Interventi

Ci risiamo! A un anno di distanza, siamo di nuovo costretti a protestare per garantire ai cosiddetti “fuori sede” la possibilità di esercitare il proprio diritto costituzionale di voto nel prossimo referendum confermativo della legge costituzionalesul riordino del sistema giudiziario.

Questa possibilità si avvale delle tecnologie digitali per una gestione più flessibile degli elenchi degli aventi diritto al voto, e consente di garantire l’unicità del voto, evitando cioè che chi ha chiesto di votare fuori sede poi voti anche nel suo seggio di residenza (situazione improbabile, ma che non si può escludere). Ricordiamo che non ha nulla a che fare con il voto online (cioè il voto che si potrebbe fare usando un proprio mezzo digitale, smartphone o pc), che ha invece molteplici criticità di sicurezza. Questi i fatti: nelle seduta di mercoledi 28 gennaio, la commissione Affari costituzionali

Questi i fatti: nella seduta di mercoledi 28 gennaio, la commissione Affari costituzionali della Camera ha bocciato tutti gli emendamenti delle opposizioni al Decreto Elezioni, volti a consentire e agevolare il voto dei fuori sede. Ma il problema è a monte, è nella scelta del Governo di non includere nel testo del decreto legge che deve regolare le prossime operazioni di voto per il Referendum confermativo le disposizioni che erano presenti nel Decreto Legge n. 27 del 19.03.2025 relativo ai Referendum della primavera 2025.

Proprio su queste pagine avevamo sollecitato a gennaio del 2025 i promotori dei referendum a pretendere la possibilità esercitare il diritto di voto anche in un luogo diverso dalla circoscrizione di residenza e questa richiesta era stata raccolta e rilanciata in particolare dalla CGIL e da +Europa, avendo come esito il decreto legge n. 27/2025.

Questo decreto, dopo aver richiamato gli articoli della Costituzione affermava nelle premesse:

“Considerata la necessità di consentire e agevolare la partecipazione alle consultazioni referendarie dell’anno 2025 a tutti coloro che, per motivi di studio, lavoro o cure mediche, sono temporaneamente domiciliati in un comune italiano di una provincia diversa da quella in cui insiste il comune di residenza.”

Si sanciva dunque la necessità del provvedimento per garantire il diritto di voto agli elettori fuori sede.

Nell’art. 2 venivano precisate le modalità attuative che sono state poi gestite, sul piano organizzativo e informatico, senza che si verificasse alcun problema, anche grazie al fatto che il voto referendario comporta l’uso della medesima scheda in tutto il territorio nazionale.

Addurre, come fatto dalla sottosegretaria Wanda Ferro (a quanto si legge nei resoconti della stampa parlamentare), la presenza di “problemi tecnici dovuti ai tempi” come motivazione per non poter ripetere quella che dovrebbe essere non più una sperimentazione, ma ormai una prassi acquisita, è dunque privo di qualunque fondamento, sia perché gli strumenti informatici necessari sono gli stessi già precedentemente utilizzati, sia perché, se anche così non fosse, basterebbe spostare di quanto serve la data del voto invece di intestardirsi a volerlo anticipare strumentalmente.

Garantire a tutti i cittadini la possibilità effettiva di esercitare il diritto di voto è un dovere delle istituzioni della Repubblica. E meriterebbe anche l‘attenzione del massimo Garante del sistema democratico nella persona del Capo dello Stato. Perché è a tutti chiaro che nessuno dei fuori sede (moltissimi dei quali sono quei giovani a cui tutti dicono di voler prestare la massima attenzione), che in teoria potrebbero “tornare a casa”, nei fatti lo farà. E non per cattiva volontà, ma perché le condizioni di vita, di lavoro ed economiche non lo permettono. La scelta di negare questo diritto da parte del Governo e dei parlamentari che si sono affrettati a depositare la richiesta del Referendum confermativo – gli stessi che ieri hanno votato contro gli emendamenti dell’opposizione – la dice lunga su come interpretano il diritto di voto dei cittadini: negandolo!

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