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Articolo pubblicato su “L’Unità” del 03.03.2026: https://www.unita.it/2026/03/03/board-of-war-il-terrore-e-la-grammatica-della-nuova-era-lasse-del-male-the-donald-bibi/

L’asse del male “The Donald-Bibi” annuncia il terrore come la grammatica della nuova epoca, quella in cui la CIA scopre il despota teocratico e Tel Aviv lo fa fuori. Al lungo genocidio perpetrato a Gaza segue la scia di sangue versato dalle bambine di Minab. Negli Epstein files il ratto delle minorenni rincorreva, per gli appetiti sfrenati di alcuni potenti, un perverso principio di piacere; negli assalti missilistici contro le scuole iraniane, ignare fanciulle diventano le vittime sacrificali offerte dai capi delle due “democrazie” più sfigurate d’Occidente in vista della liberazione dei persiani dalla tirannia della Guida suprema.

Le mani dei leader gemelli, due amici eccezionali dell’ammutolito governo italiano tenuto all’oscuro dei raid, grondano della linfa di corpi immacolati. Nessuno dei cosiddetti statisti europei ha accennato una minima contestazione delle spettacolari gesta di annichilimento. Anzi, costoro intimano all’Iran di non reagire all’aggressione e inviano navi nell’area per azioni “difensive”. Nella loro “guerra metafisica per la libertà” (formula inventata dal Corriere della Sera per giustificare il sostegno occidentale all’Ucraina), non rientra la censura delle avventure terroristiche a stelle e strisce che, accolte dallo sguaiato giubilo del prode Zelensky, a un ritmo da record decapitano i governi sgraditi, uno dopo l’altro. Ammanettato Maduro e trucidate le sue duecento guardie, la vita delle estrazioni petrolifere continua intensa come prima con gli affari che vanno a gonfie vele. Spedito all’inferno Khamenei, anche a Teheran i traffici devono proseguire celeri, lì infatti c’è gas sufficiente a saziare i voraci funzionari del capitale.

Per il tycoon di Washington, la banalità della pratica di annientamento serve ad apparecchiare il banchetto della gioia, un lugubre rito dove il cibo prelibato da consumare ha le insegne del dollaro. A Gaza, tra le ceneri dei cadaveri ancora freschi, il filantropo avvoltoio pianifica una riviera esclusiva aperta a villeggianti con tanti di quei soldi da non avvertire neppure la puzza delle salme rimaste sotto la polvere.

Lo stesso gusto amaro prodotto dall’alternarsi di sofferenza inflitta e quattrini accumulati, il Comandante in capo ha in testa di assaporarlo nei Caraibi. Per dare concretezza alla “settimana dell’anti-comunismo” lanciata di recente, la Casa Bianca progetta di sconfiggere l’Avana senza colpo ferire, per pura fame. L’impero strozzino vuole una Cuba stremata dall’embargo totale per poi addentare le bellezze dei suoi paesaggi come una iena che si scaglia sugli ultimi brandelli di carne.

Con due rivali strategici potenziali (Russia e Europa) ormai reciprocamente evirati, Trump può provocare, incendiare, ricattare, rapire e uccidere. Orientando le risorse cruciali dell’egemone insidiato nel primato verso le calde acque del Pacifico, egli spera di sospingere anche il Dragone in una fatale distrazione: da potenza tranquilla, che per effettuare il sorpasso è alle prese con i capricci delle curve del calcolo economico, Pechino viene indotta a dirottare le spese negli armamenti. Il Board of Peace disegnato dall’inquilino dello Studio Ovale obbedisce alla logica di spargere ovunque disordine, di deregolare le residuali relazioni internazionali, di governare i conflitti a colpi di bombe intelligenti e bottini da spartire.

Trump agita in maniera caricaturale una incombente “crisi di sicurezza” che richiede l’ordine perentorio dell’innalzamento di muri, la caccia grossa ai migranti con milizie speciali, il controllo dei ghiacciai e dei canali marittimi, il sequestro dei beni e delle terre rare, l’attacco preventivo, la morte per inedia della romantica Cuba, il terrore al vertice dei regimi non ancora allineati. La follia dell’impero, precipitato nell’incubo dello scavalcamento nel commercio mondiale a opera dei cinesi “imbroglioni”, allarga la spirale della guerra, fa dell’incertezza la norma, dell’esecuzione dell’ayatollah un momento ludico, della violenza una esibizione estetica, del saccheggio il fine ultimo.

Le prove di una terza guerra mondiale a pezzi confermano la catastrofica Finis Europae quale spazio autorevole nella grande politica. Per i governanti del Vecchio continente il duo Trump-Netanyahu va comunque ringraziato per la scenografica operazione che con una insignificante strage ha eliminato un autocrate e reso più stabile il pianeta. Dinanzi al grilletto infallibile del patrono del Medio Oriente, che con i blitz estende l’influenza e diffonde il panico nei paesi islamici già imbottiti di tensioni e di armi, anche la Repubblica del resto trova motivi di soddisfazione, così titolando: “In Iran applausi e canti, la gente in festa sui balconi”. Là dove abbondano le materie prime, Trump e la sua cricca sono da medaglia d’oro (d’oro nero, s’intende).

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