Introduzione di Antonello Ciervo e Giovanni Russo Spena al volume collettaneo “Controriforma della magistratura. Anatomia di una svolta autoritaria”, edito da Left.
Il 23 luglio 1971, il Movimento Sociale Italiano (MSI) depositava, primo firmatario Giorgio Almirante, una proposta di revisione costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), proprio negli anni in cui l’emergere dell’associazionismo dei giudici all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) aveva aperto un dibattito che avrebbe portato, di lì a poco, all’approvazione della legge elettorale della componente togata con metodo proporzionale. Anche – o soprattutto – per questo motivo, ad avviso del MSI il rischio di una politicizzazione del CSM era inevitabile: per queste “preoccupanti” ragioni, era necessario «ridurre il conflitto nell’ambito giudiziario, ricondurre i meno – che però costituiscono i gruppi più attivi ed impegnati in un’azione attivistica [sic!] – a posizioni necessariamente aderenti al dovere di imparzialità per ristabilire prestigio e fiducia compromessi da note vicende, nonché da disfunzioni» del Consiglio stesso (così nella relazione introduttiva all’A.c.n. 3568/1971).
La soluzione prospettata dai firmatari della proposta consisteva nell’introdurre la nomina dei membri togati mediante sorteggio: il ddl di revisione costituzionale non ebbe alcun seguito e oggi ricordarlo potrebbe apparire una mera erudizione di storia parlamentare.
Eppure quella proposta, letta con il senno di poi e con gli occhi rivolti al presente, assume una nuova ed inquietante attualità. Innanzitutto, troviamo qui esposte chiaramente le ragioni politiche di una parte allora minoritaria – ma oggi pienamente maggioritaria in Parlamento ed egemone nel Paese – che propone, con il non celato obiettivo di farne un plebiscito popolare, la presente riforma del CSM, a partire dal sorteggio dei suoi componenti togati, come se questa fosse ormai l’unica soluzione possibile per porre fine a una paranoica rete di intrecci di potere tra politica e magistratura. Tuttavia, mentre nel 1971 il MSI vedeva nell’emersione del pluralismo associativo un evidente elemento di politicizzazione della magistratura, oggi questi stessi argomenti sono impiegati nel dibattito pubblico per giustificare la riforma della giustizia targata Nordio, con l’obiettivo di porre fine allo “strapotere delle correnti”.
Sia chiaro: questo sovversivismo dell’attuale classe dirigente non è da ricondurre soltanto agli epigoni della cultura politica neo-fascista nostrana, se solo si pensa che ancora nel 2001 l’allora maggioranza di centrodestra a trazione berlusconiana riproponeva, a trent’anni esatti di distanza dalla “provocazione” del Msi, di introdurre in Costituzione il sorteggio dei togati, oltre che dei laici, per porre fine alla politicizzazione del CSM e alle “correnti” della magistratura, con l’obiettivo di neutralizzare «la diversità antropologica del militante (che normalmente vede il magistrato di sinistra obbediente alle decisioni del “collettivo” e capace, in nome dell’idea, di sacrifici impensabili per un magistrato moderato, affetto da inguaribile solipsismo)» (così nella relazione introduttiva all’A.s.n. 561/2001). Al di là della stereotipata – e a tratti macchiettistica, se non addirittura inquietante – rappresentazione che veniva data della magistratura, appare chiaro come l’introduzione del sorteggio assumesse nell’intenzione dei proponenti una finalità punitiva delle toghe all’indomani di Tangentopoli e che oggi – con la “riforma Nordio”, approvata dal Senato definitivamente il 30 ottobre 2025 -, vede sommata a questa scelta anti-democratica di fondo, la duplicazione del CSM, con il non celato obiettivo di sottoporre finalmente le Procure al controllo dell’Esecutivo, esautorando de facto l’obbligo dell’azione penale e addomesticando così le procure ai desiderata della politica. Si tratta di una “controriforma”, nel merito, pericolosa ed autoritaria, un tassello ulteriore di un puzzle più complesso ma ben pianificato, che rischia di trasformare il volto della nostra democrazia in una “democratura”, in uno di quei modelli autoritari nati negli ultimi anni in Ungheria e Polonia e che vedono oggi nell’America di Trump la loro messa a sistema istituzionale definitiva.
Uno dei Padri della nostra Costituzione, Pietro Calamandrei, sosteneva che l’Esecutivo e i suoi ministri avrebbero sempre dovuto uscire dalle aule parlamentari, ogni qualvolta si fossero discussi progetti di revisione costituzionale: «I banchi del governo devono rimanere vuoti» diceva, se si vuole davvero restare fedeli al metodo e alle regole del dibattito democratico. In questi mesi, invece, assistendo all’iter di approvazione della “controriforma Nordio”, abbiamo registrato con preoccupazione come il Parlamento non abbia avuto nessun ruolo. Esautorato il dibattito, persino il testo originario del ddl uscito dal Consiglio dei ministri è stato approvato per ben quattro volte in un anno senza alcuna modifica testuale.
In questo modo la maggioranza, negando alla radice lo spirito ed il senso dell’articolo 138 della Costituzione – che pretende attento confronto, equilibrio, un surplus di dialettica e di discussione, quando si affrontano temi che stanno al cuore del sistema democratico – è andata avanti indossando l’elmetto della contrapposizione politico-mediatica. E da ultimo, in queste settimane, abbiamo assistito alla trasformazione del referendum oppositivo in un plebiscito a favore del Governo Meloni, così da poter poi mettere mano con altrettanta celerità alla controriforma del “premierato” e a quella dell’autonomia differenziata, un combinato disposto questo che completerebbe la trasfigurazione del nostro sistema democratico, esautorando sostanzialmente l’effettiva vigenza dell’intera prima parte della Costituzione e disarticolando di fatto la separazione tra poteri dello Stato. La battaglia referendaria che abbiamo davanti – una battaglia civile a difesa delle garanzie costituzionali – non può quindi essere impostata in una prospettiva tecnica, come se ci si dovesse preparare ad assistere a una discussione tra esperti, professionisti del diritto e giuristi: è necessario – motivo per cui abbiamo pensato di dare alle stampe questo libretto – costituire sin da subito, nazionalmente e territorialmente, diffusi comitati referendari che evitino di ingabbiare la discussione nello scontro tra ANM e Governo.
I comitati del NO della società civile devono essere innervati dalla presenza al loro interno di movimenti di lotta e soggettività sociali, devono portare la discussione nei luoghi della produzione e del conflitto, anche con il sostegno del sindacalismo nelle sue variegate configurazioni organizzative: i comitati devono parlare al tessuto del Paese, alle sue forze vive e alla cittadinanza in generale, facendo emergere quella che è la vera posta in gioco di questo referendum che rischia di essere messa nell’ombra o in secondo piano dalle discettazioni tecniche, ossia la nostra democrazia costituzionale così come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi e così come ci è stata consegnata – nella sua configurazione antifascista – dai Padri e dalle Madri costituenti.
Il nostro “no” critico alla “controriforma Nordio”, insomma, non può essere soltanto l’esito consapevole di riflessioni tecnico-giuridiche, ma è motivato innanzitutto dalla convinzione che l’abbattimento della cultura della giurisdizione e la trasformazione delle procure in un collegio di super-poliziotti – direttamente o indirettamente controllate dall’Esecutivo – diventino una forma di repressione istituzionalizzata delle lotte e del conflitto sociale, dei movimenti politici protagonisti di queste lotte e, più in generale, una restaurazione di quell’idea della magistratura indifferente ai valori costituzionali. Un potere che ha mire assolutiste, infatti, non tollera nemmeno i limiti che derivano dalla magistratura, ma pretende giudici e pubblici ministeri etero-diretti, se non addirittura sottomessi al Capo politico di turno. Al contrario, come ci insegna la Costituzione, i giudici devono amministrare la giustizia in nome del popolo, tutelando i diritti dei cittadini e soprattutto quelli delle minoranze, perché in democrazia la maggioranza è garantita dal numero, le minoranze dalle regole e dai diritti.
Sia chiaro: noi non siamo il “partito dei giudici”. La nostra storia personale e la nostra cultura politica ci rendono da sempre garantisti, in nome della Costituzione: porre sotto il controllo dell’Esecutivo i pubblici ministeri, favorendo un loro rapporto privilegiato con la polizia giudiziaria, significa – oggi forse anche più di ieri – esautorare l’obbligatorietà dell’azione penale che è uno dei cardini della Costituzione repubblicana e che rende il nostro sistema giudiziario davvero garantista e democratico. L’imparzialità dei giudici e l’uguaglianza dei cittadini, infatti, non saranno garantiti da pubblici ministeri braccio armato dell’Esecutivo, che sceglieranno di privilegiare le inchieste contro i migranti, gli oppositori sociali e politici del Governo Meloni, come di tutti coloro che quotidianamente si battono per un mondo migliore ed economicamente più giusto di quello che ci è stato dato la sorte di vivere in questi decenni di regressione autoritaria neo-liberale. Meloni lo ha già detto chiaramente più volte: i giudici non devono ostacolare l’indirizzo politico del Governo, limitandone le scelte, ma porsi al servizio di queste scelte, giustificandole sul piano normativo e legittimandole a livello pratico con le loro sentenze.
È proprio per questo motivo che vogliamo vincere il difficilissimo referendum della prossima primavera, perché vogliamo evitare che la magistratura diventi un organo repressivo e un “porto delle nebbie”, cortigiana di un Potere che diventa ogni giorno di più Stato penale, autoritario e repressivo. Solo un grande movimento sociale potrà evitare questa deriva e potrà vincere questa battaglia in nome della Costituzione antifascista.
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *
Nome *
Email *
Sito web
Do il mio consenso affinché un cookie salvi i miei dati (nome, email, sito web) per il prossimo commento.