Con la visita del ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar nella capitale Hargeisa il 6 gennaio, Somaliland e Israele hanno ufficialmente stabilito le relazioni diplomatiche, dopo che il 26 dicembre il premier Netanyahu aveva annunciato il riconoscimento della regione secessionista della Somalia come Stato indipendente. Il Somaliland si era infatti autoproclamato indipendente nel 1991 dopo la caduta del regime del presidente somalo Siad Barre, andato al potere con un colpo di Stato nel 1969. La decisione di Tel Aviv ha sollevato più di un interrogativo, a cominciare dalla ventilata ipotesi di deportazione dei palestinesi da Gaza, e ha messo sotto i riflettori il Corno d’Africa, la regione strategica che controlla l’accesso al Mar Rosso ed è anche un buon punto di partenza per penetrare in Africa.
L’indipendenza del Somaliland, che occupa la parte settentrionale della Somalia corrispondente all’antico protettorato inglese, è stata favorita non solo dalla caduta di Siad Barre. La guerra civile che è continuata in Somalia e l’intervento armato a guida americana nel corso della cosiddetta operazione “Restore Hope” (1992-95) hanno lasciato sul terreno il caos politico-istituzionale facendone sostanzialmente da allora uno “Stato fallito”. Il Somaliland si è invece progressivamente consolidato con una Costituzione, delle istituzioni democratiche, un sistema multipartito con votazioni regolari, senza le contrapposizioni che la maggioranza degli Stati africani conoscono. Non sono mancati peraltro alcuni di scontri tra clan, compresa una mini secessione della regione di Las Anod che si è voluta ricongiungere alla Somalia.
Nel corso dei decenni una delle preoccupazioni maggiori dei governi che si sono succeduti ad Hargeisa è diventato il riconoscimento internazionale. Nell’autunno del 2020 Taiwan e Somaliland avevano stabilito relazioni diplomatiche, ma entrambi non sono riconosciuti dall’ONU. La scorsa estate i due Paesi hanno firmato un accordo di cooperazione tra le rispettive guardie costiere. La pirateria marittima è uno dei fattori di instabilità per tutto il Corno d’Africa.
In mancanza del riconoscimento diplomatico, il Governo si è impegnato in quello economico, tessendo rapporti con diversi Paesi, in modo particolare con gli Emirati Arabi Uniti. Nel 2016 la multinazionale emiratina DP Worl si è aggiudicata il contratto per la gestione del porto di Berbera sul Mar Rosso, che prevede un investimento di 400 milioni di dollari. Ciò ha permesso ad Abu Dhabi di ritornare sul Mar Rosso dopo che due anni prima aveva dovuto lasciare Gibuti, anche se poi è venuta meno l’ipotesi di costruire una sua base militare nel porto di Berbera per non esasperare le tensioni con la Somalia.
Chi ha decisamente scommesso un accordo col Somaliland è stata l’Etiopia alla perenne ricerca di quello sbocco al mare perso dopo l’indipendenza dell’Eritrea (1993). Un primo accordo su l’utilizzazione del porto di Berbera era stato raggiunto nel 2016 in coincidenza con l’affidamento della sua gestione agli Emirati Arabi. Ma il punto più alto si è raggiunto nel gennaio 2024 quando il Somaliland si è impegnato a dare accesso al mare attraverso un corridoio terrestre fino al porto di Berbera in cambio del riconoscimento dell’indipendenza e della partecipazione azionaria nella compagnia di bandiera Ethiopian Airlines. L’accordo ha fatto esplodere la tensione tra Mogadiscio e Hargeisa. L’Egitto, tradizionale sostenitore della Somalia e a sua volta in contrasto con l’Etiopia a causa della diga sul Nilo che Addis Abeba ha costruito causando problemi di alimentazione del fiume a valle, ha allora fornito armi pesanti e inviato consiglieri militari a Mogadiscio, facendo scattare contromisure militari da parte etiopica. Per scongiurare uno scontro armato è intervenuta la mediazione della Turchia, che ha forti interessi nella regione e in particolare con la Somalia nelle cui acque aveva appena iniziato la prospezione petrolifera. Nel dicembre del 2024 l’incontro ad Ankara tra i leader della Somalia e dell’Etiopia ha permesso di mettere fine alla tensione tra i due Paesi con la promessa del riconoscimento dell’integrità territoriale della Somalia da una parte, e dell’interesse all’accesso al Mar Rosso dall’altra. A distanza di un anno questa intesa non ha per il momento avuto un seguito.
È in questo scenario che si iscrivono le relazioni tra Israele e il Somaliland che non sono del tutto nuove. Nel 2020, a seguito degli Accordi di Abramo il Somaliland riconosce Israele, ma non viceversa e per questo non vengono stabilite quelle relazioni diplomatiche che solo all’inizio di quest’anno si sono concretizzate. Alla fine del 2024 alcuni media internazionali diffondono la notizia dei contatti tra Israele e Somaliland per un eventuale base militare da cui Tel Aviv potrebbe lanciare azioni militari contro i separatisti Houthi nello Yemen, in cambio del riconoscimento del Somaliland indipendente. Gli Emirati Arabi si erano detti disponibili a un sostegno finanziario al progetto.
Hargeisa intanto guardava anche agli USA e più particolarmente a Trump. In occasione delle ultime presidenziali nel novembre 2024, il presidente uscente e candidato alla sua rielezione, Muse Bihi Abdi, si era congratulato in campagna elettorale per la rielezione di Trump. Quello che è poi risultato il vincitore delle elezioni, Abdirahman Mohamed Abdullahi detto “Irro” capo del principale partito di opposizione – a riprova di una democrazia che funziona, attestata da osservatori internazionali – ha mantenuto un atteggiamento positivo nei confronti degli USA e nell’estate scorsa si è pubblicamente espresso a favore di un accordo con per una base militare sul Mar Rosso e l’accesso alle risorse minerarie strategiche, naturalmente in cambio del riconoscimento diplomatico. Nel frattempo gli Stati Uniti non rimanevano inermi nella regione e, tra la fine del mandato di Biden e l’inizio del nuovo mandato di Trump, hanno bombardato milizie legate ad Al Qaida e allo Stato Islamico, in accordo col governo di Mogadiscio, pur riducendo l’ammontare dell’assistenza militare.
Nei primi mesi del 2025 iniziano a circolare notizie circa l’esplorazione da parte degli USA e di Israele della disponibilità di alcuni paesi africani per ospitare i palestinesi di Gaza. Si tratta del Sudan, che è parte degli Accordi di Abramo dal 2020, della Somalia e del Somaliland. Nell’aprile 2025 intanto Elon Musk negoziava col Governo di Mogadiscio una licenza per la sua rete di satelliti Starlink. Le trattative sulle deportazioni da Gaza vedono però sfilarsi il Sudan, che è in piena guerra civile e vive un disastro umanitario senza pari nel mondo per ampiezza secondo le Nazioni Unite, e anche la Somalia strettamente legata all’Egitto e alla Turchia. Quanto al Somaliland ha come priorità il suo riconoscimento internazionale, prima di impegnarsi in un’operazione contrastata dagli altri paesi musulmani. Ed è così che alla fine di dicembre arriva l’annuncio di Israele.
La reazione dei paesi musulmani è stata quasi unanimemente negativa, lo stesso dicasi della Lega Araba, dell’Unione Africana, poiché la Somalia ne è, nei suoi confini internazionalmente riconosciuti, uno Stato membro. La reazione più dura è venuta naturalmente dalla Somalia che considera il riconoscimento un attentato alla sua integrità territoriale. Su richiesta della Somalia il 29 dicembre il Consiglio di Sicurezza si è riunito in una sessione urgente per discutere della questione. La posizione della Somalia è stata difesa da tutti gli intervenuti tranne Israele e Stati Uniti. La Cina ha ribadito che il Somaliland è parte integrante della Somalia, e che la questione deve essere risolta dal popolo somalo; la Russia ha evidenziato che la decisione di Israele rischia di complicare ulteriormente gli sforzi per combattere le milizie Chabab.
Gli Stati Uniti hanno difeso Israele perché ha lo stesso diritto di avere relazioni diplomatiche come qualunque altro Stato sovrano, alludendo al fatto che diversi Paesi hanno riconosciuto unilateralmente uno “Stato palestinese inesistente”, riprendendo così un argomento già utilizzato da Tel Aviv. Il rappresentante statunitense ha inoltre accusato il Consiglio di adottare un doppio standard, visto che sul riconoscimento della Palestina non era stata convocata alcuna riunione di emergenza per esprimere l’indignazione del Consiglio stesso. Quanto a un eventuale riconoscimento del Somaliland da parte statunitense, ha precisato di non avere nessuna dichiarazione da fare. Washington intende dunque avere le mani libere.
Il rappresentante di Israele ha rivendicato un impegno “lungo e costante” nei confronti del Somaliland che dal 1991 avrebbe soddisfatto i criteri oggettivi della statualità secondo il diritto internazionale. Il riconoscimento da parte di Israele di una realtà consolidata nel tempo non sarebbe quindi “né provocatorio né nuovo”, è invece un’opportunità per promuovere chiarezza e rafforzare la stabilità nel Corno d’Africa.
A proposito dei rapporti tra Israele e il territorio del Somaliland, qualche giorno più tardi Asher Lubotzky, ricercatore senior presso l’Africa-Israel Relations Institute, ha affermato che esistono prove della presenza di comunità ebraiche sulla costa del Somaliland. Attraversarono il golfo di Aden circa 150 anni fa per poi istallarsi in Palestina. Tuttavia ancora oggi la costa ospiterebbe un misterioso clan tribale che afferma di essere discendente di antichi antenati ebrei.
Con ogni evidenza la scelta di Israele e le azioni che di conseguenza verranno messe in campo rimescolano le carte nella regione del Corno d’Africa. Per Israele è strategico poter controllare lo stretto di Bab el Mandeb che apre la porta del Mar Rosso e dà accesso al porto di Eliat nel golfo di Aqaba. È inoltre il passaggio obbligato per Suez e per il Mar Mediterraneo, rivestendo quindi un ruolo fondamentale per il commercio mondiale. Per la guerra civile nello Yemen e la guerra che stanno conducendo contro i separatisti Houthi è fondamentale per gli israeliani disporre di una base sulla costa somala; il Governo di Hargeisa sta loro offrendo questa opportunità e intendono sfruttarla. Questo però accentua la rivalità tra l’Arabia Saudita e gli Emirati, che fanno parte degli Accordi di Abramo e appoggiano Tel Aviv. Al Corno d’Africa guardano poi le potenze regionali, come l’Egitto e l’Etiopia, che si trovano in questo momento su sponde opposte, e quelle mondiali. Cina, Russia e Turchia, come lo stesso Israele del resto, da tempo utilizzano le relazioni con i paesi del Corno d’Africa per penetrare più in profondità nel continente. Per questo l’importanza politica e strategica della regione è destinata ad accentuarsi.
In questo scenario l’eventuale deportazione della popolazione di Gaza ma anche la presenza degli USA imporrebbero la ricerca di un nuovo equilibrio. Può il Somaliland permettersi di isolarsi completamente dai vicini per accogliere i palestinesi? Che impatto politico e sociale può avere questa presenza su un territorio che conta 5-6 milioni di persone ed è estremamente povero?
Un altro interrogativo è quello relativo alla politica trumpiana. All’inizio del dicembre scorso il comandante del Comando militare unificato in Africa (AFRICOM) ha visitato le diverse regioni della Somalia, comprese quelle separatiste, per coordinare gli sforzi per contrastare i gruppi jihadisti che hanno ripreso fiato negli ultimi tempi. Questo non ha impedito a Trump, poche settimane dopo, di insultare gli immigrati di origine somala presenti nel Minnesota e di avere espressioni di disprezzo nei confronti della stessa Somalia. Elon Musk a sua volta ha chiesto l’arresto del rappresentante permanente della Somalia presso l’ONU il giorno stesso in cui il paese africano assumeva, a gennaio, la presidenza di turno del Consiglio di sicurezza. Le accuse hanno a che fare con presunte truffe attraverso una società di assicurazione sanitaria operante negli USA. Washington ha poi deciso di sospendere dalla seconda settimana di gennaio l’aiuto alla Somalia, dopo che aiuti umanitari erano stati sottratti al Programma alimentare mondiale (PAM/WFP) da parte di funzionari somali.
Sono questi episodi che le diplomazie di Cina, Russia e Turchia sorvegliano con attenzione. Questi Paesi hanno costruito la loro penetrazione in Africa – finanziaria quella cinese, militare quella russa (Mosca è il maggior fornitore di armi dell’Africa subsahariana) e turca (i droni) – sulla base della loro affidabilità, sull’ignorare imperativi di ordine etico come il rispetto dei diritti umani. Difficile pensare che gli atti di pirateria come quelli compiuti da Trump a Caracas possano ripetersi sistematicamente sul continente africano per mantenervi l’ordine di asservimento. Pechino, Mosca, Ankara, senza contare altri attori emergenti come Abu Dhabi, non aspettano altro per mettere radici più profonde in Africa.
Non stupisce allora che in questo quadro anche Israele abbia colto alcune opportunità in Africa, malgrado proprio dal continente, e specialmente dal Sudafrica, siano venute alcune delle critiche e delle iniziative più decise contro il genocidio a Gaza. Israele punta sull’export di armi, sulla fornitura di sistemi di sicurezza e di spyware, più che sull’aiuto finanziario necessariamente modesto. Per i paesi africani guidati da autocrati la complicità israeliana nel settore sicurezza e intelligence, sia interna che esterna, è sicuramente attraente. Il nuovo “ordine” internazionale che si sta imponendo attraverso il diritto del più forte trova in Africa un terreno favorevole. Rimane da stabilire chi sarà il più forte.
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