Versione ampliata rispetto a quella pubblicata su “il manifesto” del 26.05.2026 con il titolo “Quelle «passioni elementari del popolo» che il centrosinistra ancora non coglie”.
Sono passati due mesi dalla vittoria del referendum e forse è opportuno provare a valutare quel che è successo. Da un lato la maggioranza è entrata in uno stato confusionale, non trovando più la strada per proseguire il suo viaggio verso il peggio. Le minoranze però non mi sembra siano riuscite ad affermarsi come alternativa di progresso. La ragione principale ritengo sia data dal fatto che l’attuale opposizione non riesce a scollarsi di dosso le colpe del passato. Comprendo che non sia facile tracciare delle linee di discontinuità per forze che hanno avuto grandi responsabilità nel tempo trascorso, ma la storia più recente dovrebbe aver insegnato che solo un cambio di passo può interrompere il lungo regresso nel quale siamo piano piano scivolati e che ha consegnato il governo alla destra illiberale. Anzi, in gran parte del campo largo l’attenzione maggiore è ancora prestata alle politiche di continuità che vengono rilanciate, nel solco della tradizione che ci ha condotto sin qui, dalle cosiddette forze “riformiste”, in realtà fondamentalmente conservatrici.
Due considerazioni dovrebbero invece convincere che oggi abbiamo bisogno di una forte discontinuità. La prima d’ordine storico, la seconda politica. In primo luogo, c’è da prendere atto della fine di un ciclo. La lunga stagione della democrazia maggioritaria aperta dal plebiscito del 1993, quando il popolo decise di abbandonare il sistema proporzionale ed abbracciare la filosofia della governabilità, è fallita. L’illusione da molti inseguita – alcuni certamente in buona fede – era quella di permettere al corpo elettorale, attraverso le elezioni, di indicare chi ci governa (“restituire lo scettro al principe”, secondo l’espressione retorica di allora). In tal modo, scriveva ad esempio l’ottimo Roberto Ruffilli, gli elettori si riavvicineranno alle istituzioni. È avvenuto esattamente il contrario.
Oggi appare chiaro che il problema principale che dovrebbe essere affrontato è quello della drammatica crisi della rappresentanza, che si è ormai tradotta in vera e propria crisi della democrazia. Quando solo la metà degli aventi diritto si reca alle urne le istituzioni diventano espressione di una sempre più ridotta minoranza di cittadini e dunque fortemente delegittimate sul piano sociale, mentre i governi saranno pur sempre legittimi, ma solo per merito di forzature legate a distorsioni e ad alchimie elettorali (premi eccessivi, sbarramenti strumentali, coalizioni obbligate, indicazioni preventive di capi).
Credo sia giunto il momento di porre fine a questa storia e di ricominciare da capo. Tornare cioè a dare priorità alla rappresentanza reale rispetto a quella artificialmente ottenuta in base a sistemi elettorali sempre più distorsivi. Se non spetta agli elettori scegliere i governi, che possano almeno scegliere i propri rappresentanti. Un sistema elettorale che dia voce al rappresentato anziché ai governanti sarebbe una rivoluzione, magari farebbe tornare la voglia di esercitare il diritto di voto e garantirebbe in tal modo una solida stabilità e condivisione sociale, non solo fondate su strumenti artificiali.
Ed è qui che si innesca la seconda ragione che dovrebbe indurre l’opposizione a cambiare di passo, prendendo insegnamento dalla vicenda del referendum. Il giorno stesso del risultato s’è assistito alla corsa di tutti a intestarsi la vittoria, ciascuno ha guardato a come capitalizzare un risultato di grande valore. Comprensibile e in fondo anche giusto. Ma la riproposizione di vecchi schemi (la discussione sulle coalizioni ovvero l’esigenza delle primarie e la ricerca preventiva del capo) dimostra che non si vuole prendere sino in fondo atto di una diversa realtà. La vittoria referendaria è stata “straordinaria” perché ha mostrato come sia possibile sconfiggere il populismo solo se si ritrova il popolo. Ciò che ha reso possibile battere il disegno demagogico delle destre al potere (un disegno complesso, che ha avuto nel referendum sulla giustizia la sua Caporetto) è stato il fatto che si sono recati alle urne per esprimere il proprio dissenso anche chi non ha particolare fiducia nelle istituzioni e nei partiti, ma ha conservato un sentimento di giustizia. Decisivi per la vittoria referendaria sono stati coloro che, pur se insofferenti rispetto alle esasperazioni tattiche, alle contorsioni politiciste, alle alchimie istituzionali che caratterizzano il dibattito tra le forze politiche, tutte pratiche sentite – a torto o a ragione – distanti, hanno però compreso che questa volta in gioco c’era qualcosa per cui valesse la pena schierarsi: la Costituzione e i suoi valori di fondo.
È da qui che bisogna ripartire. Diventa ora necessario “sentire le passioni elementari espresse dal popolo, comprendendole e collegandole dialetticamente alle leggi della storia”, così scriveva Antonio Gramsci; spiegando come, per chi voglia proporsi come classe dirigente e non solo governante, solo in tal modo sia possibile creare un’egemonia (addirittura un “blocco storico”, secondo il suo linguaggio).
In fondo, oggi, non è difficile interpretare le “passioni elementari espresse dal popolo” in sede referendaria. Esse sono quelle che la nostra Costituzione ha scritto alle origini della nostra Repubblica, e che sono state progressivamente abbandonate e sostituite da altre. Le piazze le hanno ribadite, protestando contro tutte le guerre e riaffermando il principio pacifista, ribellandosi alla concentrazione dei poteri dei nuovi “Re” (No Kings) e rivendicando il protagonismo del demos, inorriditi dal genocidio dei popoli e a favore dei diritti umani, opponendosi alle misure di esclusione dei “diversi” e invocando processi di integrazione tra i popoli. Ora sono in attesa che qualcuno risponda alle loro richieste, altrimenti non andranno a votare e la destra potrà ancora governare. Non è un problema di alleanze tra partiti è in gioco la capacità di rappresentare i bisogni del popolo sovrano. Almeno di quel “popolo” che ancora si ispira ai principi rivoluzionari di eguaglianza, libertà e fraternità, senza lasciare che si affermi una moltitudine incantata dai miti di Dio, Patria e Famiglia, da sempre l’anticamera di quella che è stata definita la “barbarie della riflessione”. È questo il tempo delle scelte tra due visioni del mondo. Mi verrebbe da sintetizzare, ispirandomi ad una nota formula: Costituzione o barbarie.
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