Articolo pubblicato su “MicroMega” il 09.04.2026: https://www.micromega.net/legge-elettorale
Si torna a parlare di legge elettorale, ma si continua a sfuggire dai problemi reali, concentrandosi sulle convenienze del momento delle singole forze politiche. Operando entro una prospettiva legata esclusivamente al mito della governabilità e fornendo una falsa interpretazione neutrale della più politica tra le leggi. Secondo questa visione la legge elettorale sarebbe solo uno strumento di traduzione dei voti in seggi che deve, in ogni caso, garantire una maggioranza parlamentare a una coalizione di minoranza in grado di ottenere, qualunque sia il modo, un voto in più rispetto alle altre forze politiche. Qualsiasi alchimia sarebbe dunque ammessa.
Ed è così che la discussione sulla legge elettorale non preannuncia nulla di buono, forse solo l’ennesima, effimera e magari incostituzionale normativa per andare alle prossime elezioni e provare a vincere o almeno a non perdere, grazie a furbizie da apprendisti stregoni.
Ciò che non si vuole affrontare è quel che, a ogni evidenza, è il principale problema che dovrebbe essere trattato da una legge elettorale: la questione drammatica della crisi della rappresentanza, che si è ormai tradotta in vera e propria crisi della democrazia. Quando solo la metà degli aventi diritto si reca alle urne le istituzioni diventano espressione di una sempre più ridotta minoranza dei cittadini, i governi saranno ancora pur sempre legittimi, ma solo per merito di forzature legate a premi eccessivi, sbarramenti strumentali, coalizioni farlocche.
In questa situazione il primo scopo di un sistema elettorale dovrebbe essere quello di ricondurre le istituzioni democratiche alla volontà reale del popolo. Invece, lo sguardo sembra ancora solo rivolto dalle convenienze dei partiti. Preoccupati di impedire la vittoria dell’altro, sfruttando le divisioni del campo avverso. Esemplare in tal senso la scelta del collegio uninominale che andava bene al sud sin tanto che non si prospettava un campo largo dei progressisti, ora invece va bene il sistema delle liste, sino al prossimo giro quando chissà come si articolerà lo scontro tra Schlein e Conte o tra Meloni e Salvini.
Credo sia giunto il momento di porre fine a questa storia e di ricominciare da capo. Proviamo allora noi a fare qui un esercizio di stile e parliamo dei problemi reali, mentre il Parlamento discute ancora una volta di come rendere stabile un potere privo di legittimazione popolare, mediante premi abnormi (70 deputati e 35 senatori donati al miglior perdente), allungando le liste dei candidati sempre bloccate, in barba alle decisioni della Consulta, introducendo indicazioni preventive dei “capi” delle coalizioni, pregiudicando così i poteri di scelta e nomina dei governi da parte del Capo dello Stato stabiliti in Costituzione (art. 92). Insomma, in attesa che anche la prossima legge cada sotto l’esame della Consulta, noi proviamo a ragionare di quel che dovrebbe essere un sistema elettorale all’altezza dei tempi e costituzionalmente conforme.
È necessario tornare al 1993, a quel referendum che decretò la fine del sistema elettorale proporzionale a furore di popolo. E chiediamoci cos’è che è andato storto?
Per rispondere a questa domanda basta guardare alle promesse tradite. Una formula meglio di altre vale a sintetizzare le ambizioni di allora. Una nobile aspirazione che fu enunciata con la dovuta enfasi: è necessario restituire lo scettro al principe. Questa era la massima riassuntiva, la parola d’ordine, dagli anni 90. Il popolo diventi l’arbitro della decisione politica, indicando direttamente chi ci governa. Solo in tal modo – sperava il buon Ruffilli – gli elettori si riavvicineranno alle istituzioni.
È avvenuto esattamente il contrario. È giunto allora il tempo di prenderne atto e ribaltare il tavolo. Si deve ricominciare a pensare che gli elettori possano almeno scegliere i propri rappresentanti, anziché solo i governi. Il che vuol dire adottare una legge elettorale che sia in grado di restituire il rappresentante al rappresentato.
In questa prospettiva non partiamo da zero e qualche chiave di lettura ce l’ha data la Consulta, quando ha rilevato come fosse necessario «garantire l’effettiva conoscibilità dei candidati e con essa l’effettività della scelta e della libertà del voto». Un risultato che verrebbe conseguito nel modo più lineare adottando un sistema proporzionale basato sui collegi uninominali, eliminando per intero il sistema delle liste bloccate.
Non v’è dubbio, infatti, che la scelta uninominale assicurerebbe una stretta vicinanza dei candidati agli elettori del collegio e dunque un collegamento diretto con il territorio, mentre l’opzione proporzionale eviterebbe il rischio (che viene invece corso dai sistemi uninominali che operano in ambiente iper-maggioritario) di comprimere eccessivamente il principio della rappresentanza democratica, «sulla quale – per riprendere ancora la parole della Consulta – si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente».
Si tratterebbe, in sostanza, di superare l’attuale sistema misto in senso esattamente opposto rispetto alle scelte operate. Vediamo le ragioni che possono sostenere un simile modello.
Anzitutto, un’opzione univocamente uninominale imporrebbe una moltiplicazione dei collegi, tanto più utile vista la diminuzione del numero dei parlamentari. L’intero territorio nazionale potrebbe venir suddiviso, in via di principio, in collegi dalle dimensioni le più ridotte possibili: tanti quanti sono i seggi da distribuire (400 per la Camera, 200 per il Senato, fatti salvi i collegi esteri1), al fine di assicurare una maggiore e più ravvicinata rappresentanza territoriale.
Non meno rilevante è un altro aspetto che sarebbe opportuno considerare. Un tale sistema finirebbe per definire un più giusto equilibrio tra la responsabilità delle forze politiche e la scelta degli elettori. Infatti, permarrebbe in capo ai partiti il potere di presentazione delle candidature uninominali2, ma queste saranno determinazioni più trasparenti: non si potranno più “nascondere” personaggi poco raccomandabili entro un’eterogenea lista di designati. La decisione su chi va a rappresentare la singola formazione politica entro un particolare collegio sarà univoca e determinante per conseguire sia il successo individuale (del singolo candidato), sia collettivo (della forza politica collegata).
Mi sembra di poter aggiungere che la riduzione massima possibile dell’ambito territoriale dei colleghi appare una misura importante per cercare di riattivare il circuito della rappresentanza in un tempo in cui il popolo sembra sempre più distante dalle istituzioni democratiche, come dimostra lo spaventoso calo di partecipazione al voto. Infatti, in piccoli collegi il confronto tra le forze politiche si avvicina e può rendersi materialmente visibile.
Maggiormente identificabili le diverse proposte politiche perché esse non verrebbero solo trasmesse da leader nazionali – forse popolari però certamente lontani – ma anche dai rappresentanti locali in competizione tra loro. Sarebbe questo un modo per porre in più stretta relazione la politica e i cittadini, nonché per dare una legittimazione effettiva e autonoma ai nostri rappresentanti nelle istituzioni democratiche. Parlamentari proposti dai partiti, ma scelti dal corpo elettorale: una doppia legittimazione politica e istituzionale.
Sarebbe compatibile la scelta uninominale con l’adozione di un sistema proporzionale di distribuzione dei seggi? La risposta non può che essere positiva. Senza bisogno di considerare la Germania (ove il sistema è assai più complesso), basta guardare la nostra storia. È questo un sistema collaudato e che si pone in conformità con gli obiettivi indicati di garanzia del pluralismo politico e territoriale della rappresentanza. È il modello definito con la legge n. 29 del 1948 per l’elezione dei membri del Senato (riproposta anche in seguito – per un breve periodo tra il 1993 e il 2011 – per l’elezione dei consigli provinciali).
Per molti il difetto maggiore di un sistema uninominale utilizzato entro un assetto proporzionale è rappresentato dal fatto che non si assicura il seggio al candidato che consegue la maggioranza relativa dei voti entro il singolo collegio. Ed in effetti, la distribuzione proporzionale s’impone sulla candidatura all’uninominale, prevale cioè l’indicazione al partito rispetto a quella alla persona.
Questo può apparire intollerabile entro una prospettiva di personalizzazione della rappresentanza, che è propria dei sistemi maggioritari, non invece entro una visione più complessa di una rappresentanza istituzionale che sia anche sociale.
L’elettore, dunque, con il suo voto sicuramente contribuisce (pro quota) al successo della lista, sceglie inoltre un rappresentante. Non ha la certezza di far ottenere il seggio per il suo candidato in base ai risultati di collegio, ma si sarà assicurato in ogni caso un confronto diretto con colui che la forza politica ha indicato come rappresentante di quel territorio, mentre ciascun candidato – quale che sia il risultato personale – sarà rappresentante tanto del partito di appartenenza quanto degli elettori del territorio.
Abbiamo lasciato da ultimo il problema più invocato e che si pone al fondo della scelta maggioritaria e premiale dell’ultimo trentennio. I sistemi proporzionali – si afferma – non assicurano la stabilità dei governi. A questo “totem” della riflessione sui sistemi elettorali italiani dovremmo dedicare un’apposita analisi critica, sin d’ora però possiamo constatare come l’esperienza ha dimostrato che la caduta dei governi non è mai stata originata dalla forza delle opposizioni, bensì dalla debolezza delle coalizioni. Mai in base all’approvazione di una sfiducia parlamentare, sempre in forza di crisi extraparlamentari e rottura dei patti tra le forze di maggioranza. Questo dovrebbe indicare la rotta a chi ricerca di conseguire una maggiore stabilità dei governi, che certamente rappresenta un “obiettivo di rilievo costituzionale” (così la Consulta), ma che coinvolge il diverso problema della debolezza strutturale delle coalizioni nel nostro paese, la capacità di definire un programma politico e la lealtà delle forze che assumono la responsabilità di governare assieme. Il governo più stabile in Europa è quello tedesco perché lì hanno una cultura dei governi di coalizione. Non ambiscono a conoscere “il giorno stesso delle elezioni chi governa il Paese”. Credo sarebbe opportuno rivoltare lo slogan appena richiamato: sarebbe molto meglio convincersi che è sempre opportuno aspettare qualche giorno dopo le elezioni per permettere ai partiti di definire un serio programma di governo:è la debolezza delle coalizioni e il tatticismo che le contrassegnano il vero nemico alla stabilità dei governi. Mentre il Parlamento è il “luogo del compromesso” (Kelsen), oltre che la sede dove definire l’indirizzo politico maggioritario.
Le osservazioni sin qui svolte rappresentano un modo per cercare di affrontare con consapevolezza i problemi reali sottesi alla definizione di una nuova legge elettorale e della crisi della democrazia rappresentativa. Intanto, in Italia, si parla d’altro.
Note
1 La perfetta coincidenza tra distribuzione dei seggi e collegi uninominali è falsata dall’esistenza dei collegi esteri, tutt’altro che “piccoli”, anzi con la riduzione del numero dei parlamentari esteri (da 12 a 8 per la Camera e da 6 a 4 per il Senato) si è ampliato enormemente l’ambito territoriale delle circoscrizioni elettorali. Sarebbe questo un’altra ragione per giungere ad abolire questo tipo di rappresentanza parlamentare. Ma, evidentemente, ciò esula dalla riflessione che stiamo ora svolgendo.
2 S’intende che spetterà poi alle singole forze politiche stabilire le modalità di individuazione dei candidati, potendosi adottare liberamente ogni diversa procedura in proposito: selezionati dagli organi dirigenti, in base a primarie interne, sulla base di consultazioni online nelle piattaforme di partito, o altro ancora.
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