La guerra in corso in Ucraina è un buco nero che appare senza soluzione e rischia di implodere trascinando con sé l’intera Europa. Non si conosce l’inquietante numero delle vittime di entrambe le parti, mentre per la martoriata Kyiv si ricorre, come fa Ursula von der Leyen, all’immagine strategica di un “porcospino d’acciaio” adoperata più volte con riferimento a Israele quale destinatario di una enorme mole di armi in grado da dissuadere ogni potenziale nemico facendo leva anche sull’imprevedibilità della reazione come avviene, diceva il generale Moshe Dayan, per un «cane pazzo, troppo pericoloso per essere disturbato».
La deliberata trasformazione dell’economia in assetto di guerra promossa dai vertici dell’Unione europea comporta la necessità di sostenere un piano di riarmo (ReArm Europe) per essere pronti (Readiness 2030) a uno scontro con la Russia di Putin e i suoi alleati prevedibile, secondo le fonti dell’intelligence, entro il 2030.
Come ha affermato esplicitamente Vittorio Emanuele Parsi ne Il posto della guerra, viviamo un tempo in cui non possiamo evitare una domanda inconcepibile fino a poco tempo addietro: per cosa siamo “disposti a morire e a uccidere”?
Il ritorno della leva obbligatoria in alcuni Paesi e le campagne di promozione all’arruolamento volontario sono un indice di questa domanda rimossa, assieme alla penetrazione dei rappresentanti delle forze armate nei programmi scolastici e all’accresciuta presenza nei media principali di alti ufficiali e di esperti di strategia bellica.
Di fronte a una tale narrazione che rifugge solitamente da toni guerrafondai per concentrarsi sulla necessità di recuperare una cultura della difesa, sorprende la posizione assunta, finora, dalla Chiesa Cattolica nonostante la scomparsa di Papa Francesco che fino alla fine dei suoi giorni ha denunciato la responsabilità del complesso militare industriale nel sostenere e promuovere le guerre. In particolare, il papa proveniente dall’America Latina non ha avuto timore nell’invitare a ragionare sulle cause della guerra in Ucraina, infrangendo così il tabù sulla condotta della NATO guadagnandosi l’eterno disprezzo di alcuni. Lo scontro geopolitico tra superpotenze, iconizzato dall’incontro diretto il 15 agosto 2025 di Putin e Trump in Alaska, ha esposto le popolazioni coinvolte a un vero e proprio martirio, mentre l’Europa si è dimostrata incapace di una reale e autonoma azione diplomatica.
Eppure, le proposte serie non sono mancate. Non solo le iniziative, ad esempio, a opera di un nutrito e autorevole gruppo di ex diplomatici italiani, ma anche da parte istituzionale. Come segnala Pasquale Ferrara, allora Direttore per gli affari politici e sicurezza del Ministero degli Esteri, «già nel maggio del 2022 la Farnesina produsse uno schema negoziale articolato in quattro punti: cessazione delle ostilità, una conferenza internazionale per stabilire lo status internazionale dell’Ucraina, negoziati diretti tra Mosca e Kyiv con l’assistenza di un gruppo internazionale di contatto per stabilire le questioni territoriali e infine una nuova architettura di sicurezza in Europa articolato sulla conferenza di Helsinki del 1975. Più avanti, la diplomazia italiana propose che si nominasse un inviato speciale dell’Unione Europea per il conflitto russo ucraino».
È chiaro, purtroppo, che ogni giorno di guerra in più, con il suo carico di morti e dolori insopportabili, allontana la prospettiva di una mediazione ma induce a cercare uno straccio di vittoria da esibire, seppure effimera. L’appello estremo di Benedetto XV nel 1917 a fermare, come disse, “il genocidio dell’Europa” fu respinto con sdegno dalle classi dirigenti artefici di quell’orrendo mattatoio. “Non vogliamo la vostra pace Santità!” fu, in quel momento decisivo, la risposta pubblica a Parigi di un noto predicatore successo. E oggi non mancano teologi di ogni genere, anche quelli progressisti pieni di dubbi, che ripropongono le tesi arcaiche della guerra giusta.
Dopo oltre 4 anni dall’invasione russa dell’Ucraina, sono ogni giorno più frequenti i segnali di una deriva che appare sempre più fuori controllo. L’intero Comitato militare della NATO, presieduto dall’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, si è recato il 6 ottobre a Kyiv per affermare di essere pronta a rispondere con soldi e armi ad attacchi di ogni genere da parte della Russia.
Appare, perciò, come un bagliore di luce nell’oscurità la notizia della recente missione di fine settembre 2026 in Russia del cardinale Matteo Zuppi come “inviato speciale del Santo Padre per le questioni umanitarie”. L’attenzione concreta alla vita delle persone è il linguaggio universale che permette di tessere, nonostante la guerra in corso, un legame con le autorità ucraine e quelle russe per poter affrontare questioni controverse e delicate come i rimpatri, il ricongiungimento delle famiglie, la ricerca dei dispersi e dei minori e la crisi umanitaria nelle città assediate.
Da notare, nella delegazione vaticana, la presenza di Adriano Roccucci, uno dei massimi conoscitori in Italia della cultura e politica russa. Di rilievo, tra l’altro, l’incontro diretto avvenuto con Yuri Viktorovich Ushakov, principale consigliere e assistente del presidente Vladimir Putin, che è stato per 10 anni ambasciatore a New York.
Da notare che Viktorovich Ushakov si è incontrato anche con il vescovo inglese Paul Richard Gallagher, Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, che si è recato a Mosca a fine agosto 2026 per incontrare il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov.
Per la sua natura, l’attività diplomatica deve restare riservata ma negli atti ufficiali è emersa la linea di condotta seguita dalla Santa Sede nella costruzione di quella pace deliberativa che, come spiega Ferrara, «non definisce in anticipo l’esito ma il modo in cui lo si raggiunge» e in cui «la giustizia non coincide con un risultato prefissato, bensì con la qualità del processo negoziale» dove tutti gli attori sono messi «in condizioni di equità, senza pressioni esterne o ricatti, con garanzie internazionali che assicurino trasparenza, simmetria e piena sovranità decisionale».
Un cammino arduo e difficile che si deve fare per forza con “i nemici”.
Tornando in Italia, Zuppi si è recato ad Assisi per la festa di San Francesco e in questa occasione ha affermato che la scelta del disarmo non significa affatto essere «cedevole, accomodante, irrilevante. Ma il contrario! Frate Francesco disarma il lupo chiamandolo frate e, essendo per lui frate, negozia con lui, per Gubbio e anche per il lupo, lo restituisce a sé stesso e alla comunità perché si prenda cura di lui. In questa stagione siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, volgare e invadente, ingannevole, frutto anche di enfasi mal riposte e di sfacciati ed enormi interessi economici, di nazionalismi che rovinano le nazioni, di campagne che creano il nemico invece di cercare quello che unisce».
Si comprende perciò la distanza che passa da questo Francesco all’immagine nazionalista che, come si può leggere sul sito del Ministero della Difesa, è posto nel pantheon dell’altare della patria accanto alla Dea Roma che veglia i resti del povero soldato ignoto mandato a immolarsi sulle trincee.
La recente Nota pastorale della CEI sulla necessità dell’educazione disarmata e disarmante invita a sostenere le ragioni dell’obiezione di coscienza alla guerra non solo nei confronti del servizio militare, con citazioni di Milani e Mazzolari che rischiano di essere bandite dai nuovi programmi scolastici ufficiali, ma anche con riferimento alla produzione e logistica delle armi. La pastorale sociale del lavoro a livello nazionale sostiene ad esempio i portuali che si rifiutano di essere una rotella irresponsabile nel meccanismo del trasporto mondiale di armi.
Ma anche il mite Papa “americano” Leone XIV ha sorpreso tutti quando nel maggio 2026, parlando all’Università della Sapienza di Roma, ha affermato: «Nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».
Tali chiare prese di posizione, necessitate dal pericolo reale di una guerra che appare senza ritorno nella nuova era nucleare, hanno un valore di discernimento, come si dice in gergo ecclesiale, per la coscienza non solo dei credenti. Ma non può restare al livello lenitivo, confinato in uno spazio profetico o utopico separato dalla storia concreta.
Al momento si può dire che esiste un fermento attivo nel tessuto associativo senza incidere realmente in campo politico. Ad esempio, la prossima marcia della pace di fine anno, promossa dalla CEI con alcune associazioni e movimenti, si svolgerà in Piemonte, a Cuneo città della Resistenza, affrontando la questione della produzione bellica a Torino e il confronto sul dilemma della resistenza popolare e nonviolenta.
Sembra invece prevalente una posizione cosiddetta “realista” in ciò che resta del cattolicesimo democratico a partire dal dilemma lacerante sulla fornitura delle armi all’Ucraina e il paragone con la disfatta morale delle democrazie davanti ad Hitler nella Conferenza di Monaco del 1938. Tesi che appaiono prevalenti anche in tanti esponenti dell’ex Pci, anche se da ambo le parti non si applica il paragone con riferimento ai crimini in atto contro la Palestina.
Ma se Putin è il nuovo Hitler allora, in questo clima di panico, cadono tutte le riserve verso il riarmo necessario, anche in ragione del propagandato abbandono dell’Europa da parte degli USA di Trump, che parteggiano per l’AfD in Germania.
Sono questi i nodi da affrontare apertamente. Non si possono citare Aldo Moro o Olof Palme e poi sostenere acriticamente il riarmo come momento fondativo di una nuova unità europea. Non si può evadere la domanda sul modello di Difesa europea partendo tuttavia da una precisa domanda: è solo retorica la prospettiva di una nuova Helsinki basata sulla sicurezza comune? Dobbiamo rassegnarci a preparare le nuove generazioni e noi stessi alla guerra? Cioè a morire e a uccidere? Magari “senza odiare” come affermavano alcuni moralisti nel primo conflitto mondiale per obbedire alla legittima autorità. Oppure è venuto il momento per declinare il senso profondo dall’articolo 11 della Costituzione?
Qui il PDF
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *
Nome *
Email *
Sito web
Do il mio consenso affinché un cookie salvi i miei dati (nome, email, sito web) per il prossimo commento.