Capitalismo, Cultura, Scienze, Temi, Interventi

Se filosofia significa amore della/per la sapienza. Se è attività intellettuale e riflessione critica (altrimenti non è filosofia) sulle forme e i modi di esistenza dell’uomo e magari è anche proposta di emancipazione e di liberazione. Se è la XI tesi di Marx su Feuerbach. Se è paidéia, cioè educazione e formazione. Se ha per suo oggetto la ricerca dei principi primi e molto altro ancora. E se esiste unafilosofia sociale (o sociologia), una filosofia politica, una filosofia della scienza, una filosofia morale eccetera eccetera, esiste anche una filosofia economica? Adam Smith, Marx e i marxismi, i positivisti da Saint-Simon in giù e il neoliberalismo novecentesco inteso e promosso (Walter Lippmann) come l’unica filosofia capace di fare adattare uomini e società alle esigenze della rivoluzione industriale e della divisione del lavoro (sovra-ordinandosi a stato e società) non sono forse filosofi e filosofie (anche) economiche? E il motto della Esposizione universale di Chicago del 1933 – la scienza scopre, l’industria applica, l’uomo si adegua – non è forse anch’esso sintesi della filosofia della modernità, illiberale e antidemocratica e soprattutto anti-emancipativa (se l’uomo deve solo adattarsi)?

E però, può dirsi filosofia un pensiero economico che si basa essenzialmente su numeri e calcolo matematico e statistico? Può farlo, sì che il pensiero è anche calcolo, ma non può e non deve essere solo calcolo come invece oggi è diventato (e sulla critica filosofica al calcolo rimandiamo, tra i molti, a Simone Weil e ad Aldo Masullo), i numeri essendo avalutativi per principio rifiutando di rispondere a un’etica, ricercando solo l’esattezza, ciechi verso il futuro, trasformando quella che era una scienza sociale, appunto l’economia, in una scienza solo matematica – posto che è questa economia matematizza che si insegna nei Dipartimenti di Economia, non solo in Italia? Possono cioè esprimere/essere una filosofia, numeri e calcolo ed esattezza matematica? E può dirsi filosofia il capitalismo (e le filosofie che lo legittimano), un capitalismo da sempre e per sua essenza privo di etica, oggi facendosi ancora di più “capitalismo di rapina” – la nostra vita rubata per il Big Data?

Eppure, Adam Smith si era interessato anche di sentimenti morali. E Marx cercava di uscire dal regno della necessità per arrivare al regno della libertà. Vero, ma a contrario, il tecno-filosofo Peter Thiel – oggi, ma ultimo di una lunga serie, a partire dalla rivoluzione scientifica – cerca di costruire una società macchinica e automatizzata/algoritmica, senza democrazia, senza libertà politica e cognitiva (massima invece quella economica e soprattutto tecnologica), affermando di ispirarsi a filosoficome Leo Strauss per la sua psicopatica lotta contro l’Anticristo. E l’intelligenza artificiale non è forse in sé una filosofia nichilista, o una anti-filosofia, perché negatrice/espropriativa soprattutto della libertà cognitiva dell’uomo, senza la quale non vi può essere appunto alcuna filosofia e alcun uomo senziente/sapiente, tutto riducendosi alla combinazione matematica di probabilità/connessioni statistiche, replicando/rimodulando lo status quo, quindi, non potendo essere definita intelligente per la contraddizione che non lo consente? L’ia semmai ci rimanda al 1932 e a Il mondo nuovo di Aldous Huxley, descrizione di una società totalitaria dove tutto è finalizzato alla produzione e al consumo e dove al posto del nome di Dio c’era quello di Ford, mentre oggi al posto di Ford dovremmo mettere ia o Thiel o Altman o Bezos o Jobs, avendo essi realizzato quasi pienamente quella distopia.

Ad aiutarci a mettere ordine alle questioni sopra richiamate – e a molte altre – ecco Filosofia economica di Adelino Zanini (DeriveApprodi 2025, pag. 528 – ma 80 sono di Bibliografia – nuova edizione rivista e ampliata, aggiornata e integrata rispetto a quella del 2005), con sottotitolo: Fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche. Uno di quei libri non facili e che bisogna leggere con lentezza e con attenzione, ma fondamentali per capire con sapienza e saggezza (filosoficamente) il rapporto tra economia, politica e società. Ogni pagina permettendoci di entrare nel pensiero di filosofi economici – o di economisti filosofi – come appunto Smith e Marx, e poi Schumpeter e Keynes, per arrivare al concetto e alla pratica di Stato sociale e a Beveridge, quindi al neoliberalismo/ordoliberalismo di ieri, in particolare con Walter Eucken e Franz Böhm e quello di oggi, cioè alla filosofia economica applicata o imposta dall’Europa all’Europa.

Un saggio che è quindi una riflessione sul rapporto – che per noi è conflittuale sempre, componibile mai – tra economia e politica, tra l’economico e il politico e l’etico. Discrasia la chiama Zanini, cioè “il gioco di sovrapposizioni e le sfasature” che essi generano, “le relazioni instabili tra piani discorsivi diversi: [appunto] l’etico, l’economico e il politico”. E tuttavia, “la questione moderna per eccellenza, non è costituita tanto dal rapporto inevitabile tra economico e politico, quanto dalle ripetute aporie che esso solo modernamente genera, là dove sovranità e bisogni non trovino adeguata composizione per mezzo di un’armonica rappresentanza degli interessi”; e ciò accadendo “ogni volta in cui la dialettica dei bisogni sfuggirà o sarà sottratta alla sovradeterminazione politica dell’interesse generale”. Una sovradeterminazione (noi diciamo sovraordinazione epistemica/ontologica) che oggi sembra (speriamo non definitivamente) pienamente raggiunta ma rovesciata, con il prevalere sempre e comunque dell’economico (e del tecnico, infra) sul politico, con le relazioni ieri instabili tra piani discorsivi diversi risoltesi ora con l’egemonia del discorso economico (e sempre più tecnico), anche quando indossa la veste della politica. L’interesse generale è scomparso dai radar, per non dire dell’interesse per la biosfera, sostituiti dagli interessi del capitale.

E per definire questa discrasia, Zanini usa cinque figure concettuali, “rilevanti e indicative”. La prima “è la sovrapposizione tra i tre piani rilevabile in Smith”. La seconda è la critica marxiana alla pretesa naturalità economica dei rapporti sociali descritti dalla polical economy classica, la critica marxiana invocando “da sé la propria politicità, della quale fa, addirittura, il suo tratto specificamente scientifico”. La terza è la disgiunzione schumpeteriana intesa a “distinguere” ciò che è nella ratio economica da ciò che non lo è, “in primis l’esogeno-politico”. La quarta “è la sintesi keynesiana tra incertezza economica e normazione politica”, cioè per Keynes “economico e politico devono procedere insieme”, ma definendo “scelte politiche capaci di giungere là dove la sola scelta economica non può giungere”, cioè il politico – la decisione politica – deve integrarsi nell’economico come esigenza necessaria al contrasto della sua instabilità e insicurezza sistemica. La quinta – il nuovo del libro rispetto all’edizione del 2005 e su questa ci concentriamo – è quella che Zanini chiama circolarità fra politico ed economico, “rilevabile nel ri-propostosi pensiero neo(ordo)liberale”, in particolare in una Europa sicuramente ordoliberale, ma Zanini tuttavia aggiungendo (e ricordiamo il suo fondamentale Ordoliberalismo, del 2022), che “in parte lo sia è fuori discussione; che lo sia in senso teorico pieno ed esaustivo, al di là dei richiami ideologici indubbi, ci sembra però soluzione troppo semplice da difendersi e, peggio, consolatoria”. E ciò data l’idea ordoliberale di una pluralità di ordinamenti e di uno Stato forte quali presupposti “per definire un ordinamento concorrenziale come modello sociale insito in una costituzione economica” cioè quale “garanzia politica” del gioco e dell’ordo-economico o dell’economia sociale di mercato, per questo integrando principi costitutivi e principi regolativi. Che sembra dare peso al politico però “mantenendo sempre distinte e separate sfera politica e sfera economica, destinate a rincorrersi senza soluzione ultima”: cioè “la riduzione della prima alla seconda non era affatto auspicata, come spesso si sostiene”. Anche se per noi è ciò che si è verificato e che non poteva non verificarsi, data la prepotenza epistemica dell’economico rispetto al politico; qui ricordando (con A. Kalajzic) che per il neoliberale Luigi Einaudi “il qualificativo socialeè un semplice riempitivo […] che ha l’ufficio formale di far star zitti politici e pubblicisti iscritti al reparto esagitati sociali”.

Uno Stato che poi e invece – al di là delle intenzioni ordoliberali – si è fatto forte per il capitale e forte contro i deboli, producendo (da ieri a oggi e nelle sue diverse forme) l’integrazione ontologica dell’economico nel politico, con il politico che si fa economico e mercato e concorrenza, cancellando la società e il sociale e producendo una non-società di individui monadizzati e così meglio integrati/sussunti nell’economico: diventato (nella nostrainterpretazione) l’antipolitico-politico della ipermodernità. E questo anche se per Eucken è inconcepibile ogni autonomia dell’economico e il mercato necessita anzi e appunto di un ordine che sia dato da uno Stato forte. Mentre per Böhm serviva un diritto che avesse la capacità e il fine di contenereil potere economico privato, che altrimenti “si sarebbe sviluppato con la lotta economica: un potere ricattatorio e minaccioso in grado di insidiare i presupposti di un sistema politico democratico”, esso disponendo “di una capacità mimetica grazie alla quale avrebbe pervaso le istituzioni dei poteri pubblici, surrogato le loro funzioni, modificato il loro operato”. Da qui l’esigenza appunto di una decisione politica per il contenimento della lotta economica. Che però mai è arrivata, meno che meno oggi.

Certo – Zanini – oggi anche le forme neo(post-ordo)liberali dominanti devono “fare i conti con costrutti politici ed economici altamente ibridi, che debbono adeguarsi a un oltre lo Stato” dove anche “la circolarità ordoliberale” garantita da uno Stato forte, “appare esausta”. Con il moltiplicarsi delle istanze sovranazionali (oggi in realtà anch’esse esauste), in contesti geopolitici ibridi e tutt’altro che stabili. Ma dove non esausta è per noi la forza (il potere e la potenza) del mercato/capitalismo privato. Resta la nostra convinzione che tutto questo, compresa la crisi della democrazia odierna, insidiata appunto e soprattutto dal potere ricattatorio e minacciosodel capitalismo/potere economico privato, sia effetto necessitato dalle idee anche di Eucken e di Böhm – realizzandosi un mercato capitalistico sempre più forte e oltre lo Stato, mercato capitalistico diventato appunto il politico-antipolitico (o l’antipolitica come politica e come forma del politico-economico) dello Stato che doveva essere forte ma che invece di contenere la lotta economica, l‘ha promossa e insieme ha promosso monopoli e oligopoli. Senza dimenticare che trumpismi, sovranismi, tecnofascismi, melonismi/salvinismi, autocrazie sono forme di Stato forte in altro modo e comunque favorevoli al mercato e alla lotta economica. Perché se “in termini ordoliberali, una sovranità dell’economico è impensabile” (come giustamente ricorda Zanini), questo è ciò che invece sembra accaduto, e non per una eterogenesi dei fini.

Tutte domande e questioni che hanno nel libro di Zanini una attenzione particolare e che, come tutti i libri di filosofia (e il suo è davvero un importante libro di filosofia economica) pone giustamente nuove e ulteriori domande. Ma dal libro di Zanini arriva a noi anche un assist (Zanini, speriamo, ci perdonerà), per allargare lo sguardo, anche se brevemente, in chiusura, alla filosofia della tecnica. Perché la discrasia tra politico, economico ed etico – usiamo ancora il termine di Zanini, ma per noi è appunto un conflitto radicale e risolvibile solo radicalmente – è stata superata (con la vittoria epistemica, ontologica e teleologica della tecnica, della razionalità basata solo su calcolo e calcolabilità – il vero oltre lo Stato o invece dello Stato e del politico) dal conflitto tra tecnica-sistemi tecnici (capitalistici o meno) da un lato e libertà-democrazia-biosfera dall’altro (un conflitto tra i loro piani discorsivi). Perché se il mondo di oggi sembra una lotta senza quartiere per il dominio e per l’egemonia economica del regime capitalistico, in realtà è uniformato, integrato e automatizzato, digitalizzato dalla razionalità tecnica (dal potere e dalla potenza della tecnica, indifferenti anche allo Stato, forte o debole che sia, importante è che non si permetta mai di contenere tale potere e tale potenza della tecnica).

Ovvero, oggi il rapporto tra politico, economico ed etico viene secondo noi cancellato dalla predominanza del tecnico – che è il nuovo politico-antipolitico/antidemocratico che si sovraordina a tutto e a tutti, integrandoli in sé (cioè, sua è la sovranità, sua è la decisione, suoi i principi costitutivi e regolativi), essendo la tecnica ad accrescimento causa sui. Sì che se la democrazia si fonda sulla libertà cognitiva e sulla libertà di scelta, la razionalità tecnica si impone invece come dato di fatto (diventa obbligatoria) in nome dell’efficienza e dell’automatismo macchinico oggi digitalizzato (lo abbiamo chiamato anni fa ordomacchinismo) che nega, sempre causa sui libertà e democrazia, il sociale e il politico – il tecnico insieme convergendo con l’economico e insieme sempre negando l’etico.

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