Nel decimo anniversario della loro sottoscrizione gli Accordi di Parigi non potevano dare peggior prova di se stessi. Spiace per il paese ospitante, che merita ogni simpatia e solidarietà, ma l’unica buona notizia uscita dalla COP30 di Belém, Brasile, è che qualcosa – forse, vedremo – comincia a muoversi fuori dal sistema delle COP, manifestamente inadeguato al compito di contrastare il riscaldamento globale in corso da più di mezzo secolo.
Figura 1Medie annuali (linea rossa) e decennali (linea nera) della temperatura sulla superficie terreste espresse come variazioni rispetto alla media del periodo 1850–1900.
Come ogni anno, alla vigilia dell’incontro, l’UNFCCC aveva reso noto un quadro sconfortante, corredato – come ogni anno – di un accorata affermazione della necessità che i governi facciano fare un salto di qualità alle proprie politiche ambientali, portandole finalmente all’altezza della situazione1. Basti qui ricordare i dati più importanti.
In estrema sintesi: basso livello di compliance, propositi peggio che modesti e per di più, allo stato degli atti, neppure messi in pratica. Difficile, alla vigilia della COP30, immaginare un bilancio meno presentabile. E su tutto, naturalmente, pesa la decisione degli Stati Uniti di uscire di nuovo dal consesso. L’UNFCCC non ne ha ancora scontato gli effetti in modo organico, ma non ha mancato di avvertire che, da soli, corrispondono a un decimo di grado di grado in più, da aggiungere ai livelli già citati.
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Se tale era lo stato dell’arte alla vigilia, neppure esistevano motivi per immaginare che la COP30 potesse segnare qualcosa di simile a una svolta. E infatti nulla di simile è accaduto. Il documento conclusivo della conferenza appartiene in tutto e per tutto al genere letterario di quelli delle conferenze che l’hanno preceduta2: il testo ribadisce, richiama, auspica, esorta, sottolinea, sollecita, invita, ecc., senza che gli obiettivi di mitigazione siano mai definiti in termini operabili, o anche soltanto ‘ben specificati’, enunciati con qualche precisione e affidati alla responsabilità di attori conosciuti. E quindi, si capisce, nemmeno una parola circa le azioni da intraprendere, neppure in termini ottativi. Come nei casi precedenti, l’impressione generale è quella di un testo che manca di attingere il piano dei dati di realtà, là dove valgono grandezze e relazioni di causa/effetto dalle quali non è lecito prescindere – e però di un esito che manca la condizione elementare di essere un discorso serio.
Un certo scandalo, in questo, ha suscitato il fatto che neppure si sia riusciti a nominare il petrolio e le altre fonti fossili, presenti nel documento soltanto per la via traversa di un rinvio al cosiddetto UAE consensus3, nel quale, per altro, il “transitioning away from fossil fuels in energy systems” compare soltanto come il contenuto di “sforzi” ai quali i governi sono “esortati” (di nuovo, cioè, niente di operabile). Certamente un fatto imbarazzante: sia perché segna un passo indietro rispetto al pur modestissimo risultato di parlare delle fonti fossili in modo esplicito, chiamandole con il loro nome; sia, a proposito di serietà, per il fatto stesso che un escamotage del genere, di fatto una presa in giro, è stato ritenuto proponibile. Al riguardo, però, neppure è il caso di farla troppo lunga. I difetti dell’impianto istituzionale uscito dagli Accordi di Parigi, puntualmente riflessi dagli esiti delle successive COP, e resi tanto più evidenti da questa di Belém, sono profondi, di tipo strutturale – per quanto sconcertante, la pervicace reticenza lessicale circa la causa che con tutta evidenza sta dietro il Global Warming non fa altro che segnalare la condizione di una vacuità di fondo.
Del resto, anche l’inconsistenza del sistema di governance disegnato dagli Accordi di Parigi non ha bisogno di un discorso tanto lungo, quasi si trattasse di una novità. Per l’essenziale, il fatto è che le scelte istituzionali compiute nel 2015 non prevedono alcun sistema di coordinamento. Ogni governo stabilisce per conto proprio, all’insaputa degli altri, in modo insindacabile, quello che vuole o che non vuole fare; né, nei riguardi di simili impegni ‘volontari’, presi in ordine sparso, è prevista alcuna modalità di enforcement. Pertanto: (a) la fatidica domanda ‘chi fa che cosa’ in vista del risultato aggregato che infine importa ottenere rimane del tutto priva di risposta, nel senso che non esiste alcun copione, alcuna distribuzione delle parti in commedia, coerente con il suo conseguimento; (b) non valgono altro che ‘obbligazioni imperfette’, affidate alla buona volontà dei partecipanti sia quanto ai loro contenuti, sia quanto alla loro messa in opera. In certo modo, come già osservato a commento della COP di Dubai, la situazione è anche peggiore di quella universalmente nota sotto il titolo di ‘dilemma del prigioniero’ (che pure resta un riferimento analitico del tutto pertinente): non è soltanto che i comportamenti ‘cooperativi’, che in ipotesi garantirebbero l’uscita dalla crisi, mancano delle necessarie condizioni di affidamento tra le parti in causa, è anche che patiscono un radicale deficit di specificazione. Di fatto, sono introvabili. E però, se un esito aggregato di per sé altamente improbabile viene affidato a un insieme di decisioni unilaterali, affatto discrezionali, in nessun modo sanzionabili, un’ininterrotta successione di fallimenti – come quella fatta registrare dalle COP – diventa uno svolgimento fin troppo comprensibile4.
Naturalmente, l’inconsistenza dell’impianto di governance disegnato dagli Accordi di Parigi non è altro che un riflesso – o meglio, un aspetto – delle condizioni di disordine che dominano il quadro dei rapporti internazionali, oggi tanto più evidenti e sanguinose che nel 2015, ma già allora abbastanza pronunciate da giustificare la formula della “terza guerra mondiale a pezzi”. L’ordine sparso avallato dal sistema dei Contributi definiti in sede nazionale non fa altro che sancire istituzionalmente i rapporti di forza di fatto vigenti tra gli Stati, compreso ilpeso reale degli interessi legati al petrolio e alle altre fonti fossili, tuttora agguerritissimi, alla cui affermazione, di fatto, non viene posto alcun ostacolo.
A Belém, però, è anche accaduto che non tutti si sono rassegnati fino in fondo a questa situazione. A un certo punto, un’ottantina di paesi, tra cui buona parte di quelli europei (ma non l’Italia), ha avanzato la richiesta che il documento finale, oltre a un riferimento esplicito alla necessità di abbandonare le fonti fossili, contenesse anche l’impegno a stabilire, per mezzo di una road map, come riuscire a farlo; e soprattutto, constatata l’impossibilità di includere questa idea nella Mutirão decision conclusiva dei lavori, ha egualmente deciso di portarla avanti, nella forma di un’iniziativa autonoma. A farsene carico, in veste di leader, il Governo colombiano e quello olandese, i quali, con l’appoggio in extremis di quello brasiliano, hanno convocato per il 28 e 29 aprile 2026, a Santa Marta, in Colombia, un incontro destinato appunto a mettere a tema – e soprattutto ‘a terra’, come si usa dire – l’obiettivo di porre fine all’età dei fossili. Così, a dieci anni dagli Accordi di Parigi, fuori dal quadro istituzionale da essi disegnato, avrà luogo la First International Conference on the Phase-out of Fossil Fuels.
Ora, certamente, bisogna essere prudenti. L’impegno a definire una road map è appena una premessa, un passo ancora propedeutico, al quale bisognerà vedere se davvero farà seguito qualcosa di stringente. La stessa idea di una road map, allo stato degli atti, non è altro che una formula, della quale gli osservatori più esigenti non hanno mancato di segnalare la genericità. Con tutte le cautele del caso, però, almeno due punti meritano attenzione.
(i) In una situazione di disordine generalizzato, la formazione di una coalizione animata da un proposito comune è pur sempre un passo avanti – l’unico, anzi, dal quale sia lecito attendersi qualcosa di diverso da appelli tanto vaghi da essere accettabili da tutte le parti in causa e non impegnarne alcuna. Per spiegarmi in breve, lascerò che in queste considerazioni irrompa ex abrupto – senza preparazione, senza riguardo per quanto possa essere spiazzante – la nozione (gramsciana) di ‘egemonia’, il cui senso, ridotto all’osso, è precisamente quello di una parte (o un insieme di parti) che ha motivo di rappresentarsi e perseguire obiettivi di interesse (più o meno) generale. Naturalmente, è anche necessario che la parte in questione coincida con una massa critica di volontà e risorse abbastanza consistente da produrre effetti sul quadro complessivo. Al tempo stesso, però, è lecito pensare che una coalizione disposta a offrire il ‘bene pubblico’ di una ragionevole messa a tema del che fare possa anche operare come un punto di riferimento – una ‘sponda’, se non proprio un catalizzatore – nei riguardi di altre volontà e risorse, inizialmente collocate oltre i suoi confini. Nel nostro caso, i paesi in procinto di riunirsi a Santa Clara rappresentano una concentrazione di volontà e risorse non proprio trascurabile; e già oggi non è impossibile immaginare interlocutori privilegiati del loro sforzo di coesione. Così, della prospettiva che la lotta contro il Climate Change riesca finalmente a trovare un baricentro in grado di farla diventare una cosa seria, va detto che resta comunque un esito improbabile – ma forse, almeno sulla carta, non del tutto inconcepibile.
(ii) In realtà, l’iniziativa varata a margine della COP di Belém è meno generica di quanto può sembrare, essendo di fatto venuta a saldarsi con la Fossil Fuels Non-Proliferation Treatise Initiative, la quale, nonostante i suoi pochi anni di vita, può già vantare un elevato grado di maturità, politica e ‘metodologica’. Compresa, nelle parole del suo presidente, una lucida consapevolezza della rottura che si tratta di operare. “The UNFCCC rules of procedure are clearly broken. We cannot afford to wait another year for another weak political signal while communities burn and drown. That’s precisely why Colombia and the Netherlands launched a parallel conference next April for those willing to tackle these issues head on […], including by discussing pathways to a Fossil Fuel Treaty”5. In effetti, il punto chiave del cambiamento di orizzonte sta proprio nel termine ‘trattato’, ossia nell’impostazione del problema in termini di negoziazioni esplicite. E quanto queste ultime possano e debbano essere stringenti, risulta dall’ulteriore considerazione che tutto, alla fine, si riduce a una cosa sola – che il petrolio e le altre fonti fossili restino là dove stanno, sotto terra, e dunque: 1) si rinunci alla ricerca di nuovi giacimenti; 2) non si dia corso ai progetti di investimento che prevedono la realizzazione di nuovi impianti di estrazione; 3) gli impianti esistenti siano lasciati ‘spirare’ senza investimenti di rinnovo. In questo ordine di idee, i negoziati devono appunto identificare i progetti legati alle fonti fossili che si conviene di mettere da parte e stabilire con che cosa, nella misura del necessario, convenga rimpiazzarli – che sono appunto contenuti operabili, grazie ai quali la lotta contro il Climate Change attinge finalmente un piano di realtà.
Nella prossima puntata di queste note parleremo ancora della Fossil Fuels Non-Proliferation Initiative, che in effetti è più strutturata e ‘avvertita’ di quanto i cenni che precedono non lascino comprendere; e soprattutto cercheremo di dire quale ‘atteggiamento’ (intellettuale, politico, morale) convenga assumere di fronte al fatto che l’obiettivo di non sfondare la fatidica soglia di + 1,5°, ormai, è out of reach. Proprio in quanto si riesca ad attingere un piano di realtà, diventa evidente la necessità di ‘capire bene’ le circostanze e le forze che stanno modellando il corso della crisi climatica, e dalle quali, in effetti, dipendono gli spazi di negoziazione sui quali è ragionevole contare. Al tempo stesso, per quanto ci riguarda, non sarà mai vero che gli irrinunciabili doveri di realismo tolgano legittimità alla formulazione di domane ‘radicali’ circa il mondo in cui vogliamo vivere. Come e più di altre in corso ai nostri giorni, la crisi ecologica solleva questioni di civiltà prima ancora che economiche e sociali; e come e più di altre sollecita una messa a tema del punto al quale è giunta la storia del mondo occidentale, oggi più che mai, a quanto sembra, alle prese con il nocciolo nichilistico, rovente e gelido, della ‘crescita’, se non proprio del ‘progresso’, che ha eletto a suo ideale.
Note
1 United Nations Environment Programme, Emissions Gap Report 2025: Off target – Continued collective inaction puts global temperature goal at risk. https://doi.org/10.59117/20.500.11822/48854. Tutte le informazioni che seguono nel testo sono tratte da questa fonte.
2 Cfr. https://unfccc.int/sites/default/files/resource/DT-cop30-01.pdf
3 Il contenuto dello UAE Consensus è presentato e discusso in https://centroriformastato.it/il-disco-rotto-delle-cop/
4 Inutile, a questo riguardo, insistere sul carattere ‘legalmente’ vincolante degli Accordi di Parigi, e compiacersi, al riguardo, del recente pronunciamento dell’International Court of Justice (International Court of Justice, Obligations of States in respect of climate change. Advisory opinion, 2025, https://www.icj-cij.org/case/187). L’argomento sarà oggetto di considerazioni ravvicinate nella seconda puntata di queste note. Per il momento basti citare il parere di due dei più autorevoli climate scientists oggi in circolazione, James Dyke e Johan Rockström, formulato proprio a ridosso della COP30 di Belém: “The beauty of Paris – getting all countries to commit collectively to cut emissions – has been undermined by the voluntary mechanisms to achieve it. So while staying well below 2°C is legally binding, the actions within national plans are not” [“Il bello degli Accordi di Parigi – l’impegno collettivo di tutti I paesi a tagliare le emissioni – è stato minato dalla volontarietà del meccanismo ordinato a questo risultato. Così, mentre restare ben sotto i 2° C è legalmente vincolante, le azioni nell’ambito dei piani nazionali non lo sono”] (https://theconversation.com/the-world-lost-the-climate-gamble-now-it-faces-a-dangerous-new-reality).
5 [La supremazia delle procedure UNFCCCè chiaramente rotta. Non possiamo aspettare un altro anno per un altro debole segnale politico mentre le comunità bruciano e annegano. Ecco perche la Colombia e l’Olanda hanno lanciato una conferenza parallela per il prossimo aprile, destinata a coloro che sono disponibili ad affrontare di petto questi problemi […], anche discutendo un itinerario che porti a un Trattato sui combustibili fossili.]
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