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Intervento riassuntivo del saggio, qui disponibile in forma estesa.

Il 17 gennaio 2026 si è svolta a Lipsia una manifestazione convocata dalla rete cittadina solidale con la Palestina, all’insegna dello slogan “Antifa means: Free Palestine”. A prima vista potrebbe sembrare un evento ordinario: organizzazioni della sinistra radicale europea che scendono in piazza a sostegno della causa e della popolazione palestinesi, per di più in una città universitaria con una significativa presenza istituzionale della sinistra. Eppure, il contesto rende questa mobilitazione tutt’altro che ordinaria.

Secondo quanto riportato da junge Welt, quotidiano di riferimento della sinistra tedesca, infatti, la mobilitazione sarebbe nata come risposta politica dopo la denuncia di attivisti filopalestinesi di aver subito ripetute aggressioni da parte di ambienti antideutsch, ovvero gruppi in origine antinazionalista poi divenuti, come vedremo meglio, fortemente filoisraeliani. Gli eventi di Lipsia si inseriscono in un contesto di crescente conflittualità interna alla sinistra radicale tedesca e al partito Die Linke sulla questione palestinese. Tale frattura affonda le sue radici anche nell’elaborazione di figure di primo piano del partito, come Gregor Gysi, che hanno contribuito in modo decisivo all’emergere, in quell’area politica, di una corrente orientata verso posizioni compatibili con l’atteggiamento filoisraeliano tipico delle classi dirigenti della Germania contemporanea. In un noto discorso del 2008, Gysi delineò tre direttrici fondamentali:

1) la dismissione dell’antimperialismo come categoria sia analitica sia politica, considerato non più adeguato a descrivere l’azione delle potenze occidentali;

2) il superamento dell’antisionismo, ritenuto una posizione non più sostenibile né per la sinistra nel suo complesso né, in particolare, per Die Linke;

3) il riconoscimento della solidarietà con Israele come elemento imprescindibile della ragion di Stato tedesca e come presupposto fondamentale per eventuali future responsabilità di governo del partito.

Come ricostruisce l’autrice e storica firma di junge Welt Susann Witt-Stahl in un ampio contributo dedicato al tema, le radici della corrente antideutsch risalgono al 1990, quando nella sinistra radicale prese forma un’alleanza contraria alla riunificazione tedesca, sintetizzata nello slogan «Mai più Germania» (da cui appunto la denominazione “antideutsch”). Quella fase iniziale lasciò tuttavia rapidamente il posto a un deciso ancoraggio all’Occidente e, di conseguenza, all’adesione alla ragion di Stato tedesca. Questo mutamento si tradusse, da un lato, nell’emergere di un anticomunismo non esplicitamente dichiarato, ma mascherato con contorsioni ideologiche, e l’uso codificato di categorie proprie della destra; dall’altro, nella forte solidarietà con Israele, interpretata da Witt-Stahl come prosecuzione brutale della politica di riparazione per la Shoah (Wiedergutmachungspolitik). È possibile individuare due momenti chiave di questa evoluzione.

Il primo risale al 1991, quando, anche sotto l’influenza dello scrittore Hans Magnus Enzensberger, già figura di riferimento del ’68, questa corrente sostenne che a Baghdad, nel contesto della prima guerra del Golfo, fosse possibile individuare un “nuovo Hitler”, rendendo così necessario il sostegno all’intervento militare. Si trattava di una rottura profonda con la tradizione della sinistra internazionalista, che invece condannava l’intervento statunitense come espressione di imperialismo, riassumendo tale critica nello slogan “Niente sangue per il petrolio”. Nel discorso antideutsch allora emergente, la sinistra pacifista venne accusata di essere, di fatto, complice del Saddam “nuovo Hitler”. Uno dei principali teorici di questa svolta, Wolfgang Pohrt, che in seguito ritrattò le proprie posizioni offrendo anche una lucida analisi critica del fenomeno antideutsch, sosteneva allora con convinzione la necessità di un’alleanza con l’imperialismo statunitense, arrivando a definire il movimento pacifista “sinistra fascista” (Linksfaschismus). La situazione mutò ancora nel 2001, quando settori più ampi e influenti della sinistra radicale arrivarono a sostenere apertamente la “War on Terror” di George W. Bush, invece avversata dal governo del leader socialdemocratico Gerhard Schröder. Circolava negli ambienti antideutsch all’epoca uno slogan significativo: “Mr. Rumsfeld proceed with the Antifascist mission. Fight the Axis of Evil Bagdad-Berlin”. Gli antideutsch si trasformarono progressivamente, rivendicando anche un ruolo di egemonia culturale in una fase in cui, sempre più in sintonia con posizioni reazionarie presenti nel panorama politico tedesco, il Medio Oriente venne reinterpretato come spazio su cui proiettare il peso del passato nazista. La popolazione palestinese, sottoposta all’occupazione israeliana, fu così trasformata in capro espiatorio su cui scaricare un senso di colpa storico. Per lungo tempo gli antideutsch furono accettati come parte integrante della sinistra, tollerando dinamiche problematiche: dall’identificazione tra ebraismo e sionismo fino agli attacchi contro esponenti della sinistra ebraica, spesso diffamati fino all’ignobile assimilazione al nazismo.

In questo quadro, la teoria leniniana dell’imperialismo venne sostituita da una concezione di “imperialismo dei diritti umani”, fondata su presupposti morali, accettando la narrazione della difesa del mondo civilizzato contro i popoli subalterni del Sud globale. Parallelamente, le teorie marxiste del fascismo furono accantonate in favore di interpretazioni di matrice liberale e idealistica, che riducono il fenomeno a una dimensione esclusivamente ideologica, ignorandone la dimensione economica. In questo contesto si colloca anche la diffusione della teoria del totalitarismo che equipara fascismo e comunismo e introduce la contrapposizione tra una “buona” sinistra antiautoritaria e una “cattiva” sinistra autoritaria. L’influenza di questi movimenti antideutsch, oggi spesso autodefiniti “antiautoritari”, si estende dai gruppi militanti di strada fino a raggiungere anche a settori rilevanti dell’ala destra del partito Die Linke, fortemente opposti alla sinistra invece rimasta critica verso l’imperialismo occidentale.

Questo conflitto interno alla sinistra tedesca si è ulteriormente inasprito a seguito del 7 ottobre 2023, manifestandosi tanto nelle iniziative della società civile e dei movimenti quanto all’interno delle strutture del partito Die Linke. Negli ultimi anni si sono infatti susseguiti episodi che testimoniano l’elevato livello di tensione: espulsioni e sospensioni con conseguenti abbandoni della Linke, negazione di spazi di dibattito, polemiche interne e pubbliche, campagne mediatiche, nonché quella che può essere descritta come una vera e propria “guerra delle mozioni” combattuta a tutti i livelli organizzativi e gerarchici del partito. Tra i casi più significativi, vi è la controversa espulsione di Ramsis Kilani, attivista tedesco-palestinese attivo a Berlino, avvenuta nel novembre 2025. Alla base del provvedimento vi sarebbero alcune dichiarazioni di Kilani sull’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, interpretate dalla dirigenza del partito come una relativizzazione del terrorismo, una critica selettiva alla violenza contro le donne come strumento di guerra e un rifiuto del diritto all’esistenza dello Stato di Israele, configurando così, secondo l’accusa, un comportamento gravemente dannoso per l’immagine del partito. Kilani ha sempre respinto le accuse, sostenendo che l’espulsione si fondasse su citazioni falsificate e distorte, e accusando a sua volta Die Linke di criminalizzare la solidarietà col popolo palestinese. In seguito alla sua espulsione, diversi iscritti dell’area della sinistra interna hanno lasciato il partito, mentre un centinaio di manifestanti, radunati davanti alla sede del partito, hanno occupato l’ingresso dell’edificio in segno di protesta.

A partire dall’ottobre 2023, nel contesto del dibattito sulla collaborazione della Germania con la guerra genocidaria israeliana a Gaza, la presenza di posizioni filoisraeliane nella sinistra radicale tedesca ha attirato in misura crescente l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Le immagini di attivisti della sinistra che manifestano con bandiere israeliane contro mobilitazioni filopalestinesi sono diventate un simbolo particolarmente discusso. Tuttavia, questo fenomeno non nasce nel 2023, ma affonda le sue radici in processi avviati già dopo il 1990 e sviluppatisi con maggiore evidenza a partire dagli anni Duemila. Questo mutamento non può essere spiegato esclusivamente attraverso il riferimento al senso di colpa storico legato al nazismo, pur rilevante nel contesto tedesco. Incidono anche fattori politici e ideologici contemporanei, tra cui la forte delegittimazione della DDR nel discorso pubblico come “Unrechtsstaat” (ossia “Stato di non diritto”) e la necessità, per la sinistra post-comunista, di segnare una discontinuità netta con il proprio passato per ottenere piena legittimazione nel sistema politico della Germania unificata. Tale processo si è sviluppato parallelamente all’affermazione della teoria del totalitarismo, ovvero la sostanziale equiparazione tra comunismo e nazismo, divenuta riferimento politico-istituzionale anche dell’Unione Europea. In questo quadro, la storica solidarietà della DDR verso la Palestina viene utilizzata come elemento di collegamento simbolico per costruire parallelismi tra antisemitismo nazista e presunto antisemitismo contemporaneo della sinistra filopalestinese, per produrre una narrazione unificante di fenomeni profondamente diversi come espressioni di una continuità del “male” contrapposto all’ordine liberaldemocratico.

All’interno della Die Linke attuale emerge una frattura piuttosto definita tra una base in larga misura orientata su posizioni filopalestinesi e un apparato dirigente e parlamentare prevalentemente filoisraeliano. Pur con numerose eccezioni trasversali, questa divisione si manifesta nelle dinamiche decisionali e nei frequenti interventi della dirigenza volti a correggere o a limitare iniziative provenienti dalla base. Il partito appare così attraversato da una tensione costante tra spinte dal basso e orientamenti istituzionali. In questo contesto, la componente filopalestinese interna mantiene una forte capacità di mobilitazione e continuità politica, pur in condizioni di marcata ostilità mediatica e istituzionale. Tuttavia, risulta ancora carente una struttura organizzativa più solida e coordinata, capace di trasformare tale mobilitazione in una linea politica stabile e influente all’interno del partito. L’assenza di figure dirigenziali riconosciute e di un coordinamento strategico contribuisce a una dinamica prevalentemente reattiva rispetto agli interventi dell’apparato.

Infine, la questione si colloca anche su un piano europeo. La Die Linke, tra i fondatori del Partito della Sinistra Europea, è inserita in una rete di rapporti tra partiti affini. Alla luce del genocidio a Gaza, del sistema di apartheid in Cisgiordania e della politica di espansione regionale israeliana appare ormai necessario che i partiti fratelli superino le cautele diplomatiche e chiariscano alla dirigenza della Linke che ambiguità su questi temi, o addirittura la presenza di correnti apertamente sostenitrici della politica israeliana, non possono più essere compatibili con l’appartenenza a uno spazio politico della sinistra europea.

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Un commento a “La questione palestinese dentro la sinistra tedesca”

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