Intervista al Prof. Luigi Corvo dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, fondatore dell’azienda Open Impact.

Com’è nata l’idea e com’è andato il Festival?

L’idea nasce da un orientamento di fondo di Open Impact: non distribuiamo dividendi, non siamo orientati al profitto. Il risultato economico è semmai una conseguenza di ciò che facciamo, non il motivo né il fine per cui lo facciamo. Reinvestiamo quindi in attività che riteniamo utili, che possano contribuire alla trasformazione sociale. Abbiamo favorito la nascita di un’associazione, Nuoro7, e abbiamo ragionato su un fatto: da Firenze in giù l’economia sociale è quasi del tutto sconosciuta. Non parlo del Terzo settore; parlo di un’economia diversa, mutualistica, che non lavora solo per la pubblica amministrazione (come purtroppo avviene per tante realtà romane). Ci siamo detti che occorreva fare qualcosa per ribadire che altre forme di economia esistono già, sono già realtà, ed è una scelta politica considerarle o meno come opzioni credibili per una transizione necessaria.

Da qui i tre verbi. “Vivere”, perché in fondo a tutto ciò che sta avvenendo (le guerre, i MAGA e l’ICE, la caccia agli stranieri nel Regno Unito e tantissime altre storie tremende) c’è la messa in discussione della possibilità di vivere tutti, pacificamente, sul pianeta. “Abitare”, perché «pieno di merito, ma poeticamente abita l’uomo su questa terra», per dirla con Hölderlin: abbiamo dimenticato la dimensione essenzialmente poetica dell’abitare, e questo è disumanizzante. “Cooperare”, perché i tantissimi che sono vittime di questo modello economico hanno davanti una grande opportunità: sfruttare l’essere moltitudine e organizzarsi per cooperare, per diventare potenza.

I tre verbi evocati, e in più nella prima edizione, ci dicono quali siano le direttrici lungo cui si svolge la vostra attività di “pensiero e azione” (nonché questa intervista). Iniziamo dall’ultimo, “Cooperare”. Risalendo la catena del valore, abbiamo capito che i fantomatici “principi di Rochdale” producono valore (Open Impact è un’azienda importante nella “valutazione dell’impatto sociale”). Come imporre a un capitale sempre più pervasivo e a una politica sempre più debole l’idea che cooperare conviene, oltre appunto la quantificazione matematica?

Hai detto bene: imporre. Perché non ci illudiamo di poterli convincere con buoni argomenti, con le analisi. Al capitale non interessano le analisi, i ragionamenti, le riflessioni, a meno che non siano già utili al suo obiettivo intrinseco: accrescersi e concentrarsi. A quale fine? Senza fine e senza fini. È una forza nichilista, tra le più potenti create dall’umanità, che divora pur di accrescersi e che non lascia spazio a compromessi (non più, dal 1989). Allora una sola cosa può rappresentare un antagonista: un altro capitale. Il capitale cooperativo: una reinvenzione delle mutue autogestite, nuove casse comuni di gestione del risparmio, società di gestione che distribuiscano dividendi sociali.

C’è una cosa che spesso sfugge nelle analisi sulla finanza: ha bisogno dei molti, di quelli stessi che opprime e impoverisce. Ne ha bisogno per ragioni di consumo (i modelli scalabili del digitale si reggono sulla vendita di licenze a un numero altissimo di persone), per ragioni di risparmio (deve raccogliere il risparmio dei molti), per ragioni di rischio (deve distribuirlo su tanti, per non concentrarlo su di sé). Se andassimo oltre la prima analisi, quella che si ferma a giudicare la fase del capitalismo, scopriremmo che è un sistema fragilissimo, che ha bisogno di noi. Se il noi diventasse organizzato, potremmo fare cose che non riusciamo più nemmeno a immaginare, prima ancora che a desiderare. Il modo per imporre è costruire il suo alter ego cooperativo: una cattedrale simmetrica, edificata con il contributo di tutti. Il Papa, in Magnifica Humanitas, ha usato una metafora potentissima: c’è chi dispone il capitale per costruire la nuova torre di Babele e chi lo mette insieme a quello di altri per edificare le mura di Gerusalemme. Credo sia la rappresentazione più efficace: organizzare cooperazione diffusa che dal locale sappia costruire politica, per sfidare il capitale globale.

Il secondo verbo, “Abitare”, ci lega a una vicenda, quella di Spin Time, che avete seguito molto. Prima misurando la valutazione d’impatto e ora con la proposta congiunta, con Spin, di creare una cooperativa per l’auto-recupero e la gestione dell’edificio (che ci auguriamo al più presto venga acquisito dal Comune). Come avete delineato il tutto?

È qui che trova la sua logica la proposta su Spin Time: una cooperativa per rendere non più irriconosciuto il valore che Spin Time ha generato spontaneamente in questi anni. Abbiamo svolto la valutazione d’impatto perché ci sembrava un caso paradigmatico di ciò che avviene ogni giorno senza stupire quasi nessuno: i produttori di valore sociale sono la vera infrastruttura che consente la tenuta delle nostre città, dei nostri territori, delle nostre istituzioni. Ma quel valore non viene riconosciuto, non viene remunerato. Per questo abbiamo voluto misurarlo, e nel farlo abbiamo preso «le armi dei padroni», per dirla con Tronti: abbiamo detto quanto vale, in euro, quel valore. Troppo teorico? Bene: guardate cosa è successo dopo lo sgombero. In poche settimane il Comune ha sostenuto costi per milioni di euro, e continuerà a sostenerne a lungo. È esattamente ciò che accade quando si interrompe la creazione di valore sociale: si tramuta in costo economico, e i suoi effetti si vedono prima sui bilanci pubblici, poi nel debito pubblico. I tanti Spin Time italiani, i tanti casi di innovazione sociale radicale, sono un fatto puramente economico; quasi sempre a loro insaputa.

Perché una cooperativa, quindi? Perché lo sono già: la sostanza è già mutualistica. Mancano la forma e la governance per vedersi riconosciuto il valore sociale in valore economico.

“Finché c’è vita c’è speranza”, ci ammonisce la cultura popolare. La cooperazione, come antidoto alla “struggle life”, deve essere la base di una qualunque politica che voglia costruire una speranza per i “dannati della terra”. Arriviamo così all’ultimo (o al primo?) verbo, “Vivere”. Cooperare per vivere in un mondo abitato dalla speranza potrebbe essere una possibile sintesi?

Vivere è il verbo che tiene insieme gli altri due. La struggle for life è la grande ideologia del nostro tempo: l’idea che la vita sia una gara, che le risorse siano scarse per natura e non per distribuzione, che chi resta indietro abbia perso meritatamente. Ma è un’ideologia, non una legge naturale: già Kropotkin, rispondendo ai darwinisti sociali, mostrava che le specie che sopravvivono non sono le più forti, sono quelle che cooperano meglio. Il mutuo appoggio è un fattore evolutivo almeno quanto la competizione. E ciò che vale in natura vale a maggior ragione nella storia: nessuno si salva da solo, e chi lo promette sta vendendo qualcosa.

I dannati della terra di oggi (i poveri, i migranti, i precari, chi abita i territori abbandonati) hanno davanti due strade: contendersi gli scarti della torre di Babele, oppure scoprirsi moltitudine e organizzarsi. La speranza di cui parlo non è ottimismo e non è attesa: è una pratica. Si costruisce come si costruisce una cooperativa, mettendo insieme ciò che si ha, poco per uno, dentro regole che impediscono a chiunque di appropriarsi del lavoro di tutti. Spin Time, in fondo, ha dimostrato questo: che quattrocento persone che il modello dava per perdute hanno prodotto vita, cultura, welfare e persino valore economico, semplicemente cooperando dentro un edificio che la finanza aveva ridotto a un collaterale.

Una politica della speranza, allora, non consola: organizza. Dà forma giuridica, economica e istituzionale a ciò che le persone già fanno per vivere. Vivere, abitare, cooperare non sono tre temi di un festival: sono la sequenza di un programma. Si coopera per abitare, si abita per vivere. E si vive, davvero, solo quando nessuno è dannato.

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