“Viscardello melodramma del Piave – musica del Verdi – ricevuto ed esaminato il 31 agosto 1853. […]. Propone quindi lo scrivente, in foglio a parte, alcune varianti per almeno toglier di mezzo quel brutto vocabolo di vendetta, che suona malissimmo e spezialmente oggidì e in bocca di popolani”. Viscardello è l’iniziale titolo del Rigoletto. Lo scrivente è, invece, Giuseppe Gioachino Belli, che, nel biennio 1853-1854, ha l’incarico di redigere alcuni giudizi di censura per i teatri romani. Nei 2279 sonetti stessi la parola vennetta ricorre solo in sette. Questo sentimento evidentemente non gli piace proprio: il tanto commentato dualismo fra un Belli libertino nei sonetti e uno oscurantista nella vita sembra smentito. Anche in un altro testo particolare, una sorta di autobiografia giovanile denominata Mia Vita, la vendetta è inserita fra le passioni tristi. E quindi, oggi, epoca di passioni tristi è giusto e normale che vendetta sia parola pienamente in auge nella politica contemporanea. Se ne parlava poco tempo fa, si riprende oggi per capire quale 23 marzo ci aspetta. Giacché granguignolesca potrebbe apparire quella giornata coi risultati del referendum costituzionale nel caso vincesse quel Sì contro il quale tanti NO dobbiamo trovare, mobilitare, votare.
23 marzo
È il 23 marzo 1919. Siamo a Milano, in piazza San Sepolcro, e Benito Mussolini fonda i Fasci italiani di combattimento, attorno alle parole d’ordine del programma noto come “Manifesto di San Sepolcro”. Il documento aveva un afflato sociale: disarmo generale, suffragio universale a 18 anni, opposizione all’imperialismo, economia mista (si veda sempre e comunque il film “La marcia su Roma di Dino Risi, 1962). È il 23 marzo 1944. Siamo a Roma, in via Rasella, i partigiani attaccano una colonna di soldati tedeschi perché quel giorno i fascisti (iniziale obiettivo dei partigiani che sapevano della data e del tentativo di celebrazione) preferiscono, proprio per paura, evitare manifestazioni pubbliche. La “Repubblica di Via Rasella” è il bel titolo di un brutto libro pubblicato nel 1999 da un editore di destra, il cui autore principale, Enzo Erra, repubblichino e figura chiave del MSI, in collaborazione con Francesco Caroleo Grimaldi (uno dei difensori di Priebke), cerca di “decostruire” quell’azione partigiana e, con essa, ribadire che la Repubblica si fonda su un “attentato” inutile e crudele. Quella Repubblica, nata dalla Resistenza, che ha fatto l’Italia, molto di più dell’Italietta liberale, molto meglio dell’Italiaccia fascista. Oggi, ora quel 23 marzo ci torna a interrogare. I fratelli d’Italia, i forza-italiani, i leghisti cercano, vogliono cambiare quella Repubblica (già di suo piuttosto malandata, a dirla tutta) e riportarla al 1919. Un passo indietro di 107 anni: la underdog ci vuole portare a Piazza San Sepolcro, non certo a via Rasella. Ma questo lo sapevamo.
Ma basta questo?
Cerchiamo, quindi, di andare oltre il sacrosanto baluardo costituzional-resistenziale che troppo spesso evochiamo e che altrettanto spesso ci ha visto perdere. La riforma Meloni-Nordio modifica vari articoli costituzionali (come il 102, 104, 105, 106, 107 e 110) e introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e inquirenti, con due CSM distinti e una nuova Alta Corte disciplinare. I due Consigli Superiori della Magistratura servono per le due carriere: uno per i magistrati giudicanti e l’altro per gli inquirenti, con membri estratti a sorte. Il potere disciplinare passa a un’Alta Corte dedicata, con composizione mista e potere su illeciti e sanzioni. In poche parole: basta un po’ di logica per smontare l’accrocco che ci si prospetta. Il riformismo italiano recente è stato ossessionato dai “costi della politica” e dalle “spending review” in nome dei quali riduzione dei parlamentari (in un paese in cui tutti sono onorevoli), soppressione delle provincie (in un paese in cui tutti sono provinciali), eliminazioni delle auto blu (in un paese in cui tutti vanno in macchina). Si risparmierà con doppio CSM e Alta Corte? No, non crediamo ma tant’è, un nuovo episodio dalla finanza creativa… Senza contare che quei soldi (e molti altri) servirebbero davvero per migliorare la giustizia: personale, tempi certi e giusti per le cause, depenalizzazioni (più terzo settore e meno carceri, tanto per dire, per le droghe). Estrazione a sorte come elemento imparziale? Ci ricordiamo le infinite sere passate davanti la TV per le estrazioni calcistiche che avvenivano (solo in passato?) con palle pilotate e scaldate per avvantaggiare la Squadra Più Forte del mondo o, peggio, quella Ospitante la manifestazione del caso. Sempre, per rimanere al calcio, la riforma vorrebbe anche bloccare il calcio mercato (quel sublime momento agostano in cui il centravanti moldavo potrebbe portarti allo scudetto). Fra l’altro, il derby fra la Giudicante e l’Inquirente da tempo ha perso smalto: il 40% dei processi termina con l’assoluzione (la Giudicante vince spesso con l’Inquirente) e pochissimi giocatori passano da una all’altra perché da anni sono stati predisposti meccanismi tali per cui il passaggio si può fare solo una volta e solo nei primi 10 anni di servizio (in pochissimi hanno cambiato casacca!). Il nuovo riformismo, in sostanza, non bada a spese, introduce il giudice stocastico e attua un principio che già ha inficiato negli anni. Ma perché, dunque, tutto questo?
Oltre la vendetta
La categoria della vendetta aiuta ma non spiega. Come quel primo atto governativo contro i rave, la continua legislazione d’emergenza (siamo al pacchetto sicurezza numero?), la sistematica prevaricazione della Costituzione (“che non è un Moloch”), l’ossessione contro i “centri sociali” la destra montante non ne vuole sapere di quell’antico detto ciceroniano per cui Cedant arma togae. E le armi, anziché cedere alle toghe, sono da puntare sul nemico di turno. Una specie di Jorge Luis Borges riletto: in cui, fra La Storia universale dell’Infamia e Il Manuale di Zoologia fantastica, si favoleggia del raver, del centrosocialista, del maranza, del migrante (stupratore per natura). Segnali di una debolezza intrinseca e di pensiero che solo la violenza, il decisionismo provano a nascondere. La fiamma è spenta o è accesa? Ci chiedevamo e sempre più resistibile ci sembra l’ascesa di Giorgia M. In un mondo lacerato, dopo anni di spoliticizzazione televisiva e mediatica, ricomporre pezzi è difficile ma lo stiamo facendo: dalla Sumud, passando per i porti solidali, alla GKN; da Spin Time alle città contro la rendita; dall’opposizione ai decreti sicurezza a quelle poche sicurezze che abbiamo (l’antifascismo); non con una chiamata alle armi, ma alle urne: ispirati dal “preferirei di no” del nostro amico Bartleby.
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