Democrazia, Politica, Temi, Interventi

Francesco Pallante su “il manifesto” del 30 settembre scorso prospetta l’apertura di una riflessione critica sulle riforme amministrative degli anni ’90, partendo dal caso Milano come compimento finale di un disegno di privatizzazione della sfera pubblica. E non si può che essere d’accordo, perché si tratta di una componente del processo di subordinazione del potere pubblico e della politica ai grandi interessi privati. Tenendo da parte le questioni parzialmente diverse relative al funzionamento dello Stato centrale, mettere a fuoco le distorsioni del sistema amministrativo territoriale consente di comprendere meglio molte difficoltà della politica.

Non è solo Milano. Scandali e problemi per le liste elettorali sono registrati a Napoli, a Torino, a Bari, a Venezia, in Calabria, in Liguria, nelle Marche, in un quadro bipartisan che ha un solido fondamento comune. Nelle Regioni e nei grandi Comuni sono cresciuti sottosistemi di potere costituiti da reti di relazioni improprie tra dirigenti politici, funzionari amministrativi e portatori di interessi privati. Relazioni improprie perché realizzano scambi che distorcono l’esercizio delle funzioni pubbliche dalla realizzazione dai fini istituzionali loro assegnati dalla legge a fini particolari dei titolari delle funzioni stesse, sacrificando l’interesse generale, quantomeno all’imparzialità dell’azione amministrativa, in collegamento con gli interessi particolari di altri soggetti in campo. La struttura dei sottosistemi di relazioni e scambi è triangolare: singoli personaggi e cordate politiche, dirigenti e operatori amministrativi, imprese o associazioni private.Il politico decide, o copre, un amministrativo provvede, un soggetto privato restituisce una controprestazione, in denaro o nel suffragio elettorale, attraverso atti illeciti o leciti o quasi leciti. Negli appalti, nelle concessioni, nelle autorizzazioni, nei concorsi. Favorendo le imprese di costruzione, la proprietà immobiliare ovvero la rendita urbana, le imprese operanti nella sanità pubblica e costitutive della sanità privata. Anche la piccola proprietà e le piccole imprese, e gruppi di cittadini trasformati in clientele.

Non c’è stata solo la legge sul provvedimento amministrativo, la privatizzazione del pubblico impiego, lo spoils system. La distorsione del sistema amministrativo deriva anche dall’elezione diretta di Sindaci e di “Governatori”, che ha concentrato tutto il potere negli Esecutivi. Va citata, inoltre, la progressiva eliminazione del reato di abuso d’ufficio, che ha dilatato la discrezionalità dell’azione amministrativa. E ancora, la sequenza di leggi nazionali e regionali sull’urbanistica, che ha indebolito i vincoli all’edificazione dei territori.

Questa distorsione impatta pesantemente sulla politica e sui partiti. In generale favorisce il centrodestra, che in un sistema privatizzato gestisce meglio le proprie clientele, generatrici di suffragi che si aggiungono a quelli di “opinione” (vedi Calabria). L’unico problema è la spartizione della torta a monte tra i partiti della coalizione, cominciando dalle candidature a “Governatore” (vedi Veneto, Campania, etc.).

A sinistra la questione riguarda il PD, i suoi dirigenti locali, la sua tradizione di buon governo smentita dai “cacicchi” a capo dei sottosistemi triangolari, definiti “reti di relazioni” da Floridia (“il manifesto”, 22 agosto) denunciandone la maggior forza nel Partito rispetto alla stessa segretaria Schlein. Molti sono gli esempi, pur diversi, di questo fondamento comune. Oltre al “caso Milano”, che qui si dà per noto, ne citiamo altri due.

A Napoli, la volontà del “Governatore” di difendere la sottostruttura di potere creata nella Regione e nel Partito è stata resa evidente dalle richieste al PD nazionale per evitare la presentazione di una sua lista autonoma, consistenti nella nomina del suo erede a segretario regionale del PD, più gli Assessorati alla Sanità e ai Trasporti. Ovvero il controllo del Partito insieme al controllo di circa il 90% del bilancio della Regione.

La recente storia amministrativa di Roma è anch’essa ben nota. Mafia Capitale, ovvero la collusione del sottosistema di potere del Campidoglio con la criminalità organizzata del “mondo di mezzo”, è stata eliminata dall’intervento della magistratura. Dopo si è arrivati alla defenestrazione di Marino da parte della sua stessa maggioranza perché aveva tentato di espiantare parti del sottosistema. Il sindaco Gualtieri è stato eletto promettendo una discontinuità con le prassi precedenti, e tuttavia sta portando a interventi pesanti sulla città in accordo con gli interessi forti delle grandi imprese di costruzione e del turismo, della rendita urbana e della finanza speculativa, senza procedure di partecipazione e spesso in totale contrasto con le associazioni di cittadini. Dall’inceneritore di Santa Palomba allo Stadio della Roma al megaporto per navi da crociera a Fiumicino. E si è prodotto un riassetto del sottosistema di potere del Campidoglio con la parziale sostituzione delle vecchie cordate di partito e dei soggetti da privilegiare, che certo non è la discontinuità promessa.

In attesa delle opportune leggi di riforma si pone la questione di come smontare o limitare i sottosistemi, a legislazione vigente. La chiave è dare più potere, coi Regolamenti, alle Assemblee elettive e quindi al controllo popolare sul funzionamento dell’amministrazione. La normativa (legge 196/2009 e ss.) sul Bilancio dello Stato e degli Enti locali, già prevede che nella sessione di bilancio il Sindaco (o il “Governatore”), gli Assessori e i vertici della burocrazia rispondono all’Assemblea dell’attività amministrativa svolta dagli apparati, della relativa spesa e dei risultati raggiunti, per poter deliberare a ragion veduta sul Bilancio dell’anno successivo. Previsioni inattuate sia per lo Stato che per gli Enti locali. Il primo punto, perciò, è dare attuazione a questa normativa nella misura maggiore possibile. Altre innovazioni possibili sono il collegamento tra i vari organi di controllo (Corte dei conti, Ispettorato di Finanza, ANAC) e l’Assemblea, con relazioni e comunicazioni su richiesta. Cruciale sarebbe lo sviluppo del rapporto tra le Commissioni consiliari e le Aziende o gli Uffici centrali, con audizioni e richieste di informazioni. Per contro andrebbe stabilito un rapporto diretto tra le Commissioni e le associazioni di cittadini, anche attraverso le procedure di partecipazione, sull’impatto effettivo delle diverse attività amministrative. Va certo sviluppata la riflessione teorica proposta da Pallante, e prima ancora la consapevolezza nel ceto politico della centralità della questione, e delle proprie responsabilità.

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