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Articolo pubblicato per la rubrica “Divano” de “il manifesto” il 13.02.2026.

«Fino all’esperimento relativamente recente di laicizzare il ghetto, nessun ebreo dell’Europa centro orientale avrebbe mai considerato la Palestina altro che la patria dalla quale era stato esiliato». Così scrive Bernard Berenson il primo dicembre del 1948. È una pagina dei suoi Ultimi diari 1947-1958 curati da Nicky Mariano e tradotti nel 1966 da Emilio Cecchi per Feltrinelli con il titolo Tramonto e crepuscolo. Il 14 maggio del 1948 Ben Gurion, presidente del Consiglio nazionale ebraico, proclama lo Stato d’Israele. Berenson constatando come Israele nasca con la violenza «espropriando l’arabo in Palestina» si domanda: «Ma in che maniera si sono impossessati dell’Inghilterra gli antenati degli inglesi di oggi? E in America, come sono andate le cose? Cosa dire delle nostre invasioni ovunque nel Nuovo Mondo?». Ed elenca: «Brutalità! Tradimento! Violenza! Assassinii!». Aggiunge: «Senza dubbio gli ebrei fanno lo stesso oggi contro gli innocenti abbandonati arabi». Si chiede: «Mi domando se nella storia esiste un popolo arrivato a formare una nazione o uno stato senza comportarsi in modo riprovevole in tutti i sensi». Constata: «Il fatto è che i più attivi, i più inumani e ingiusti, adesso nella mitologia epica di ogni paese sono considerati eroi». Berenson formula infine una persuasiva previsione: «Per esempio i più aborriti del gruppo Stern che di recente hanno infierito in Palestina, saranno forse in seguito i più ammirati».

Tre anni dopo, il 6 novembre 1951, annota: «Già i vicini di Israele considerano con timore il suo esercito». Dice (affermazione che trova una eclatante conferma nella corsa agli armamenti dei nostri giorni) che «nel mondo di oggi non c’è niente che ispiri autorispetto quanto l’efficienza militare».

Emilio Cecchi, nella sua Prefazione a Tramonto e crepuscolo, sottolinea come Berenson con frequenza ricorra, nelle pagine dei diari, a richiami «alle origini e alle parentele ebraiche, tanto più quanto, con l’addentrarsi nella vecchiaia, più nostalgicamente il pensiero ritorna all’infanzia e alla vita familiare». Cecchi rinvia a quanto Berenson scrive il 30 ottobre del 1953: «Sono stato un antisionista, ero e sono un assimilazionista e non vedevo alcuna ragione per creare un ghetto ebraico ovunque fosse, e meno che mai in un nido di vespe come la Terra Santa. In più desideravo che il contadino e il beduino arabo potessero continuare la loro vita scomodissima ma non infelice, non disturbata dall’occidentalismo».

Già nel 1951, il 9 gennaio, Berenson annotava che «prima che Hitler ci rendesse tutti consci di essere ebrei, conoscevo pochi israeliti e non mi interessavo mai se fossero di pura razza o meno», ma riconosce che «lo sforzo organizzato di Hitler per distruggere l’ebreo ha dimostrato l’assoluta necessità di creare un centro di sicurezza per i sopravvissuti, risvegliando così fra gli ebrei stessi il sentimentalismo per quella terra dalla quale si consideravano non separati ma esiliati». Egli tuttavia ribadisce con forza che «considera la cultura e la civiltà e anche la ‘legge e l’ordine’ superiori alla razza e al patriottismo». Assai significativo in proposito un episodio occorsogli il 26 ottobre del 1957 (aveva appena compiuto novanta due anni). Pur avendo quella sera portato nella conversazione «un severo attacco contro Israele per essersi così sottomessa al Rabbinismo da decretare l’ebraico la lingua corrente nel paese», il grande studioso racconta che «non ero mai stato corteggiato con sguardi languidi e ipnotici come ieri sera da una bellissima giovane israeliana arrivata apposta da Israele, che si era messa il suo migliore vestito da sera per convincermi a fare cosa? A trasferire ‘I Tatti’ con tutto quel che contengono, allo Stato d’Israele. Per fondare là, come proponeva lei, una Casa Berenson abbinata ad altre grandi fondazioni ebraiche per le scienze e per gli studi. Avrei dovuto emigrare io stesso in Israele per dare, con la mia presenza, lustro e grandezza alla celebrazione del loro decennale». La «ammaliante signora israeliana», ci dice Berenson con un sorriso, «non mi ha tagliato i capelli nonostante tutte le sue seduzioni, tipo Dalila».

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