettivo di fatto contraddetto giorno dopo giorno, rischia di essere un pretesto utile a coprire lo sterminio e la cacciata di un intero popolo dalla sua terra?
L’Unione Europea si fa scudo della divisione in seno ai suoi Stati dove, in effetti, colpisce la linea del Governo italiano, neanche disposto a sanzionare i coloni responsabili delle violenze e dei saccheggi nei confronti delle popolazioni dei villaggi palestinesi. Detto questo, non sfugge lo scarso investimento politico della stessa Commissione europea, fatto salvo il vil denaro – ovvero il limitato sostegno finanziario all’Autorità Nazionale Palestinese – che, tuttavia, di fronte all’immane distruzione di Gaza, costituisce una goccia nel mare.
Chi risponderà, infatti, delle morti dovute ai crolli, alle malattie, alle condizioni di vita disumane che convivono con le azioni militari mai cessate contro i civili?
In Israele la situazione, come era prevedibile, si incattivisce con le dichiarazioni del ministro della Cultura Miki Zohar, il quale ha chiesto la revoca della cittadinanza dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, autori del documentario Naza; a stretto giro, il Presidente Netanyahu ha annunciato l’intenzione di presentare una legge che preveda la revoca della cittadinanza per chi diffama i soldati dell’IDF. La logica di questi provvedimenti è la stessa: cancellare fisicamente ciò che si frappone alla realizzazione del progetto della Grande Israele, che si tratti della pena di morte etnicamente selettiva, della pratica della tortura nelle carceri, fino al disconoscimento dei propri stessi figli colpiti dall’accusa di tradimento; e tutto ciò a poco più di un mese dalle elezioni per il rinnovo della Knesset.
Chi ha visto il film Naza testimonia che nelle sale la reazione del pubblico sembra essere diversa da quella della Mostra del cinema di Venezia. Se lì è prevalso, con venticinque minuti di applausi, il tributo agli autori e al loro coraggio, nelle sale, pare essere lo sgomento a prevalere a causa dell’enormità della narrazione.
Naza, acronimo di vittime collaterali, racconta, per bocca dei protagonisti, la guerra degli algoritmi, di come Israele con la diffusione degli smartphone controlli ogni respiro della popolazione palestinese in un contesto urbano fatto di appartamenti dove vivono le famiglie e dove è altissima la presenza di bambini. Di conseguenza, si mette in conto che per colpire un esponente di Hamas, vero o presunto, possono essere sacrificati numeri imprecisati di altri esseri umani, bambini compresi. Fino ad arrivare, in un crescendo di intenzioni, alla eliminazione fisica dei palestinesi in quanto tali.
Chi opera queste esecuzioni è come se stesse giocando a un videogame (questo la dice lunga sulla loro “funzione pedagogica”), attività consueta anche a causa della giovane età dei soldati.
Come direbbe Hannah Arendt, non si tratta di mostri, ma l’ennesima espressione della banalità del male.
Non è un caso che tra i produttori del film ci sia il regista britannico Jonathan Glazer, ebreo anch’egli, che ha realizzato il film “La zona di interesse”.
Quasi sicuramente questo film non sarà proiettato in Israele, ma è comunque destinato a lasciare traccia di sé nella mente e nella coscienza collettiva di quel popolo che dovrà fare i conti con un ennesimo fantasma.
Quanto a noi, contro tutti i messaggi che ci vorrebbero spettatori impotenti o, peggio, agenti di complotti antisemiti, spetta tenere viva l’attenzione sulla sorte del popolo palestinese con determinazione, intelligenza, creatività.
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