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Il 27 ottobre gli israeliani torneranno alle urne per eleggere il nuovo parlamento (Knesset), a tre anni dal 7 ottobre 2023. Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo della storia del Paese, è di nuovo candidato, nonostante le difficoltà politiche, i processi per corruzione e il genocidio che ha contribuito a isolare Israele sulla scena internazionale. 

La stragrande maggioranza della comunità internazionale occidentale e una parte consistente del sionismo cosiddetto liberale americano sembrano dare per scontato che, con la caduta di Netanyahu, Israele tornerà a essere un interlocutore più presentabile. 

Per i sionisti e i loro alleati, questa è un’interpretazione rassicurante, ma si tratta di una lettura fragile che si scontra con vari dati di realtà. Certo, il voto non è ancora avvenuto e i sondaggi israeliani divergono tra loro. Ma i dati disponibili sembrano suggerire che il nodo non sia rappresentato da un singolo individuo.

Lo stallo alle urne

I risultati dei sondaggi descrivono, ancora una volta, un Paese spaccato. 

Yashar, il partito dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, guida diversi sondaggi con una forchetta tra i 22 e i 25 seggi, di poco davanti al Likud, il partito di Netanyahu, accreditato intorno ai 21. Sui blocchi coalizionali, però, i numeri non coincidono. 

Un aggregatore che media otto sondaggi attribuisce circa 54 seggi al campo di Netanyahu e circa 49 alle opposizioni sioniste; un’altra rilevazione, successiva alla chiusura delle liste, ne dà 57 alle opposizioni sioniste e 52 al campo di governo, con 11 seggi ai partiti arabi. 

Solo uno degli otto sondaggi considerati, quello di Canale 14, assegna la maggioranza assoluta alla coalizione uscente, mentre le rilevazioni di Canale 12 sono tradizionalmente ritenute più favorevoli alla destra.

Al di là di queste divergenze, un altro dato sembra rilevante: nessuno dei due campi sembra poter raggiungere con facilità i 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza parlamentare e l’ipotesi di un ritorno alle urne è concreta.

Lo stallo parlamentare, però, non va confuso con un equilibrio tra progetti diversi sul futuro della Palestina. La contrapposizione tra il campo di Netanyahu e quello delle opposizioni sioniste riguarda sostanzialmente la leadership, i progetti che mirano al rafforzamento del potere esecutivo, il ruolo dei partiti religiosi e la gestione della guerra (ma non i suoi obiettivi).

Non implica, in nessun caso, una disponibilità a riconoscere ai palestinesi quei diritti che Israele continua a negare, o a interrompere il genocidio, incrementale o tout court, praticato nel corso dei decenni.

Questa distinzione è spesso assente nelle letture occidentali: essere contrari a Netanyahu non significa necessariamente essere contrari al sistema di occupazione, colonizzazione e segregazione che il suo Governo rappresenta nella sua forma più esplicita. 

A ogni modo, il verificarsi di una situazione di stallo non sarebbe una novità assoluta per la politica israeliana, considerato che tra il 2019 e il 2022 Israele ha votato cinque volte in meno di quattro anni. 

L’uscita da quella paralisi ebbe due tempi. Nel 2021 nacque un Governo eterogeneo guidato da Naftali Bennett, leader di un partito di destra radicale, insieme a Yair Lapid; nell’aprile 2022 perse la maggioranza quando un parlamentare del partito lasciò la coalizione.

Alle urne del novembre 2022 il blocco di Netanyahu ottenne 64 seggi su 120: 32 al Likud, 18 ai partiti ultraortodossi, 14 all’alleanza di estrema destra.

Lo stallo pluriennale si è risolto, di fatto, con il Governo più a destra della storia del Paese: un esito difficilmente evitabile in una società il cui baricentro, nel corso dei decenni, si è spostato in modo costante verso destra.

Una società che si sposta a destra da decenni

Nonostante molte analisi superficiali del tessuto sociale e del corpo elettorale israeliano, tale spostamento non nasce affatto con il 7 ottobre 2023. Basta guardare ai numeri forniti da autorevoli fonti israeliane.

L’Israel Democracy Institute (IDI) misura l’auto-collocazione politica degli ebrei israeliani su una scala da 1 a 7. Un anno prima dello scoppio della Prima Intifada, nel 1986, il 39% si diceva di destra, il 25% di centro e il 23% di sinistra. 

Nel 1995, probabilmente sull’onda emotiva dell’assassinio di Yitzhak Rabin, i rapporti si capovolgono per un brevissimo periodo: il 36% si colloca a sinistra e il 29% a destra. 

Da lì in avanti, tuttavia, la tendenza di fondo è andata in una sola direzione. Un’analisi condotta dallo stesso istituto alla fine degli anni Duemila registrava già il 55% a destra, il 27% al centro e il 18% a sinistra. Il Democracy Index 2022 aggiunge due elementi. In tutte le fasce d’età la quota di chi si dice di destra è cresciuta con costanza nel tempo, e tra i 18 e i 24 anni arriva al 73%. 

Anche la demografia spinge nella stessa direzione: la fecondità degli ultraortodossi e dei religiosi è molto più alta di quella dei laici, e il ricercatore Or Anabi ha previsto che i partiti di destra troveranno sempre più facile formare governi senza dipendere da centro e sinistra.

Va precisato che, in Israele, la definizione di “destra” riguarda soprattutto la questione nazionale e il grado di oppressione riservato alla popolazione palestinese che vive nei confini israeliani, nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Il dato generazionale è particolarmente significativo. La collocazione a destra è, infatti, ancora più marcata tra i più giovani, e dunque diventa difficile immaginare che il semplice ricambio della classe dirigente possa invertire la tendenza. 

La verità è che il problema riguarda anche la cultura politica entro cui si formano le nuove generazioni, il modo in cui viene rappresentato il palestinese e i limiti entro cui viene concepita la sua libertà.

Naturalmente, una società non è un blocco uniforme e al suo interno esistono diversi gradi e sfumature di dissenso, contraddizioni e persone che si oppongono al genocidio e all’occupazione. Ma riconoscere queste presenze non significa che si possa attribuire loro una forza politica che i numeri riportati non mostrano. 

Il punto è un altro: capire quali idee, all’interno della società israeliana, riescano a diventare maggioritarie, quali comportamenti vengano premiati alle urne e quanto spazio rimanga per una proposta fondata sull’uguaglianza dei diritti.

Basti pensare che, durante il genocidio, ben l’82% degli ebrei israeliani si dichiarava favorevole all’espulsione forzata dei palestinesi.

Questa considerazione ci consente di leggere storicamente il dato e di attribuirgli un’interpretazione plausibile. Israele è un’entità coloniale di insediamento, fondata sull’ideologia sionista, che nel territorio su cui si è fondato ha sempre visto una terra nullius da svuotare della popolazione nativa. 

Per questo, nonostante l’iniziale “socialismo sionista”, con il passare degli anni e in presenza di una popolazione nativa che non ha mai rinunciato al suo ruolo attivo nella lotta, la traiettoria che si è delineata è stata quella di una destra ultranazionalista, che vediamo oggi dominante a livello sociale e saldamente al potere.

Il nesso tra questa struttura coloniale e lo spostamento a destra sta nella necessità di conservare una posizione di dominio contro la resistenza di chi sta dall’altra parte della barricata. Se la permanenza stessa dei palestinesi sulla propria terra viene trattata come una minaccia, la loro richiesta di libertà non può che essere interpretata come un problema di sicurezza. E ogni nuova forma di resistenza diventerà la giustificazione per un ulteriore irrigidimento.

In effetti, in questa logica, la competizione politica tende a premiare chi promette di esercitare quel dominio con maggiore brutalità e con minori restrizioni. La destra più estrema si presenta come la forza disposta a portare fino in fondo premesse che altri settori del sionismo condividono, pur preferendo un linguaggio più tenue o strumenti meno apertamente cruenti. 

È anche in questo senso che i ministri estremisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich vanno letti come il prodotto di una traiettoria politica, anziché come un incidente estraneo alla storia del Paese.

Cambiare premier, conservare il sistema

In effetti, anche l’uomo che i sondaggi danno in testa come possibile futuro primo ministro è un politico di destra. 

Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, ha fatto parte del gabinetto di guerra di Netanyahu durante il genocidio e si è dimesso nel giugno 2024, non certo in contrapposizione con l’eccidio, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi a Gaza, ma solo perché, a suo avviso, il Governo non stava raggiungendo i suoi obiettivi. 

Il suo programma unisce sicurezza e riforme civili, con un’inchiesta ufficiale sul 7 ottobre e la leva obbligatoria universale. Il quadro che emerge, dunque, è quello di una principale alternativa a Netanyahu proviente da un’area che ne condivide molti presupposti. 

Persino la lista più “a sinistra”, quella dei Democratici, è guidata da un ex generale, Yair Golan, che affronta la questione palestinese partendo dalla cosiddetta “sicurezza”: il suo programma abbina l’azione militare alla “separazione” (leggasi ulteriore apartheid) dai palestinesi.

La centralità della “sicurezza” consente, del resto, di lasciare irrisolta la domanda fondamentale: quale libertà viene riconosciuta ai palestinesi? Se ogni loro diritto resta subordinato a una valutazione israeliana di sicurezza, Israele conserva il potere di stabilire quando quel diritto possa essere esercitato, in quale misura e a quali condizioni. 

Per questo, la distanza da Netanyahu dovrebbe essere misurata anche – se non soprattutto – su ciò che chi si propone come alternativa intende fare dell’occupazione, degli insediamenti, dell’assedio, della negazione dell’autodeterminazione palestinese. 

Senza questo passaggio, il cambiamento rischia di riguardare soprattutto l’immagine internazionale di Israele. Un nuovo governo potrebbe recuperare credibilità presso le cancellerie occidentali molto prima di restituire ai palestinesi finanche un solo diritto.

La lettura che attribuisce al solo Netanyahu il “disastro Israele” ha un limite evidente. La sua leadership e il suo Governo sono, senza ombra di dubbio, l’espressione di un elettorato che ha continuato a spostarsi nella stessa direzione sotto governi e leader diversi.

E che, ancora oggi, dopo tre anni di genocidio, un crescente isolamento internazionale, un diffuso sentimento anti-israeliano a livello globale, le accuse dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia e i mandati di arresto della Corte Penale Internazionale, non sembra voler cambiare rotta.

Un elettorato che non intende, almeno da quanto visto nei sondaggi, garantire la maggioranza parlamentare a una coalizione che esclude le forze politiche più estremiste, razziste e criminali. 

Un’intenzione resa evidente dalle azioni di Ben-Gvir, Smotrich o Moshe Feiglin, che stanno cercando di conquistare voti con campagne elettorali basate su proclami apertamente genocidari, repressione e tortura dei prigionieri politici palestinesi, dichiarazioni relative all’occupazione del Libano e all’annessione della Cisgiordania occupata.

Qualunque sia l’esito del 27 ottobre, dunque, la domanda utile per chi guarda da fuori non sembra essere se Netanyahu resterà o cadrà. 

La domanda è se e come cambierebbero la politica estera europea e quella occidentale se si prendesse sul serio la profondità sociale e ideologica del problema. Se si riconoscesse, cioè, che la sostituzione di un primo ministro non basta a trasformare un sistema che continua a produrre occupazione, apartheid e distruzione.

Attribuire tutto a Netanyahu offre anche ai suoi alleati una comoda via d’uscita consente di immaginare una futura normalizzazione dei rapporti, senza doversi interrogare sulle responsabilità accumulate nel sostenere Israele e senza porre condizioni sostanziali al governo che verrà. Il rischio è che basti un interlocutore più presentabile per dichiarare superata la crisi, mentre per i palestinesi le strutture dell’oppressione restano intatte.

Finché il dibattito resterà concentrato su un nome, si rimanderà una discussione più difficile e più necessaria: quella che mette in discussione il sionismo come ideologia razzista e nazionalista, e il sistema di privilegi e sopraffazione che esso pretende di conservare. 

È su questo terreno che andrebbe valutata qualunque alternativa a Netanyahu: sulla sua disponibilità a porre fine al dominio sui palestinesi e al loro sterminio, non sulla capacità di renderlo nuovamente accettabile agli occhi dell’Occidente.

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