Il comunicato di due giorni fa della CGIL sull’andamento della Cassa integrazione è un vero grido d’allarme sullo stato dell’apparato produttivo del nostro Paese. Per due ragioni, entrambe segnalate: il vertiginoso aumento della Cassa straordinaria, e l’ampiezza dei settori produttivi maggiormente coinvolti del ricorso ad essa. Le due cose hanno una sola e drammatica conclusione: l’apparato produttivo italiano si trova in una crisi profonda, e – soprattutto – non si vede una strategia per uscirne: perché il ricorso alla Cigs non è sintomo di “governo dei processi”, né di trasformazione guidata verso nuove frontiere produttive, tecnologiche, occupazionali, quanto piuttosto salvaguardia temporalmente limitata di quanto c’è. A far da triste conferma di quanto appena affermato c’è il parallelo crescere dei due ammortizzatori sociali legati alla perdita dell’occupazione, la NASPI e la Dis-Coll, a conferma che è l’insieme degli strumenti disponibili che sta mostrando la corda. Più in particolare citiamo dal comunicato della CGIL: “La Cig ordinaria, che dovrebbe accompagnare difficoltà temporanee, diminuisce, mentre quella straordinaria esplode: +58% in un solo anno, oltre 275 milioni di ore autorizzate, con un incremento che nell’industria supera il +69%. Questo significa una cosa sola: le crisi non sono cicliche, sono strutturali. La Cigs non accompagna la ripresa, ma ristrutturazioni senza piani industriali, dismissioni, chiusure mascherate. Le reindustrializzazioni annunciate restano sulla carta. I lavoratori restano sospesi”. E per quanto riguarda i settori maggiormente coinvolti si citano il “metalmeccanico, automotive, siderurgia, metallurgia, chimica di base, elettrodomestico, componentistica. Ma anche servizi industriali, logistica, appalti e call center”. Il comunicato conclude contrapponendo queste indiscutibili evidenze alla propaganda governativa, che sbandiera incrementi occupazionali e tenuta dei redditi. Il problema o il paradosso è che si tratta – penso – di due fenomeni che coesistono e si sovrappongono: in altre parole esiste una crisi dell’apparato produttivo italiano che convive con una fase di stasi salariale e di precarizzazione indotta normativamente. Il combinato disposto di queste tendenze rende conveniente per le imprese non privarsi del personale e anzi assumere piuttosto che investire in tecnologie avanzate e rischiose data la fase di turbolenza strutturale che caratterizza i mercati e la geopolitica internazionale.

Due studi pubblicati nei giorni scorsi rafforzano questa impressione: mi riferisco al contributo di Aprea, Raitano e Subioli nell’ultimo numero de Il Menabò intitolato “Lavoro povero e povertà relativa: una panoramica europea”, e al documento presentato il 5 febbraio al convegno organizzato dall’Alleanza contro la povertà (qui il resoconto tratto da ilmanifesto del 6 febbraio). Tratto comune a entrambi i contributi è segnalare l’insufficienza della statistica ufficiale a cogliere i sommovimenti in atto nella struttura del mercato del lavoro e nell’organizzazione del lavoro delle imprese, che hanno fatto sì che in molti casi avere un’occupazione non protegga dall’essere o dal rischiare di diventare povero.

I due ambiti – il ricorso alla Cigs e agli ammortizzatori sociali, e l’ampiezza e la diffusione del lavoro povero – interrogano con asprezza un ventennio di politiche del lavoro e di strategia economica che hanno scelto la rincorsa alla destrutturazione delle relazioni sociali e delle tipologie d’impiego, convinte che solo liberando le imprese dai costi (leggi diritti delle persone) le stesse avrebbero potuto affrontare con successo le sfide della globalizzazione e dell’irrompere sul mercato mondiale di nuovi importanti protagonisti (la Cina in primo luogo). A distanza di vent’anni possiamo dire che la strategia non ha pagato, ma che i suoi frutti si sono scaricati sulla società italiana, rendendola meno coesa, e meno capace di riattivare l’ascensore sociale anche per affrontare i salti tecnologici. Da ultimo sia concesso segnalare il grido d’allarme di un economista solitamente non facile a posizioni estreme come Sandro Trento (Domani del 4 febbraio), che evidenzia la fragilità relativa dell’economia dell’Unione Europea e italiana, in particolare di fronte ai sommovimenti in atto nel mondo, e l’avvicinarsi inesorabile della fase in cui si dovrà iniziare a restituire le ingenti risorse affluite all’Italia per finanziare il PNRR: temo che oltre all’onere economico si dovrà constatare che si è trattato di risorse non in grado di trasformare gli assetti economici e sociali dell’Italia com’era negli auspici al momento dell’acquisizione di quelle risorse; il comunicato della CGIL da cui sono partite queste note lo conferma. Posso solo rinviare con rimpianto a due documenti che secondo me hanno rappresentato la migliore produzione alternativa a queste tendenze: il Piano del lavoro 2015 e la Carta dei diritti universali dei lavoratori e delle lavoratrici, entrambi documenti elaborati dalla CGIL sotto la direzione di Susanna Camusso, ed entrambi colpevolmente dimenticati sia dalla politica cui erano indirizzati (il centro sinistra o comunque si voglia chiamare lo schieramento democratico-progressista), sia lo stesso sindacato confederale.

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