Bruce Springsteen, il Boss, a San Siro, lo scorso anno, nel bellissimo discorso contro la fascistizzazione trumpiana degli Stati Uniti che ha introdotto il suo concerto, si è quasi scusato con il pubblico: “L’America di cui vi ho parlato per 50 anni è reale”. Insomma non vi ho preso in giro.

Sabato 28 marzo, dal palco della manifestazione No Kings del Minnesota, lo storyteller per eccellenza della working class ci ha dimostrato che quell’America esiste ancora. E lo ha detto chiaramente a Trump e al mondo. Per noi, suoi fans da sempre, è del tutto normale che sia Bruce a dar voce a questo movimento che recupera il meglio della cultura autoemancipatoria e libertaria degli Stati Uniti. Un movimento che dobbiamo sperare abbia la meglio sul trumpismo, perché difficilmente una risposta democratica contro le guerre e l’autoritarismo potrà avere successo in un solo continente.

Nello stesso sabato la manifestazione di Roma, bellissima come speravamo, lo ha confermato. Democrazia praticata, pace e lavoro sono le parole d’ordine di questa primavera di riscatto civile anche da noi. Innanzitutto lo sono per i ragazzi e le ragazze che hanno riempito la Capitale, ai quali certamente molto poco interessano le primarie di coalizione e tanto invece avere spazi di libertà autentica nella loro vita contro ogni autoritarismo. Ed è stata una piazza tutta in continuità con l’esito sorprendente, per molti versi, del referendum sulla riforma della magistratura.

Sorprendente per i sondaggisti ma anche per i politici, sia quelli favorevoli alla legge di modifica costituzionale che quelli contrari. Il popolo degli astensionisti non l’avevano proprio visto arrivare. E il fatto che quel popolo fosse più di sinistra che di destra, più determinato a difendere la Costituzione antifascista di chi la mette in discussione, dovrebbe far riflettere più la sinistra che la destra. Perché è un popolo che non l’aveva, per lo meno negli ultimi anni, mai votata la sinistra. E che al referendum ha votato come i politici di sinistra, ma non perché fossero loro a chiederglielo. Per avere conferma di questa lettura non serve rivolgersi agli oracoli delle previsioni, basta ascoltare le persone per strada, nei supermercati, insomma nella vita di ogni giorno.

In tutte le analisi si sottolineano due dati. Il no massiccio del sud geografico, e del sud delle periferie urbane, in cui era cresciuto, accanto all’astensionismo, il consenso alla destra, e il no dei giovani che hanno sfilato in tante e tanti nel corteo di sabato.

Il sud ha sperimentato una votazione in cui non poteva funzionare il clientelismo che da sempre favorisce chi detiene il potere. Ciò che, giustamente, temeva il dirigente meridionale di Fratelli d’Italia: il quale incitava i suoi a praticare convintamente il clientelismo, anche se non era in ballo la loro elezione o quella di qualche amico o parente.

Hanno dovuto prendere atto che il clientelismo in nome di un’idea e di una proposta politica che non è immediatamente traducibile in favori – favori al posto dei diritti – non mobilita nessuno, meno che mai quelli che la politica la fanno per sé stessi e per i propri interessi. È finalmente emersa la rabbia dei più poveri verso un Governo che non ha fatto niente per loro, che ha fatto aumentare anziché ridurre la disuguaglianza. Dei redditi ma anche delle possibilità d’accesso ai diritti fondamentali. Alla salute, all’istruzione, a un lavoro dignitoso, a un giusto salario. I rappresentanti politici dell’opposizione dovrebbero riflettere perché tanto di quel sud che ha votato No al referendum non aveva votato per loro nelle elezioni precedenti. Forse perché non li ritenevano, a torto o a ragione, molto diversi nei comportamenti concreti, nel modo di fare politica, di quelli del Governo di cui ora hanno probabilmente una gran voglia di liberarsi.

La generazione No Kings, di Gaza, delle grandi mobilitazioni per la pace e per scongiurare i disastri indotti dal riscaldamento delle temperature, quella che correttamente individua nella guerra e nella distruzione della natura, la minaccia più grande, ha votato in massa No.

Le ragazze e i ragazzi di questa generazione sono spontaneamente d’accordo con Papa Francesco che – proprio come il Boss – dovrebbe figurare al centro del pantheon ideale di una sinistra all’altezza del tempo presente molto più di tanti riferimenti delle dottrine ufficiali.

D’accordo con Bergoglio che produrre armi e venderle sia sempre un delitto contro l’umanità intera, e che non c’è nessuna giusta causa valida per uccidere qualcuno, meno che mai i bambini, così com’è un delitto orrendo lasciar morire nel Mediterraneo i migranti nostri fratelli e sorelle. Delitto di cui prima di questa destra senza dignità si è macchiata una sedicente sinistra di governo, aggiungiamo noi.

E ancora d’accordo sul fatto che fermare l’ecocidio del creato sia la nostra vera priorità per dare un senso al futuro.

Questi giovani li ha visti arrivare la CGIL nei referendum sul lavoro e sulla cittadinanza in cui, se fosse stato per loro, il quorum si sarebbe raggiunto e alla grande.

Ma li aveva visti anche nelle grandi manifestazioni di questi anni indette assieme a decine di associazioni laiche e cattoliche, fino alla grande ondata contro il genocidio del 4 ottobre, a sostegno della Freedom flotilla, giorno in cui giustamente si è proclamato uno sciopero generale.

I giovani sembra abbiano ben capito che la Costituzione, come del resto dicevano gli stessi padri costituenti, si pratica ogni giorno, e che la democrazia non si esaurisce nella delega a un partito o a un capo carismatico. Come la parte di società civile attiva che è stata al centro della mobilitazione per il No, sono persone che interpretano la politica e la democrazia come un’azione di ogni giorno, che agiscono ogni giorno, e non solo nelle grandi manifestazioni, per rendere migliore, più sicuro e dignitoso il posto dove lavorano, il quartiere dove abitano, la scuola dove studiano. Che vogliono essere protagonisti. Diffidano di quelli per cui parlare al popolo è un mezzo per conquistare il potere, ma pensano che il potere sia un mezzo utile solo se serve ad aumentare gli spazi di libertà e di autogestione nella loro vita.

Le anime di questo popolo non sono particolarmente interessate alla disputa sulle primarie di coalizione, ma è per loro essenziale sentirsi parte attiva nel processo di costruzione dell’alternativa a questa destra che ha voglia di distruggere la Costituzione. Partecipando in forma associata e come persone alla definizione del programma, ma anche a quella delle liste elettorali, non perché bramino più di tanto andare in Parlamento, ma per avere garanzie che il futuro assetto del potere sia funzionale a estendere gli spazi di democrazia e di libertà, dove si lavora, dove si studia, dove ci si diverte. La loro vita non sono disposti a delegarla a nessuno. I leader dei partiti che formeranno il fronte dell’alternativa alla destra dovrebbero da subito dire che, qualsiasi sia la legge elettorale, rinunceranno al privilegio di decidere unilateralmente la composizione delle liste, e che si confronteranno in tutti i territori con il mondo del No sociale e civile che è molto più vasto di quello che oggi loro rappresentano. Trovare i contenuti e le modalità organizzative per provare a tenere insieme la sinistra politica e la sinistra sociale e culturale che nel No si è espressa, dovrebbe essere la loro preoccupazione maggiore. E prima ancora delle liste, costruire un programma con questa sinistra civica e sociale delle manifestazioni e dei referendum finalizzato ad attuare la Costituzione su cui davvero ancora l’Italia è in grado di mobilitarsi partendo da tre parole: democrazia, pace e lavoro.

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