Democrazia, Diritto, Politica, Temi, Interventi

Nella campagna referendaria, a chi si oppone alla riforma del sistema giudiziario voluta dal Governo è frequentemente richiesto di abbassare il profilo della critica, di spoliticizzare il confronto. A questa richiesta interessata è opposto un rifiuto risoluto e conseguente che sta generando sempre maggiore consapevolezza. È impossibile, e sarebbe questa sì una forzatura, confinare il significato della battaglia referendaria per il “No” a un conflitto ristretto alla tecnica dell’organizzazione della giustizia.

La campagna del “Sì” è sottile ed è diffusa con la potenza della prevalenza mediatica: la riforma viene presentata come una necessità tecnica, inevitabile – il compimento coerente del principio del “giusto processo” … – alla quale la maggioranza di governo risponde all’unisono e per la quale chiede un voto di schieramento; il referendum costituzionale viene descritto come una concessione confermativa, già vinta – ma i sondaggi ormai smentiscono questa narrazione. L’attacco sarà sempre più rivolto contro la magistratura, con esempi controversi utilizzati per suscitare emozioni e coprire il vero obiettivo della riforma, anche attraverso possibili blitz comunicativi o fatti eclatanti inscenati in prossimità del voto. Le critiche motivate si vogliono emarginare e si tenta di rendere poco credibile – perché dipinta come arbitraria – la denuncia dell’offensiva contro l’autonomia del potere giudiziario.

Per i sostenitori del “No”, al contrario, il problema è rendere evidente una realtà purtroppo estremamente allarmante: per questo occorre tenere molto alto il profilo della critica e rimarcare il carattere oppositivo del referendum.

Si tratta di fronteggiare il passo più consistente e insidioso di una strategia di svuotamento della Costituzione e della traduzione dei suoi principi fondamentali. Come sappiamo, i capisaldi di questa strategia sono, oltre la separazione dell’ordine giudiziario, la scelta inquietante per il premierato elettivo, la volontà di forzare la legislazione elettorale e l’autonomia differenziata; le leggi liberticide in materia di sicurezza; la riduzione delle funzioni della Corte dei Conti e l’attacco ai presidi anticorruzione. Senza dimenticare la vera e propria colonizzazione del Parlamento da parte dell’Esecutivo che in questa legislatura ha toccato l’apice proprio con l’imposizione della pura ratifica della riforma dell’ordinamento giudiziario. A questa strategia si affianca quella del logoramento dell’indipendenza dell’informazione (l’Italia è al quarantanovesimo posto nella classifica di Reporter Senza Frontiere, sotto Tonga ma davanti alla Mauritania…), con la pressione sugli assetti proprietari e con la paralisi voluta della Commissione parlamentare preposta a vigilare sul servizio pubblico radio-televisivo. Inoltre, non si può trascurare ciò che avviene e non si vede, ciò che emerge progressivamente attraverso sconcertanti scoperte, inchieste giornalistiche e indagini della magistratura. È di estrema gravità, ad esempio, lo spionaggio condotto con lo strumento Paragon ai danni di Francesco Cancellato e di altri giornalisti, consulenti politici e operatori di associazioni umanitarie – una vicenda che non ha ancora trovato risposte. Lo stesso giudizio vale per il fosco riaggregarsi di forze che lavorano occultamente, intrecci e trame che richiamano alla memoria ciò che nella storia della Repubblica – e mai estinto – ha condizionato la politica in stretto legame con influenze straniere, con gli attori del neofascismo e con organizzazioni criminali. Per non dire di ciò che si è ascoltato e letto in relazione ai gravi disordini di Torino – da condannare con fermezza e senza nessuna concessione. Si è sentito l’attacco diretto e preventivo della Presidente del Consiglio dei ministri alla magistratura e si è cercato di legittimare nuove misure repressive e di controllo, che oggi possono avvalersi – come sappiamo e come abbiamo visto anche a Minneapolis – di tecniche sofisticate e pervasive a danno dell’esercizio del dissenso. Il vaglio preventivo del Quirinale ha evitato almeno gli azzardi più gravi preannunciati. Ma ciò che è stato scritto all’unisono sui quotidiani “ufficiali” della destra governativa con estremizzazioni, false colpevolizzazioni e retorica autoritaria e minacciosa, è oltremodo preoccupante e non può in nessun modo essere trascurato né accettato come normale dialettica. E neppure può essere ammesso l’uso pilotato, spregiudicato e ossessivo dell’informazione televisiva che si è visto.

Gaetano Azzariti, valutando l’insieme delle iniziative messe in campo dalla destra, si è chiesto a ragione se non siamo di fronte al riemergere di un nuovo potere costituente che punti a erodere i connotati del costituzionalismo vigente, attraverso riforme e per via di fatto. È ciò che sta accadendo: una realtà che è insieme causa ed effetto della crisi delle democrazie.

La resistenza a una riforma che, con un preciso movente politico, mette in discussione l’equilibrio dei poteri e la separazione fra potere giudiziario e poteri esecutivo e legislativo – con l’imposizione delle maggioranze parlamentari – rientra a pieno titolo nel contrasto al tentativo di torsione autocratica e oligarchica che trova in Trump il proprio capofila e alla rivendicazione ostentata e praticata con sempre nuove forzature di “pieni poteri”.

È dunque giusto e doveroso che la campagna referendaria si rappresenti come una difesa dello Stato di diritto e delle democrazie liberali, e che la riforma approvata sia letta come l’immagine riflessa di un’alleanza di ferro fra Meloni e Trump. L’Italia è, ancora una volta, un laboratorio, come lo è stata per la personalizzazione estrema e la patrimonializzazione politica segnate dall’avvento di Silvio Berlusconi. La presidenza di Trump è per la destra italiana l’arco di tempo che dà l’occasione di infliggere un colpo decisivo alle opposizioni e ai checks and balances: rompendo l’argine della Costituzione, si può aprire la strada per una forma di autocrazia elettorale. È prevedibile che, nei due mesi che ci separano dal voto, non mancheranno furbesche prese di distanza o nascondimenti televisivi, conseguenza dei giudizi su Trump che emergono dai sondaggi, dopo l’apice toccato da Meloni con la richiesta dell’assegnazione del Premio Nobel per la pace al magnate-presidente e il silenzio sui tragici fatti di Minneapolis. Anche perché è più che probabile che proprio da Trump, dal suo entourage e dal suo mondo in generale ci si aspetti un supporto nella battaglia referendaria, per l’importanza strategica della scadenza e come prova generale di influenza in vista delle elezioni politiche, in coerenza con quanto programmato nel documento sulla National Security Strategy pubblicato il 5 dicembre scorso. Non vanno poi dimenticati gli attacchi già sferrati da Elon Musk ai giudici italiani. Mentre la censura del video di Alessandro Barbero è un segnale che induce a riflettere su quanto possano agire gli oligarchi della rete su commissione della politica. I precedenti non mancano. I rischi vanno fronteggiati vigilando e denunciando, quando necessario, con tutta la forza possibile, affinché le intromissioni si trasformino in boomerang per chi le ordisce. Per questo, se i magistrati che da cittadini e in forma associata contrastano la riforma devono avere particolare scrupolo di linguaggio, ciò non vale per lo schieramento delle forze politiche e dell’impegno civile che sostengono il “No”: la verità va detta con pacatezza, chiarezza e fermezza.

All’origine dell’opposizione alla riforma vi è naturalmente un’analisi testuale e tecnica della riforma costituzionale, che tocca ben sette articoli, condotta in modo approfondito e puntuale, da riproporre nei suoi fondamenti e spendere in modo comprensibile nelle iniziative e sui social media: l’indebolimento del Consiglio Superiore della Magistratura – e dunque, di riflesso, di una delle più rilevanti funzioni di garanzia del Presidente della Repubblica –; il sorteggio e i meccanismi costitutivi e di funzionamento dell’Alta Corte, palesi e occultati, perché rinviati alla legislazione ordinaria. Laura Ronchetti, in questo spazio di confronto, con un intervento limpido e magistrale ha tratto l’essenziale per esporre le ragioni dell’opposizione, ponendo domande ineludibili.

«La nostra Carta fondamentale si fonda sui principi della democrazia liberale basata sulla separazione tra i poteri. Essa persegue, infatti, il duplice obiettivo di bilanciare i poteri dello Stato e di garantire i diritti inviolabili e le libertà fondamentali di ciascuno», ha detto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontrando al Quirinale i magistrati ordinari in tirocinio.

Una parte decisiva delle ragioni del “No” muove da una valutazione di fondo: la riforma non solo non risponde a esigenze strutturali della giustizia, ma introduce una torsione dell’assetto costituzionale della giurisdizione. La separazione delle carriere, assunta come intento centrale, è un falso obiettivo: la distinzione delle funzioni esiste già ed è stata ulteriormente irrigidita da riforme ordinarie. La sua costituzionalizzazione rischia di recidere il pubblico ministero dalla cultura della giurisdizione, trasformandolo progressivamente in un organo di accusa separato, orientato al risultato e quindi più esposto a pressioni esterne o, per altra via, a veri e propri assoggettamenti governativi, com’è stato sfrontatamente già richiesto da altissimi rappresentanti del Governo.

Il nodo principale è il combinato disposto delle innovazioni introdotte con la moltiplicazione degli organi di rilevanza costituzionale. Lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, privato del potere disciplinare, mina l’unità del potere giudiziario come presidio costituzionale dei diritti. Il ricorso al sorteggio per la composizione degli organi di garanzia non corregge le degenerazioni correntizie, ma vuole indebolire la magistratura e burocratizzare e individualizzare il magistrato, tornando a un passato da “casta di regime”. Si vuole una magistratura davvero politicizzata, militante di una giustizia di classe. Perciò si elimina la responsabilità rappresentativa e la selezione consapevole delle competenze, producendo organi squilibrati a favore del potere politico, volutamente vulnerabili a interventi a cascata del legislatore. L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare è costruita su criteri selettivi e gerarchici che introducono una verticalizzazione incompatibile con il principio costituzionale di parità tra i magistrati e con l’idea di una giurisdizione diffusa, nonché limitazioni delle impugnazioni e ambiguità nei rapporti con la Corte di Cassazione.

Nel loro insieme, queste scelte delineano una riforma che rende plausibile un esito di sistema: l’indebolimento della capacità di controllo di legalità sui poteri forti. In questo senso sono alterati gli equilibri dello Stato di diritto: è il piano inclinato che conduce alla subordinazione dell’azione penale all’indirizzo politico, ribaltando il lascito dei Costituenti che, attuato a fatica e con sacrifici, è diventato la protezione fondamentale delle nostre libertà.

Proprio l’occultamento dei vincoli di sottomissione e la loro attuazione differita, in contrasto con l’articolo 104, primo comma, della Costituzione, giustificano a mio parere la definizione di “riforma-truffa”: un vero e proprio raggiro. Una riforma costituzionale proposta dal Governo – fatto di per sé già grave – sostenuto da una maggioranza parlamentare che rappresenta una netta minoranza nel Paese, ottenuta grazie al premio di maggioranza. Un testo, inoltre, approvato come intoccabile e inemendabile, senza reali possibilità di confronto in Parlamento e nel dibattito pubblico: un’ulteriore enormità che merita di essere sottolineata. Si tratta di forzature sostanziali e plateali della ratio dell’art. 138. È dunque lampante che la posta in gioco va ben oltre la questione della separazione delle carriere. Chi sostiene questa riforma per ragioni di principio deve essere messo di fronte al rischio, tutt’altro che teorico, di trasformarsi in un apprendista stregone al servizio di un disegno ben più ampio.

Devono essere quindi scandite senza sconti le conferme ripetute del ministro Nordio – fino a quella che rivendica il “controllo” della magistratura, contro l’indipendenza garantita dall’Art. 110 – così come l’affermazione supplementare del vicepresidente del Consiglio Tajani (e prima ancora quella del sottosegretario alla Giustizia Delmastro), che ha esplicitato e anticipato la volontà di portare la polizia giudiziaria sotto l’autorità del Foverno e non più dei pubblici ministeri. Si disvela la truffa. Si va ben oltre i rischi di soggezione già insiti per la manomissione della Carta. Si tratta di ulteriori riscontri delle ragioni del “No”: si vuole in ogni modo una giustizia sottomessa alla politica, con il pubblico ministero posto sotto vigilanza per garantire impunità ai potenti e alle lobby che pilotano la politica.

La volontà di garantire impunità non emerge solo dalle presenze imbarazzanti quanto eloquenti nello schieramento del “Sì”, che rinviano alla stagione berlusconiana e alle deviazioni del correntismo – da Dell’Utri a Previti, da Palamara a Formigoni – ma anche per i cattivi esempi che dà un Governo che si mostra in tutta evidenza come prestanome di poteri nazionali prevalenti. Questi poteri saranno fortemente mobilitati e si vorrà che agiscano insieme alle rappresentanze del blocco sociale di riferimento della destra, tendenzialmente allergico alle regole, al quale si strizza l’occhio chiedendo un’alleanza a favore del “Sì”. Qui c’è un altro punto decisivo. Insieme alla campagna referendaria deve restare primaria la protesta per gli insuccessi del Governo, per mobilitare “l’altra parte” del Paese e per portare a partecipare a un voto tanto importante gli astenuti intermittenti: salari e stipendi falcidiati dall’erosione del potere d’acquisto, costo delle bollette, precarietà del lavoro ed emigrazione dei giovani, crollo demografico; crescita zero, promesse disattese sulla sicurezza urbana, crisi verticale del sistema sanitario pubblico, malfunzionamento cronico del sistema giudiziario. Occorre non stancarsi di rappresentare la realtà e dire apertamente che, anche con la riforma-truffa della giustizia, si vogliono blindare i poteri forti e si vuole impedire la politicizzazione del malessere sociale. I cittadini normali, che sono la stragrande maggioranza, si vogliono sempre più deboli ed esposti, indifesi di fronte a chi ha mezzi economici e influenze per condizionare la giustizia. Fra questi, in realtà, va detto, anche una larga parte di quelli del “blocco sociale del declino” coltivato dalla destra.

Il ministro Nordio ha ribadito che le modifiche costituzionali non la affrontano la crisi del sistema giustizia, sostenuto in questa chiarificazione dalla senatrice e avvocata Giulia Bongiorno. Proprio per questo chi sostiene il “No” ha anche il dovere di presentare tempestivamente i capisaldi di una proposta di riforma, da realizzare con leggi ordinarie, comunicabili, semplificando i contenuti e indicando, ove possibile, le dimensioni degli stanziamenti necessari e dei rafforzamenti di personale e strutture.

Le forzature di percorso compiute – come il tentativo di confondere il quesito referendario, contraddetto dalla decisione della Corte di Cassazione, l’anticipazione della data del voto, in contrasto con la prerogativa costituzionale dei cittadini che hanno firmato per l’indizione del referendum, e l’odioso impedimento del voto agli studenti fuori sede – possono rivelarsi controproducenti per chi le ha imposte. Nel caso degli studenti, si può e si deve promuovere una grande campagna, sui social più seguiti ma anche di sostegno concreto, per favorire la partecipazione al voto dei giovani, che potrà essere decisiva per l’esito della consultazione.

Il 22 e il 23 marzo si decide del futuro di tutti. «C’è un equilibrio tra i poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è nostro dovere preservare. Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e nella pluralità di opinioni e orientamenti»: questa esortazione del presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, a valutare la riforma sottoposta a referendum per i suoi effetti essenziali, e l’invito ad andare a votare, possono veramente valere per tutti. Nel contesto storico che viviamo devono valere per preservare i fondamenti della Costituzione e la sua forza di garanzia democratica. Facciamo crescere dunque un’onda sempre più alta e solida di consapevolezza e di partecipazione.

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