1. Da ormai più di trent’anni, a far data dal 1994 della mitica “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, la destra italiana costruisce e alimenta la narrativa dello scontro fra politica e magistratura per occultare l’unico conflitto vero in campo: quello fra chi vuole mantenere l’equilibrio costituzionale fra il principio di legittimazione popolare e il principio di legalità e chi invece vuole farlo saltare potenziando il primo a spese del secondo, ovvero sciogliendo il potere politico delle maggioranze di governo dal vincolo della legge ed esentandolo dal controllo di legalità esercitato dalla magistratura. Questa, e solo questa, è da trent’anni in qua la posta in gioco di tutti i tentativi di riforma della giustizia proposti dalla destra, ammantati da una professione di garantismo regolarmente smentita dalle politiche della giustizia effettivamente perseguite dalla stessa destra, le quali si possono riassumere nella formula garantismo (o meglio: impunità) per il ceto politico e i colletti bianchi, giustizialismo e panpenalismo per i comuni mortali.
Insieme con le proposte di introduzione di una qualche forma di presidenzialismo, questi tentativi sono l’obiettivo coerente e conseguente di una destra tricipite – fatta da una componente post-costituzionale come Forza Italia, una extra-costituzionale come AN-FdI, una originariamente secessionista e dunque anti-costituzionale come la Lega – cresciuta sulle ceneri della cosiddetta prima Repubblica con il progetto di farla finita con la Costituzione nata dall’antifascismo e dalla Resistenza, che ha dato all’Italia la forma di uno Stato di diritto.
Se è vero perciò che questo progetto gode oggi di un contesto internazionale particolarmente favorevole e rischia di allinearci agli sciagurati esperimenti di Trump e di Orban, è bene ricordare che il prototipo risale all’Italia berlusconiana. Niente di nuovo sotto il sole dunque? Magari. Siccome al peggio non c’è limite, il ramo post/neofascista degli eredi di Berlusconi ci ha messo del suo, profilando con precisione i suoi target principali fra i comuni mortali suddetti: migranti, manifestanti in dissenso con il governo, presunti emuli delle Br degli anni 70, giovani marginali di periferia. E additando i giudici come le loro quinte colonne. Lo abbiamo sentito dire impunemente ogni giorno: i giudici impediscono al Governo di cacciare gli stranieri, di manganellare gli studenti e di consentire che vengano giustiziati “per legittima difesa” i piccoli spacciatori; e se vince il No, parola di Giorgia Meloni, “ci ritroveremo con immigrati illegali, pedofili, spacciatori rimessi in libertà e antagonisti che devastano le stazioni senza alcuna conseguenza giudiziaria”.
Non lo si potrebbe dire più chiaramente: la magistratura va ridimensionata non più solo perché pretende che politici, colletti bianchi e mafie varie rispettino la legge, ma anche perché osa difendere i diritti delle persone comuni dagli abusi del potere. Rispetto al ventennio berlusconiano è un bel passo in avanti, radicato nella tradizione del fascismo italiano di ieri e aiutato dalla comunità d’intenti che cementa l’internazionale sovranista di oggi.
2. Ce l’hanno ben chiaro i giovani militanti della sinistra radicale che esprimono il loro “no sociale” contestando contemporaneamente “la riforma, la guerra e il governo liberticida” e sgamando la trappola del nuovo ordine repressivo che si cela sotto l’inganno di un finto garantismo. Dispiace invece assai che non lo capiscano alcuni ex militanti degli anni Settanta, testardamente orientati a votare sì, o al massimo ad astenersi, sulla base di due motivazioni che a me sembrano due abbagli. La prima motivazione risale agli anni Settanta, rivendica giustamente le battaglie garantiste fatte da sinistra – o meglio: da una sparuta e intrepida minoranza di sinistra – contro i metodi spicci di un pezzo di magistratura ai tempi del teorema Calogero/processo 7 aprile e della legislazione d’emergenza antiterrorista, e ritiene che la riforma Nordio risponda e corrisponda, con la separazione delle carriere, a quell’orientamento garantista.
Ho fatto parte fieramente di quella sparuta minoranza e non capisco come oggi si possa non vedere che il garantismo filtrato dal berlusconismo è diventato quel binomio di immunità per i forti e giustizialismo per i deboli di cui sopra; che la separazione delle carriere prevista dalla riforma Nordio, messa in sequenza con la divisione del CSM, il sorteggio truccato dei suoi membri, l’istituzione dell’Alta corte disciplinare, con una mano depotenzia l’ordine giudiziario e con l’altra rafforza il ruolo del P.M.-poliziotto che da garantisti abbiamo sempre contestato; e che senza autonomia della magistratura dal potere politico, del garantismo saltano le stesse precondizioni, la principale delle quali sta nel principio che la legge è uguale per tutti. Nemmeno capisco come si possa non vedere che nelle condizioni in cui ci troviamo oggi la magistratura è una garanzia, non un ostacolo, dell’agibilità del conflitto sociale.
La seconda motivazione risale invece agli anni Novanta, e poggia sulla convinzione che durante la transizione dalla prima alla seconda Repubblica, e non solo allora, la magistratura abbia “esondato” dalle proprie competenze, svolgendo un ruolo di supplenza della politica. Ora possiamo senz’altro convenire che nella stagione di Tangentopoli-Mani pulite, e non solo allora, quello che dovrebbe essere il freddo e fisiologico controllo di legalità sul sistema politico fu caricato di umori populisti e giustizialisti, sì che il processo penale finì col sostituirsi al processo di elaborazione politica che avrebbe dovuto accompagnare il cambiamento del sistema. Ma è del tutto fuorviante attribuire tutte le colpe di quel passaggio alla magistratura, che pur con alcune cadute di metodo fece il suo lavoro, e assolvere la classe politica che ne porta invece le principali responsabilità, sia per la parte che da allora non si rassegna a sottostare alla legge sia per la parte che delegò ai giudici una rigenerazione del sistema che non era in grado di guidare. Risolvere quel nodo storico mettendo in castigo l’ordine giudiziario come vorrebbe Nordio significa tornare ai tempi bui in cui il sistema giudiziario chiudeva non uno ma due occhi su scandali e misfatti del sistema politico, come sa chi conosce la lunga storia dell’emancipazione della magistratura dall’influenza dei poteri forti nei primi decenni della Repubblica. Nonché, per paradosso, premiare con la patente di garantista l’erede della forza politica che ai tempi di Tangentopoli era la più giustizialista di tutte, come sa chi ricorda la scena tribale del lancio delle monetine contro Craxi sotto la regia di Gianfranco Fini nel ‘93.
3. Dubito tuttavia che a decidere le sorti del referendum sarà questa resa dei conti su un conflitto trentennale che ispira la riforma Nordio. E dubito pure che le decideranno i voti consapevoli e meditati pro o contro un cambiamento devastante per l’equilibrio dei poteri e l’assetto costituzionale dello Stato di diritto. Allieva della retorica populista di Berlusconi e emula di quella di Trump, Giorgia Meloni ha capito non da oggi che l’esito dipende da fattori emozionali fin troppo facili da mobilitare su un tema sensibile come quello della giustizia, che evoca rivendicazioni e risentimenti, ragioni e torti irriducibili alla razionalità del discorso sull’ordinamento giudiziario e costituzionale. Infatti fin dall’inizio, e in questi ultimi giorni più che mai, la campagna referendaria della destra è stato un festival dell’irrazionalità che ha affastellato i più disparati casi di cronaca del presente e del passato, dal caso Tortora al caso Garlasco a quello della “casa nel bosco”, volti a dimostrare che il sistema giudiziario fa acqua da tutte le parti, che gli errori giudiziari sono la norma, che i giudici sono dotati di un potere arbitrario e quando sbagliano non pagano, che trovarsi davanti a un P.M. è peggio che avere un cancro (Zaffini), che la magistratura è un plotone d’esecuzione (Bartolazzi), e che con la riforma Nordio questo inferno diventerà un paradiso.
A questa propaganda bieca e delirante il fronte del No ha risposto argomentando razionalmente, e giustamente, che la riforma in questione non c’entra nulla con i casi di cronaca agitati strumentalmente, e che la riforma dell’ordinamento non risolverà nessuno dei problemi di funzionamento della macchina della giustizia, dagli errori giudiziari alla lentezza dei processi e quant’altro. Mi chiedo tuttavia se di fronte a un avversario che usa e manipola la cronaca e il senso comune così spregiudicatamente, non bisognerebbe piuttosto entrare dentro i casi in questione, e ribaltarne la narrativa.
Prendiamo il caso Garlasco, ovvero l’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi dell’agosto del 2007, conclusasi nel 2015 con la condanna in processo d’appello bis a 16 anni di reclusione di Alberto Stasi, il fidanzato della vittima, precedentemente assolto in primo e secondo grado, e riaperta un anno fa dalla procura di Pavia con il fascicolo su Andrea Sempio e altri ignoti. Qualunquisticamente assunto dalla propaganda del Governo come emblema di una malagiustizia che la riforma Nordio avrebbe il potere miracoloso di eliminare (“Mai più Garlasco!”), questo caso va letto esattamente al contrario: la sequenza di due giudici che assolvono in primo e in secondo grado contro le richieste dei P.M., di una corte di Cassazione che chiede un appello bis e poi ne conferma la sentenza di condanna contro la richiesta di assoluzione del P.G. di Cassazione, e infine la riapertura dell’inchiesta diciannove anni dopo da parte di un altro procuratore sulla base di nuovi indizi, dimostra che nel nostro sistema penale l’indipendenza dei giudici da P.M. funziona anche senza irrigidire la separazione delle carriere come vorrebbe la riforma, e che il sistema è in grado di autocorreggersi anche nell’eventualità di un errore giudiziario grave come la condanna di un innocente.
Ma c’è di più. Fin dall’inizio fortemente mediatizzato, da quando un anno fa è stato riaperto il caso Garlasco ha battuto tutti i record dell’ascolto televisivo, compresi quelli della fiction e dell’intrattenimento. E ha contemporaneamente dato origine a una intensa attività di contro-informazione sul web da parte di giornalisti d’inchiesta, youtuber ed esperti indipendenti, decisi a contrastare la narrativa mainstream che per quasi vent’anni ha incapsulato una verità giudiziaria incerta (la condanna non oltre il ragionevole dubbio di Stasi) e un’inchiesta a dir poco lacunosa (88 “errori” fra tracce scomparse, reperti non esaminati, computer manomessi, testimoni troppo in fretta ritenuti inattendibili, consulenze autocontraddittorie e via dicendo) in una cornice pregiudiziale, basata su bias cognitivi perbenisti e giustizialisti come l’intangibilità della famiglia della vittima, la presunzione di colpevolezza di Stasi e la criminalizzazione della sua sessualità ritenuta “deviante”.
Troppo facile liquidare questo fenomeno, com’è stato fatto purtroppo anche da sinistra, come un mero effetto della spettacolarizzazione televisiva della cronaca giudiziaria e della manipolazione dell’audience. Si tratta piuttosto di un conflitto assai interessante fra informazione mainstream e informazione indipendente sull’esercizio della giustizia, sulla produzione del vero e del falso, sulle narrative mediatiche a uso dei potenti di turno e sulle autorità di cartapesta che si incaricano di diffonderle. Un conflitto, in breve, fra creduloneria e spirito critico: lo stesso che alla fine deciderà per gran parte anche le sorti del referendum.
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