Pubblicato su “Compagno il mondo” il 29.10.2026: https://compagnoilmondo.it/la-strategia-di-bibi-il-rieccolo-e-la-strada-stretta-dellalternativa/
Mai come in questi giorni, il voto di un singolo paese ha incollato ai siti e alle televisioni così tante persone, interrogato analisti, smosso gli umori delle cancellerie. Questa volta sul destino di Israele erano puntati gli occhi del mondo, benché chi si è effettivamente recato alle urne sia apparso abbastanza impermeabile rispetto agli orientamenti e ai giudizi della comunità internazionale.
Il risultato di martedì scorso ci consegna alcune domande di fondo, che non possono avere risposte schematiche. Quando la claustrofobia da semplice percezione si trasforma nella principale leva di esercizio del potere politico, una società rischia di perdersi irrimediabilmente. E infatti il responso delle urne ci induce a un inevitabile pessimismo della ragione, corroborato dalla consapevolezza mai scontata che non è un turno elettorale che fa una democrazia. Soprattutto dopo che in tre anni sono stati aperti cinque fronti di guerra, pianificato un genocidio a Gaza, estesi gli insediamenti illegali in Cisgiordania: sono fatti, non suggestioni. Occorre fare un bilancio realistico sull’attuale costituzione materiale di Israele, dopo questo voto dove i picchi di partecipazione sono stati elevatissimi e dove sono emerse molteplici linee di frattura che non saranno facilmente rimarginabili nel breve periodo.
Benjamin Netanyahu è ferito, ma non morto. È stato il leader più longevo della storia di Israele, che ha governato in varie fasi cercando sempre di consolidare un principio: con me al potere, nessuno Stato palestinese sarà mai possibile. Lo ha ribadito in maniera martellante durante l’intera campagna elettorale, forzando in maniera radicale il messaggio: o me o la Palestina. Il tentativo era evidente: schiacciare tutto il campo dell’opposizione sul terreno, peraltro infondato, del tentativo di imporre la formula “due popoli, due Stati”. Gadi Eisenkot, il leader dello schieramento del “cambiamento”, non ha mai contestato realmente le scelte di questi tre anni sulla Palestina o sull’Iran; così come Naftali Bennett e Avigdor Lieberman, suoi principali alleati. Soltanto i pur timidi democratici hanno assunto una posizione diversa. Oggi nella Knesset neoeletta la prospettiva di Oslo, sussurrata più che rivendicata, vale poco più del 6 per cento.
Bisogna forse prenderne atto. La rimozione del genocidio è stata la cifra più inquietante di questa campagna elettorale. Nonostante il successo planetario di Naza e la mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale, in Israele non sono stati argomenti centrali nel dibattito tra gli schieramenti la morte di quasi ottantamila palestinesi, di cui trentamila bambini, e la fame usata come arma di guerra. Mentre invece la cicatrice del 7 ottobre resta tutt’altro che suturata. Perché – nonostante una larga parte della popolazione pretenda una commissione di inchiesta su cosa non ha funzionato nella catena di comando dell’esercito, dei servizi, della polizia e naturalmente del Governo – un’ampia fascia di elettorato, anche non direttamente riconducibile alla destra tradizionale, ha votato ancora sulla base di quel trauma. Questo ha avvantaggiato la costruzione di uno scenario apocalittico che oggi ci dice che Netanyahu può ancora restare in sella.
È vero che non ha ottenuto la maggioranza assoluta, gli mancano allo stato tra i 7 e gli 8 seggi, ma non è da escludere che riceva dal presidente della Repubblica il mandato a formare un governo: da abile negoziatore potrebbe staccare pezzi dal cosiddetto “blocco del cambiamento”. Non dimentichiamo che Bennett e Lieberman, suoi oppositori, non hanno mai disdegnato i voti dei coloni ed essi stessi vivono all’interno di insediamenti illegali.
Bibi si candida ancora una volta a garantire la tenuta dello Stato sionista, epurandolo dai partiti arabi che in questa tornata hanno fatto il pieno e che ancora una volta saranno vittima di una conventio ad excludendum che limita tutti i margini di manovra per una maggioranza alternativa. Non è da escludere che il tentativo di metterli fuori legge, bocciato già dalla Corte suprema, ritorni prepotentemente.
Eisenkot difficilmente riuscirà a fare la mossa per allargare a loro, innanzitutto perché ha paura di perdere altri pezzi della sua fragile alleanza, nonostante i democratici lo stiano chiedendo a gran voce, reclamando la caduta della barriera tra elettori arabi ed elettori ebrei. Temo che sia un tentativo nobile, ma quasi impossibile da realizzare.
La società israeliana è stata fortemente plasmata dal razzismo antiarabo, costituzionalizzato persino con la legge fondamentale che definisce Israele come uno “Stato ebraico”, stabilendo nei fatti una gerarchia tra cittadini. Gli arabi possono votare – benché le pressioni, le minacce, le vere e proprie aggressioni nei confronti dei cittadini arabi da parte dei supporter estremisti di Ben Gvir siano state tantissime e documentate nella giornata elettorale – ma il loro voto è oggettivamente congelato. Lo è naturalmente perché l’ingresso degli arabi – che rappresentano ben due milioni di cittadini – romperebbe il monolitismo sionista nel governo e metterebbe anche la società israeliana davanti allo specchio, alla necessità di stabilire o meno l’esistenza di una parità di accesso al governo del paese da parte di tutti, come ha spiegato Yair Golan: «Non dobbiamo accettare più la divisione razzista tra voti arabi e voti ebraici».
Eppure i palestinesi con passaporto israeliano hanno compiuto già una rivoluzione: sono usciti dall’invisibilità. Hanno detto: vogliamo esistere e contare in uno Stato che non è del tutto nostro. Un loro accesso al governo avrebbe naturalmente un potere costituente, cambiando la natura di un paese che si è via via trasformato nel laboratorio del suprematismo globale. Paradossalmente, un passettino in avanti verso quello stato binazionale su cui cominciano a interrogarsi in tanti. Se vogliamo, l’esito elettorale ci dice che nessuno dei due blocchi ebraici ha una maggioranza “sionista”, persino quello a sostegno di Netanyahu che ha una forte componente religiosa ultraortodossa che non si definisce automaticamente come tale, tant’è che rifiuta il servizio militare.
Dunque, nei prossimi giorni entreremo dentro una lunga fase di stallo che può essere il terreno su cui si consoliderà la suggestione dell’assenza di qualsiasi alternativa a Netanyahu. La Legge fondamentale consente un primo tentativo di ventotto giorni per formare il governo più quattordici eventuali di proroga. Toccherà a Bibi con grande probabilità il primo giro e tempi così lunghi rappresentano un’eternità, soprattutto perché il Governo uscente mantiene ampi poteri sulla sicurezza nazionale, sulla politica estera e sulla gestione delle operazioni militari. Sappiamo che già prima del voto il Primo ministro voleva riaprire le ostilità con l’Iran, ma fu fermato addirittura da Trump. Oggi il via libera potrebbe invece arrivargli direttamente dalla Casa Bianca, che gli ha regalato in extremis l’endorsement e che è in predicato di perdere le Midterm. Così come la continuazione dell’aggressione in West Bank, fino all’annessione definitiva, potrebbe essere la vera cifra programmatica del prossimo esecutivo: chiudere definitivamente la partita.
Una rivoluzione passiva ha prevalso in Israele, e lo condanna a privilegiare il vincolo della sicurezza sulla scommessa della libertà, il primato della guerra sul ribaltamento degli equilibri sociali, la salvaguardia delle gerarchie etnico religiose al posto del consolidamento di una società pluralista.
L’unica strada possibile per aiutare quella fetta di società che esiste e che vuole pace e convivenza resta la pressione internazionale. Che è stata debole, poco incisiva, se non addirittura complice con i disegni egemonici della destra israeliana. E la pressione passa per l’isolamento dello Stato ebraico dalla comunità degli Stati democratici con misure sanzionatorie finalmente efficaci, con la rottura degli accordi di cooperazione, con la fine del commercio delle armi, con il riconoscimento dello Stato di Palestina come leva politica fondamentale per non lasciare solo un popolo oppresso e umiliato.
I prossimi giorni ci diranno dove va a parare il quadro politico. Si scrutineranno le cosiddette “doppie buste”, circa seicentomila tra diplomatici, riservisti e residenti all’estero, che potrebbero correggere i risultati. Non insidiando realisticamente il lieve vantaggio di Netanyahu, ma chiarendo definitivamente i rapporti di forza: d’altra parte, anche una manciata di seggi fa la differenza. Dopo inizierà il conto alla rovescia sui possibili incastri, e lo scenario delle elezioni anticipate non è del tutto da escludere. Con Netanyahu che, avendo il boccino in mano, potrebbe aderire a una tattica dilatoria, prendendo per stanchezza un blocco dell’opposizione assai eterogeneo, incapace di dare la zampata finale al suo blocco di potere, nonostante le speranze alimentate sia dentro che fuori Israele.
Bibi scommetterà su un contesto internazionale dove la retorica delle minacce esterne finirebbe per stabilizzarlo: ancora una volta custode dell’integrità dell’Occidente contro il pericolo islamista. Si chiama Bibi, ma sembra Fanfani, come lo definì memorabilmente Indro Montanelli: “Il Rieccolo”.
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