Materiali

La questione palestinese dentro la sinistra tedesca

Versione estesa del saggio. Qui l’intervento riassuntivo.

Il 17 gennaio 2026 si è svolta a Lipsia una manifestazione convocata dalla rete cittadina solidale con la Palestina, all’insegna dello slogan “Antifa means: Free Palestine”. A prima vista potrebbe sembrare un evento ordinario: organizzazioni della sinistra radicale europea che scendono in piazza a sostegno della causa e della popolazione palestinesi, per di più in una città universitaria con una significativa presenza istituzionale della sinistra, dove il partito Die Linke compete alle elezioni comunali per il primo posto con i democristiani della CDU. Eppure, il contesto rende questa mobilitazione tutt’altro che ordinaria.

Siamo in Germania, a Lipsia, e più precisamente nel quartiere di Connewitz, considerato un bastione della sinistra. Nei giorni precedenti la manifestazione, Yara, attivista del gruppo Handala Leipzig1 e una delle portavoce, ha rilasciato un’intervista al quotidiano junge Welt, storica testata della sinistra tedesca2, illustrando le ragioni della mobilitazione, diretta esplicitamente contro le strutture dell’area politica “antideutsch”, egemone nel quartiere. Secondo quanto riferito, la manifestazione sarebbe stata sollecitata da un gruppo di antifascisti filopalestinesi attivo a Connewitz. I membri del gruppo, intervenendo a un incontro del Palästina-Aktionsbündnis Leipzig (Alleanza d’azione per la Palestina di Lipsia, PAL), avrebbero denunciato ripetute aggressioni sostenendo che da due anni sarebbero oggetto di persecuzioni da parte di ambienti antideutsch. Da qui la richiesta di sostegno per organizzare una manifestazione proprio nel loro quartiere. Nel corso dell’intervista, l’attivista ha descritto un clima di forte tensione e denunciato recenti episodi di violenza: “Per noi palestinesi, Connewitz è ormai diventata una zona off-limits. Non solo si vedono ovunque adesivi a sostegno del genocidio contro di noi, ma si viene anche minacciati se si indossa la kefiah. Due settimane fa, persone solidali con la Palestina sono state inseguite di notte da sionisti armati di manganelli telescopici e, una volta a terra, colpite al volto e alla testa. Sono riuscite a mettersi in salvo e a chiamare un’ambulanza”3. La manifestazione, quindi, nasce come risposta a questi sviluppi.

L’intervista affronta anche il rapporto con Die Linke. Il giornalista Jakob Reimann ricorda che, in una dichiarazione ufficiale, la direzione cittadina del partito ha accusato gli organizzatori di adottare un comportamento divisivo, sostenendo che gli spazi di discussione verrebbero ristretti e richiamando la decisione di incompatibilità del direttivo regionale con il gruppo Handala. Inoltre, i co-presidenti della Linke, Ines Schwerdtner e Jan van Aken, si sono espressi contro la manifestazione, schierandosi insieme a esponenti della corrente filoisraeliana del partito, affermando che l’iniziativa finirebbe soltanto per rafforzare quanti auspicano una sinistra divisa. Nella replica, la portavoce sottolinea che la Linke in Sassonia non ha mai organizzato manifestazioni a sostegno della Palestina. Aggiunge inoltre che il direttivo regionale cercherebbe di ostacolare l’impegno per la liberazione dal colonialismo e per una Palestina libera, intesa come uno Stato democratico con pari diritti per tutti, poiché tale posizione verrebbe considerata antisemitica e incompatibile con i valori del partito. Per quanto riguarda i rapporti con la dirigenza del partito, Yara afferma la disponibilità a incontrare Schwerdtner e van Aken per discutere della situazione in Sassonia e delle azioni di singoli membri del partito, evidenziando che nel Land per anni è stato considerato normale girare con una maglietta dell’esercito israeliano e, al contempo, candidarsi nelle liste della Linke. Nonostante ciò, l’attivista ci tiene a rimarcare come la collaborazione con molti membri e con le strutture di base della Linke sia proficua, condividendo la convinzione che il partito nel suo insieme debba schierarsi al fianco del popolo palestinese, come fanno altre forze di sinistra in tutto il mondo. Nella stessa piattaforma di organizzazione ci sarebbero singoli iscritti della Linke solidali con la motivazione della manifestazione. Del resto, conclude, il comitato cittadino organizza regolarmente, con cadenza mensile, manifestazioni solidali con la Palestina concentrandosi per esempio nel tentativo di impedire la consegna di beni militari allo Stato di Israele facendo affidamento sulla resistenza dei lavoratori dell’aeroporto e l’idea di organizzare un corteo a Connewitz non sarebbe mai nata se non fosse stata imposta dalla violenza dei picchiatori antideutsch.

Nel concreto, la manifestazione mirava a portare la protesta davanti a due luoghi specifici, ritenuti responsabili, almeno sul piano politico, se non anche materiale, delle violenze antipalestinesi nel quartiere. Si trattava del LinXXnet-Büro, una sorta di ufficio politico e centro di attivismo legato all’esponente della Linke Juliane Nagel, consigliera comunale di Lipsia dal 2009 e membro del parlamento regionale sassone dal 2014, e del centro culturale autogestito Conne Island. Entrambi rappresentano, nei rispettivi ambiti, punti di riferimento a livello nazionale per l’area antideutsch.

La narrazione mediatica mainstream si è concentrata soprattutto sulla lettura della vicenda in termini di conflitto interno alla sinistra, enfatizzando il rischio di scontri e violenze, anche in ragione della convocazione di una contromanifestazione a difesa degli spazi e del quartiere ritenuti sotto attacco. Non sono mancate provocazioni da parte dell’estrema destra, respinte dagli organizzatori ma puntualmente strumentalizzate dagli ambienti antideutsch in una chiave di denuncia “rossobruna” della manifestazione, con il partito Freie Sachsen che ha definito la “protesta contro l’Antifa militante di Connewitz” un “obiettivo apprezzabile”, annunciando la presenza di “streamer patriottici e mediattivisti” che avrebbero seguito gli eventi in modo “critico ma costruttivo”4.

Alla fine, non si sono registrati gravi episodi di violenza durante la manifestazione, al di là delle vessazioni poliziesche nei confronti dei manifestanti filopalestinesi ormai abituali in Germania. Le autorità hanno tuttavia vietato all’ultimo momento il percorso originariamente previsto attraverso il quartiere di Connewitz, motivando la decisione con il rischio di disordini. Il corteo, al quale hanno partecipato circa 2.000 persone, si è quindi diretto verso la stazione centrale dove si sono verificati episodi di provocazione, minacce e tentativi di aggressione da parte di gruppi antideutsch, che, sventolando bandiere antifasciste, israeliane e arcobaleno, hanno scandito slogan come «Il Mossad vi prenderà tutti», «Netanyahu è antifascista», «Dove sono i vostri pager?» e «Mai più Gaza»5. A completare un quadro già paradossale, il raduno-provocazione annunciato dall’estrema destra con il titolo “Migrantifa vs. antideutsche Antifa: i Freie Sachsen portano i popcorn” è stato infine annullato per mancanza di partecipanti6.

La costruzione di un’area filoisraeliana nella sinistra tedesca

Gli eventi di Lipsia non nascono certo dal nulla. Il conflitto interno alla sinistra radicale tedesca in generale e al partito della Linke in particolare sulla questione palestinese affonda le sue radici in dinamiche ben più profonde e di lunga data. Un momento emblematico risale al 2008, con il noto discorso dell’allora capogruppo della Linke al Bundestag, Gregor Gysi7, tenuto durante un convegno della Rosa-Luxemburg-Stiftung, la fondazione vicina al partito, dedicato al 60° anniversario della nascita dello Stato di Israele. L’intervento era esplicitamente rivolto al suo stesso partito e mirava a trasmettere un messaggio chiaro: sulla posizione nei confronti di Israele esisteva a suo avviso un urgente “bisogno di chiarimento”, o forse meglio dire di cambiamento.

L’argomentazione di Gysi si articolava in tre passaggi principali. In primo luogo, sosteneva che l’antimperialismo non potesse più essere collocato in modo sensato nel discorso della sinistra. Affermava poi che l’antisionismo non fosse più una posizione sostenibile né per la sinistra nel suo complesso né, in particolare, per Die Linke. Infine, anche in vista di una possibile partecipazione del partito a un futuro governo federale, invitava a riconoscere come la solidarietà con Israele costituisse una componente irrinunciabile della ragion di Stato tedesca, concetto al quale dichiarava apertamente di aderire8. Con un evidente gusto per la provocazione, Gysi espresse inoltre la propria “ammirazione e riconoscimento” per Israele, concludendo il suo intervento con “sentite congratulazioni” allo Stato mediorientale in occasione del 60° anniversario della sua fondazione9.

Già due anni prima, l’allora vicepresidente del partito, e futura co-presidente per un lungo periodo (2012–2021), Katja Kipping, aveva tentato, in risposta alle dure critiche mosse da esponenti della PDS10 contro la guerra israeliana in Libano, di riorientare attraverso un documento politico l’atteggiamento nei confronti di Israele e della sua ideologia statale, pur adottando toni più cauti rispetto a quelli di Gysi. Non sorprende dunque che Kipping abbia poi elogiato apertamente quel discorso, definendolo un passo verso “una nuova qualità” nel rapporto con Israele e una posizione “molto valida”, auspicando che potesse ottenere il consenso della maggioranza del partito11. Anche i commentatori della Taz (Die Tageszeitung), altro quotidiano storicamente rilevante per la sinistra tedesca12, espressero il proprio sostegno a questa evoluzione. Sulle pagine della Taz si affermava che “Die Linke, le cui radici affondano nel partito di Stato della Germania Est, la SED, e nella PDS, fatica a confrontarsi con il tema di Israele, anche a causa dell’antisionismo imposto dallo Stato nella DDR, che talvolta poteva sfociare in antisemitismo. A ciò si è aggiunta, con la fusione con la WASG, una tradizione di critica a Israele proveniente dalla Germania Ovest, altrettanto radicale almeno a partire dal 1968”. In questo quadro, si osservava con rammarico come “mentre negli ultimi anni molti ambienti radicali della sinistra hanno rivisto il proprio rapporto con Israele, l’eredità antisionista continua ancora oggi a pesare sul partito”13.

Ancora più incisivo appariva un breve editoriale di un altro redattore della Taz, Stefan Reinecke, che spostava l’attenzione su un piano più generale: “Forse ancora più importante della critica alla posizione della sinistra tradizionale nei confronti di Israele è il riconoscimento stesso della ragion di Stato. Si tratta di un concetto che la sinistra, al di fuori della socialdemocrazia, ha sempre evitato. Gysi interpreta questo termine in chiave razionale piuttosto che autoritaria, ma la direzione è chiara. Se il partito della Linke riconosce Israele come parte della ragion di Stato tedesca, dimostra di essere ormai pienamente approdato nel sistema di valori occidentale”. Particolarmente interessante è anche un altro breve passaggio: “Un antisionismo di sinistra che mette in discussione il diritto all’esistenza di Israele non è né moralmente giustificabile né politicamente sostenibile. Proprio chi critica le pratiche di occupazione israeliane non può permettersi ambiguità su questo punto. Allo stesso tempo, nel suo intervento a favore di Israele, Gysi mantiene una certa distanza dal filosemitismo degli antideutsch, per i quali qualsiasi critica alla politica israeliana è da demonizzare”14. Resta purtroppo poco chiaro in cosa consista concretamente, nella lettura di Reinecke, la differenza tra la posizione di Gysi (ed evidentemente anche la propria) e quella della corrente antideutsch; ma ciò che appare qui d’interesse è il tentativo stesso di tracciarla.

Dalle posizioni fin qui richiamate emergono alcuni elementi utili da evidenziare per comprendere la dinamica politica del fenomeno: 1) la dismissione dell’antimperialismo come categoria sia analitica sia di azione politica, relegato a residuo obsoleto di epoche passate e ritenuto incompatibile con la costruzione di una presunta nuova sinistra “al passo dei tempi” con il XXI secolo. Una rinuncia che comprende, ma va quindi anche ben oltre la questione della ridefinizione della valutazione su Israele e il sionismo; 2) l’accettazione, attraverso il richiamo alla dottrina della ragion di Stato, della collocazione internazionale nel campo occidentale come presupposto imprescindibile per l’accesso a eventuali responsabilità di governo; 3) la volontà di marcare una distanza rispetto alla corrente antideutsch, evidentemente percepita come troppo estremista, pur muovendosi all’interno di un quadro di riferimento convergente.

A partire da questa esigenza di differenziazione, può risultare utile soffermarsi più da vicino sullo sviluppo di questa corrente. La giornalista e autrice Susann Witt-Stahl, caporedattrice della rivista culturale Melodie & Rhythmus, edita dalla stessa cooperativa del quotidiano junge Welt, ha dedicato al tema una video-intervista pubblicata sul canale YouTube del giornale15. Nella sua ricostruzione, Witt-Stahl sostiene che gli antideutsch emersero come una sorta di esito della disgregazione nel contesto della Zeitenwende (svolta epocale) del 1989-90, quando si verificò una vera e propria implosione della sinistra anticapitalista. Un processo che non riguardò soltanto la Germania, ma che nel contesto tedesco assunse un carattere particolarmente doloroso. Questi attivisti provenivano in parte da settori di un Kommunistischer Bund ormai in dissoluzione e in parte da gruppi maoisti; tuttavia, operarono rapidamente una svolta d’integrazione, allineandosi al vincitore storico del momento, gli Stati Uniti, e più in generale all’intero blocco di potere imperialista occidentale.

L’autrice sottolinea come le origini del movimento antideutsch siano segnate anche da una fase iniziale carica di aspettative. Nel 1990 nacque infatti un’alleanza della sinistra radicale che organizzò grandi manifestazioni di massa, caratterizzate da una posizione antinazionalista e apertamente contraria alla riunificazione tedesca, sintetizzata nello slogan «Mai più Germania». Questa fase, tuttavia, ebbe vita breve: le componenti egemoni di quel movimento si evolsero rapidamente verso le posizioni che le avrebbero poi caratterizzate. Si affermò così in modo definitivo l’ancoraggio all’Occidente e, di conseguenza, l’adesione alla ragion di Stato tedesca con tutte le sue implicazioni. Ciò si tradusse, da un lato, in una forma di anticomunismo non dichiarato apertamente, ma mascherato attraverso contorsioni ideologiche e l’uso codificato di categorie proprie della destra; dall’altro, nell’affermazione di una presunta solidarietà con Israele, interpretata da Witt-Stahl come prosecuzione della politica di riparazione (Wiedergutmachungspolitik) portata avanti con modalità estremamente brutali.

Inizio moduloSecondo l’autrice, è possibile individuare due momenti chiave di questa evoluzione. Il primo risale al 1991, quando, anche sotto l’influenza dello scrittore Hans Magnus Enzensberger, già figura di riferimento del movimento del ’68, questa corrente sostenne che a Baghdad, nel contesto della prima guerra del Golfo, fosse possibile individuare un “nuovo Hitler”, rendendo così necessario il sostegno all’intervento militare statunitense. Si trattava di una posizione che segnava una rottura profonda con la tradizione della sinistra internazionalista, mobilitata contro quella che considerava un’aggressione imperialista sotto lo slogan «Niente sangue per il petrolio». Nel discorso antideutsch allora emergente, la sinistra pacifista venne delegittimata e accusata di essere, di fatto, complice di un nuovo Hitler. Uno dei principali teorici di questa svolta, Wolfgang Pohrt, che in seguito ritrattò le proprie posizioni offrendo anche una lucida analisi critica del fenomeno antideutsch, sosteneva allora con convinzione la necessità di un’alleanza con l’imperialismo statunitense, arrivando a definire il movimento pacifista come “fascismo di sinistra” (Linksfaschismus). Witt-Stahl precisa tuttavia che, in quella fase, tali posizioni restavano ancora minoritarie.

La situazione mutò significativamente dopo l’11 settembre 2001, quando settori più ampi e influenti della sinistra radicale tedesca arrivarono a sostenere apertamente la “War on Terror” di George W. Bush. In quegli anni circolava, come ricorda l’autrice, uno slogan particolarmente esplicativo: “Mr. Rumsfeld proceed with the Antifascist mission. Fight the Axis of Evil Bagdad-Berlin” in riferimento alla contrarietà dell’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder all’invasione dell’Iraq nel 2003. Gli antideutsch si trasformarono progressivamente in una posizione conforme al quadro dominante, rivendicando anche un ruolo di egemonia culturale sia nell’area politica di provenienza sia nel dibattito pubblico più generale.

In questa fase, sempre più in sintonia con posizioni reazionarie presenti nel panorama politico tedesco, il Medio Oriente venne reinterpretato come uno spazio su cui proiettare il peso del passato tedesco. La popolazione palestinese, sottoposta all’occupazione israeliana, fu così trasformata in un capro espiatorio su cui scaricare il senso di colpa storico della Germania. Emblematica di questa deriva, secondo Witt-Stahl, è un’immagine che ne rappresenta il grottesco culmine simbolico: un adesivo raffigurante un pugno nei colori della bandiera israeliana che frantuma una svastica nei colori della bandiera palestinese. Nella sua analisi, la giornalista individua nel mancato riconoscimento tempestivo del pericolo rappresentato da questa corrente uno degli errori principali commessi della sinistra a partire dal 1989-90. Per anni, infatti, gli antideutsch furono accettati come parte integrante della sinistra, tollerando dinamiche problematiche: dall’identificazione tra ebraismo e sionismo fino agli attacchi contro esponenti della sinistra ebraica, spesso diffamati e deformati nelle loro posizioni, fino a essere assimilati in modo ignobile al nazismo. Ancora più radicale, secondo questa lettura, è stata la disumanizzazione dei palestinesi, ridotti a stereotipi come quello di “barbarici”.

Parallelamente, la sinistra avrebbe consentito lo smantellamento di elementi centrali della tradizione marxista sul piano teorico della visione e lettura del mondo. In primo luogo, la teoria delle classi: si è arrivati a negare l’esistenza stessa di una classe dominante e di una classe oppressa, liquidando come delirante fantasia la denuncia dell’esistenza di un sistema di potere delle classi benestanti. Allo stesso modo, la teoria leniniana dell’imperialismo sarebbe stata sostituita da una forma di “imperialismo dei diritti umani” di natura morale, accettando la narrazione della difesa del mondo civilizzato contro i subalterni, ossia i “dannati della terra” del Sud globale. Particolarmente rilevante, e alla base di molte delle difficoltà odierne, è stata inoltre la sostituzione delle teorie marxiste del fascismo con interpretazioni liberali e idealistiche, che riducono il fenomeno a una questione puramente ideologica, ignorandone la dimensione economica. In questo contesto si inserisce anche la diffusione della teoria del totalitarismo, che equipara fascismo e comunismo e introduce la contrapposizione tra una “buona” sinistra antiautoritaria e una “cattiva” sinistra autoritaria. Per comprendere davvero la corrente antideutsch, questo il nucleo dell’argomentazione di Witt-Stahl, è necessario collocarla nel quadro di un progetto genuinamente anticomunista, sostenuto da ambienti mediatici liberali, tanto di area progressista quanto conservatrice, interessati a perpetuare questa dinamica. A tali forze viene attribuita l’etichetta di sinistra “progressista” o “emancipatrice”, con l’obiettivo di utilizzarle come testimoni d’accusa contro la cosiddetta “cattiva sinistra”, ossia quella definita “autoritaria”: in sostanza, l’insieme della sinistra politicamente organizzata di orientamento antimperialista. In conclusione, l’autrice evidenzia che l’influenza della corrente antideutsch, oggi spesso autodefinitasi “antiautoritaria”, si estende dai gruppi militanti di strada fino a raggiungere anche settori rilevanti dell’ala destra del partito Die Linke.

L’evoluzione nella Linke dopo il 7 ottobre. Il disciplinamento interno

Questa dinamica conflittuale interna alla sinistra radicale tedesca ha conosciuto un evidente inasprimento a seguito del 7 ottobre 2023, sia, come si è visto nel caso di Lipsia, nell’ambito di iniziative più legate alla società civile e al movimento, sia all’interno delle strutture di partito della Linke. Negli ultimi due anni si è infatti susseguita una serie di episodi che testimoniano l’elevato livello di tensione: espulsioni e sospensioni con conseguenti abbandoni del partito per protesta, negazione di spazi per eventi di dibattito, polemiche interne e pubbliche, nonché campagne mediatiche.

Uno dei casi più noti, e di maggiore risonanza mediatica, è stato quello di Ramsis Kilani, attivista tedesco-palestinese attivo a Berlino, che durante la guerra del 2014 ha perso il padre a Gaza sotto i bombardamenti israeliani16. Kilani è stato espulso dalla Die Linke nel dicembre del 2024. La richiesta di espulsione è stata presentata da due importanti esponenti del partito, Katina Schubert — già presidente regionale della Linke a Berlino fino al 2023 e vicepresidente federale fino al 2024 — e Martin Schirdewan, eurodeputato ed ex co-presidente del partito tra il 2022 e il 2024. Alla base della decisione vi erano alcune dichiarazioni di Kilani sull’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, interpretate come una relativizzazione del terrorismo, una critica selettiva alla violenza contro le donne come strumento di guerra e un rifiuto del diritto all’esistenza di Israele, configurando così, secondo l’accusa, un comportamento gravemente dannoso per l’immagine del partito17. Kilani ha sempre respinto le accuse, sostenendo che la motivazione dell’espulsione si fondasse su citazioni falsificate e dichiarazioni distorte, e accusando a sua volta Die Linke di criminalizzare la legittima solidarietà con il popolo palestinese18. In seguito alla sua espulsione, diversi iscritti dell’area della sinistra interna hanno lasciato il partito in segno di protesta.

Kilani ha presentato ricorso, sostenuto dalla campagna “Keine Linke ohne Ramsy” (“Nessuna Linke senza Ramsy”). Alla fine di novembre 2025, la commissione arbitrale federale del partito, la massima istanza interna, ha annunciato, presso la sede nazionale del partito, il Karl-Liebknecht-Haus di Berlino, il rigetto del ricorso, confermando così l’espulsione. In solidarietà con Kilani, circa un centinaio di manifestanti si erano radunati davanti alla sede del partito e dopo l’annuncio della decisione hanno occupato l’ingresso dell’edificio in segno di protesta. Nei giorni successivi, in evidente relazione ai fatti, si sono costituite all’interno del partito due Bundesarbeitsgemeinschaften (BAG – letteralmente gruppo di lavoro federale). Da un lato, la BAG Palästina-Solidarität, che si definisce “rivoluzionaria” e “antimperialista” e interpreta il sostegno alla Palestina come “parte di una lotta internazionale contro imperialismo, colonialismo e capitalismo”; dall’altro, la BAG Shalom, impegnata “nella tutela della vita ebraica, nella lotta contro l’antisemitismo e l’antisionismo, nella promozione della memoria storica e nella solidarietà con Israele inteso come spazio di protezione per la vita ebraica”19.

In un’intervista rilasciata alcune settimane dopo la conclusione del procedimento di espulsione, Kilani ha analizzato, a partire dalla propria esperienza, il conflitto interno al partito e i rapporti di forza tra le due correnti20. Alla domanda sul perché due dirigenti di primo piano della Linke si siano occupati direttamente dell’espulsione di un semplice iscritto, ha risposto che il suo caso ha rappresentato un segnale rivolto all’intera sinistra interna: il superamento di determinati limiti comporta conseguenze severe. Secondo Kilani, dietro la decisione vi è stata una chiara motivazione politica: il fatto di non aver rinunciato a rivendicare il diritto alla resistenza contro l’occupazione, sancito dal diritto internazionale, gli è valso l’accusa di non rispettare il principio di nonviolenza della Linke. Eppure, ha osservato, la stessa Katina Schubert sostiene l’invio di armi all’Ucraina e, anche in relazione alla NATO, il principio della nonviolenza non viene applicato con altrettanto rigore. A suo avviso, la Linke è attraversata da una frattura profonda tra base e dirigenza, sospesa tra solidarietà con la Palestina e adesione alla ragion di Stato. Il partito, nato da un retroterra anticapitalista e critico della globalizzazione, si è trovato a convivere con una burocrazia consolidatasi attraverso la partecipazione a governi regionali. Questo dualismo ha generato una distanza marcata tra attivismo e apparato, con quest’ultimo spesso in contrasto con le istanze del movimento, come è emerso chiaramente anche sulla questione palestinese. Nel partito, sostiene Kilani, sono numerosi gli iscritti che mantengono un orientamento socialista e che non intendono piegarsi alla ragion di Stato a fianco di Israele, ma le contraddizioni interne sono ormai arrivate al limite della rottura. Nonostante una base in cui la solidarietà con la Palestina è molto più diffusa che ai vertici, con quasi l’80% dell’elettorato del partito che, secondo i sondaggi, considera quanto sta accadendo a Gaza come un genocidio, l’attivista invita a non sottovalutare la pressione che può esercitare il parlamentarismo. Queste contraddizioni deriverebbero infatti anche dal carattere ibrido del partito: non un vero partito di governo, anche se la sua dirigenza vorrebbe che lo fosse, ma nemmeno più un autentico partito di movimento, nonostante molti membri della base continuino a rivendicare questa vocazione. Da un lato, è cresciuta la richiesta di una presa di posizione chiara a sostegno della Palestina; dall’altro, la dirigenza tende a muoversi con estrema cautela per evitare scelte che possano generare polemiche.

Come esempio Kilani cita la convocazione della manifestazione “Zusammen für Gaza” (Insieme per Gaza) del settembre 2025, resa possibile solo grazie ad un’enorme pressione esercitata dalla base del partito e dai movimenti, che ha di fatto costretto la direzione del partito a sostenerla. Kilani fa qui riferimento alla manifestazione del 27 settembre 2025, quando quasi centomila persone si sono riunite a Berlino per quella che è stata probabilmente la più grande mobilitazione di solidarietà con la Palestina nella storia della Repubblica Federale. In quell’occasione, Ines Schwerdtner ha dichiarato pubblicamente: “Abbiamo taciuto troppo a lungo, io ho taciuto troppo a lungo” e, sostenendo di parlare a nome dell’intero partito, ha affermato che quanto stava accadendo a Gaza fosse un genocidio, promettendo inoltre che Die Linke avrebbe protetto il movimento di protesta dalla pesante repressione in corso21.

Tali dichiarazioni hanno suscitato nella base la speranza di un possibile cambio di linea da parte della dirigenza del partito. Tuttavia, appena due mesi dopo, è stata confermata l’espulsione di Kilani e, nei mesi successivi, si sono verificati altri episodi caratterizzati da dinamiche procedurali molto simili. Come, ad esempio, è avvenuto in Turingia, dove il 12 febbraio 2026 la commissione arbitrale regionale, nell’ambito del procedimento disciplinare avviato nel settembre 2025 dalla federazione regionale (Landesverband Thüringen) della Die Linke, ha deciso di privare Martha Chiara Wüthrich, portavoce federale dell’organizzazione giovanile del partito Linksjugend Solid, di gran parte dei diritti di iscritta al partito revocandole al contempo tutte le cariche interne. Alla base della decisione vi sono accuse di dichiarazioni antisemite e di esaltazione della violenza, oltre alla contestazione di aver relativizzato l’Olocausto, tra l’altro in un video pubblicato su TikTok e successivamente rimosso. Nel provvedimento si stabilisce che, per un periodo di due anni, Wüthrich potrà soltanto partecipare alle assemblee degli iscritti in qualità di ospite e richiedere il diritto di parola, senza poter prendere parte agli organi interni né candidarsi a incarichi o mandati. Il segretario regionale Paul Gruber ha dichiarato che la commissione ha “giustamente accertato” il “chiaro superamento di linee rosse”. Secondo quanto riportato dalla stessa commissione, nel corso del procedimento Wüthrich ha anche ritrattato la sua posizione precisando che l’uso del termine Olocausto in relazione alla situazione a Gaza era stato improprio. Ha inoltre spiegato che il video era stato pubblicato “d’impulso” e per questo successivamente cancellato, ribadendo inoltre di riconoscere “l’unicità assoluta dell’Olocausto”22. Ciononostante, Wüthrich ha contestato la decisione, denunciando la presenza di numerose insinuazioni e diffamazioni nei suoi confronti: con sprezzo del ridicolo, infatti, tra le accuse figura anche quella di “sciovinismo regionale interno alla Germania”, per aver definito un altro membro del partito “Wessi”23. Ulteriore ironia di tutta la vicenda è il fatto che la trentunenne, eletta nel novembre 2025 nel consiglio federale di portavoce della Linksjugend Solid, composto da sette membri, potrà continuare a ricoprire tale incarico, in quanto l’organizzazione giovanile è giuridicamente autonoma. Già nel dicembre precedente, oltre 150 iscritti avevano chiesto, tramite una lettera aperta indirizzata alla direzione regionale della Turingia e al vertice nazionale della Linke, l’interruzione del procedimento disciplinare, esprimendo preoccupazione per il fatto che il confronto interno venga sempre più spesso affrontato non sul piano politico, bensì attraverso strumenti disciplinari24.

Nel profondo nord della Germania, nello Schleswig-Holstein, Land al confine con la Danimarca, si è verificato invece il caso di Ileen Krüger, membro del direttivo distrettuale di Die Linke a Stormarn. Per il congresso regionale del partito, svoltosi il 31 gennaio e il 1° febbraio 2026, Krüger aveva preparato e depositato una mozione, intitolata “Per la vita e i diritti della popolazione palestinese”, da sottoporre al voto. Nel testo si fa riferimento alla situazione di Gaza utilizzando anche il termine genocidio. Poco prima dell’inizio del congresso le è stato comunicato che non risultava iscritta al partito, nonostante fosse attiva al suo interno sin dalla metà del 2024 e ricoprisse diversi incarichi. Krüger ha raccontato che, al suo arrivo alla sede congressuale, le è stata negata la tessera da delegata; il tesoriere regionale le avrebbe spiegato che, non essendo formalmente membro del partito, non poteva esercitare il proprio mandato né presentare le sue candidature. Sostenuta da una campagna mediateca della sinistra interna che ha visto nella sua vicenda l’ennesimo episodio d’intimidazione nei confronti delle posizioni filopalestinesi nel partito, Krüger ha presentato ricorso contro questa decisione. A distanza di quasi due mesi la commissione arbitrale regionale ha disposto il ripristino dei suoi diritti di iscritta. Nel frattempo, però, la mozione non è stata discussa durante il congresso e per esaminare le proposte rimaste in sospeso è stata convocata un’ulteriore sessione congressuale, alla quale Krüger potrà ora partecipare. Con parole molto simili a quelle di Kilani anche Krüger, riflettendo sulla situazione interna al partito, afferma di riscontrare una maggiore solidarietà verso la Palestina piuttosto che il contrario, ma soprattutto a livello di base; nelle strutture decisionali e nelle posizioni di vertice, invece, il quadro le appare differente25.

Vi è stato anche un tentativo, da parte dell’ala sinistra del partito, di utilizzare gli stessi strumenti contro esponenti della corrente filoisraeliana. Nel maggio 2025, nove membri della Linke hanno chiesto l’espulsione di Andreas Büttner, il quale dal giugno 2024 ricopre il ruolo di delegato per la lotta all’antisemitismo del Land Brandeburgo. La richiesta è stata motivata accusando Büttner di aver violato i principi fondamentali del partito e ignorato ripetutamente le sue decisioni programmatiche, di non rispettare le risoluzioni vigenti delle Nazioni Unite e di aver arrecato un grave danno alla Linke con le sue dichiarazioni pubbliche. Nel tempo, Büttner ha ad esempio affermato di considerare le Alture del Golan come territorio israeliano, di sostenere l’interruzione dei finanziamenti all’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA), di approvare le forniture di armi a Israele e di ritenere il riconoscimento di uno Stato palestinese il passo più sbagliato che si possa compiere. Dal canto suo, Büttner (ex CDU e FDP, passato solo nel 2015 alla Linke) ha respinto le accuse, spiegando di ritenere parte integrante del proprio incarico prendere pubblicamente posizione contro l’antisemitismo in relazione a Israele. Un fenomeno che, a suo dire, si manifesta regolarmente anche all’interno della Linke, la quale non farebbe abbastanza per contrastarlo nelle proprie file e dovrebbe assumere una posizione più chiara al riguardo26.

Ben poco sorprendentemente, all’inizio di settembre 2025 la commissione arbitrale regionale del partito ha respinto la richiesta di espulsione, giudicandola “manifestamente infondata”. Nella motivazione si afferma che non vi sono elementi per ritenere che Büttner abbia violato in modo significativo i principi della Linke né che abbia arrecato al partito un danno grave. Le dichiarazioni a lui contestate sarebbero, per la maggior parte, riconducibili al contesto della sua attività come delegato per la lotta all’antisemitismo, piuttosto che alla sua qualità di membro del partito. L’espulsione degli iscritti, ha precisato la commissione, è infatti ammessa solo in presenza di violazioni gravi dello statuto27. Appare qui evidente il contrasto tra l’intransigenza mostrata dall’apparato burocratico del partito nei confronti dei propri attivisti filopalestinesi e la cautela adottata nel caso di Büttner.

Rafforzato da questa decisione, Büttner si è in seguito spinto oltre, arrivando nel gennaio 2026 a screditare pubblicamente un candidato del suo stesso partito. Dopo la designazione da parte dell’assemblea degli iscritti del distretto della Linke di Ahmed Abed come candidato alla carica di sindaco distrettuale di Berlino-Neukölln28 per le elezioni previste a settembre 2026, Büttner, intervenendo a una manifestazione, lo ha definito “un noto antisemita” e ha invitato esplicitamente i presenti a non votarlo. Abed, avvocato di origine palestinese, è co-presidente del gruppo consiliare della Linke nell’assemblea distrettuale di Neukölln e, nella sua attività professionale, ha difeso organizzazioni e manifestanti perseguiti per le loro attività in solidarietà con la Palestina. Il più grave “scandalo” mediatico-politico che lo riguarda risale all’ottobre 2025, durante la visita al municipio di Neukölln di Tzvika Brot, esponente del partito di governo israeliano Likud e stretto collaboratore del primo ministro Benjamin Netanyahu. In quell’occasione, Abed è stato espulso dalla seduta municipale dopo aver definito Brot un genocida29. Resta difficile spiegare, anche secondo il più elementare criterio di razionalità, come un partito possa tollerare che un proprio esponente inviti pubblicamente a non votare un candidato ufficiale, selezionato secondo le procedure democratiche interne, senza che ciò comporti alcuna conseguenza. La questione Büttner, tuttavia, si risolverà in altro modo nei mesi successivi, come vedremo più avanti.

Il conflitto interno alla Linke ha generato tensioni anche nei rapporti a livello europeo con gli altri partiti della sinistra radicale. Il 18 novembre 2025 Berlin Insoumise, la sezione berlinese di La France Insoumise, ha organizzato un incontro pubblico sulla situazione a Gaza con la partecipazione dell’eurodeputata Emma Fourreau, che ha preso parte alla Global Sumud Flotilla. Accanto a lei erano previsti gli interventi di altri tre attivisti francesi della Flotilla. Gli organizzatori avevano chiesto e ottenuto dalla Linke la disponibilità a svolgere l’evento presso il Karl-Liebknecht-Haus. Il giorno dell’incontro hanno però ricevuto un’e-mail con cui è stata comunicata la cancellazione della prenotazione della sala. La decisione è stata motivata con un presunto scostamento significativo tra il contenuto dell’evento e quanto dichiarato al momento della stipula del contratto, nonché con l’annuncio, nel frattempo, di una manifestazione di protesta contro l’iniziativa davanti alla sede. A nulla è valso il tentativo di Ferat Koçak, deputato della Linke eletto nel distretto di Neukölln e figura di riferimento della sinistra interna, di intervenire a sostegno dell’iniziativa, arrivando anche a offrire di ospitare la conferenza a suo nome. In una dichiarazione, Koçak ha espresso il proprio disappunto, definendo grave che il partito fratello La France Insoumise e in particolare l’eurodeputata Emma Fourreau si siano visti negare l’uso degli spazi della Linke, e ha sottolineato la necessità di garantire luoghi in cui poter discutere della Palestina.

È chiaro che uno sgarbo del genere, nel rapporto tra partiti alleati, difficilmente può passare inosservato. Come ha osservato un attivista di Berlin Insoumise, i dirigenti della Linke responsabili della decisione, appartenendo allo stesso gruppo al Parlamento europeo, hanno di fatto annullato un evento di una loro compagna e collega. L’attivista ha anche offerto una descrizione interessante dell’evoluzione dei rapporti politici, spiegando che la sezione berlinese aveva interrotto la collaborazione con la Linke a causa del suo scarso sostegno alla causa palestinese, riprendendo però a collaborare più strettamente con l’emergere di alcuni cambiamenti interni. Ha inoltre sottolineato l’importanza di sostenere la corrente filopalestinese per aiutarla a spostare gli equilibri all’interno del partito30. Fourreau ha dichiarato di aver ricevuto numerosi messaggi di solidarietà e di condanna del divieto da parte di iscritti ed eletti della Linke. Nello stesso giorno in cui è stato disposto il divieto, ha riferito di aver incontrato una delegazione della Linksjugend, che ha espresso una netta presa di distanza rispetto all’accaduto. A dimostrazione delle tensioni esistenti, l’eurodeputata ha invitato a non utilizzare questo episodio per liquidare in blocco l’intera sinistra tedesca, sottolineando piuttosto la necessità di sostenere il grande impegno delle giovani generazioni, grazie al quale gli atteggiamenti stanno iniziando a cambiare31.

La guerra delle mozioni

Parallelamente a questi eventi descritti si è sviluppato un ulteriore capitolo del conflitto interno, che può essere descritto come una vera e propria “guerra delle mozioni”, combattuta a tutti i livelli organizzativi e gerarchici del partito. Le prime forti tensioni su questo terreno, dopo l’inizio della guerra a Gaza, sono emerse durante il congresso regionale della Linke a Berlino l’11 ottobre 2024. In quell’occasione l’ala filoisraeliana, raccolta attorno all’ex senatore alla Cultura della città-stato di Berlino Klaus Lederer, ha presentato una mozione dal titolo “Contro ogni antisemitismo”, nella quale si condannava l’antisemitismo e si ribadiva la solidarietà con le vittime israeliane dell’attacco di Hamas. Il testo chiedeva inoltre una “persecuzione penale coerente” nei confronti di coloro che avevano “relativizzato e talvolta persino celebrato” l’attacco, includendo esplicitamente anche “persone che si collocano politicamente a sinistra”32. La mozione è stata oggetto di proposte di modifica volte a includere anche le vittime palestinesi e a riconoscere il razzismo antipalestinese. Quando tali emendamenti hanno ottenuto la maggioranza, Lederer ha ritirato la propria proposta e ha lasciato la sala in segno di protesta insieme ad altri delegati.

Pochi giorni più tardi, al nono congresso federale svoltosi dal 18 al 20 ottobre a Halle (Saale), nel corso del quale sono stati eletti alla presidenza Jan van Aken e Ines Schwerdtner, è stato approvato con un’ampia maggioranza un compromesso elaborato dalla direzione federale. Il testo esprimeva solidarietà alle vittime di entrambe le parti e ribadiva che posizioni antisemite e razziste non devono avere spazio nel partito. Tre giorni dopo, il 23 ottobre 2024, Lederer e altri quattro esponenti di rilievo della federazione berlinese hanno lasciato la Linke, motivando la loro decisione con la presunta incapacità del partito di opporsi con sufficiente determinazione all’antisemitismo. Un nuovo scontro si è verificato durante la terza sessione dello stesso congresso federale, tenutasi il 9 e 10 maggio 2025 a Chemnitz, quando i delegati hanno deciso, nonostante l’esplicita opposizione di van Aken, di adottare la “Dichiarazione di Gerusalemme” come base per la definizione di antisemitismo all’interno della Linke, in alternativa alla controversa definizione IHRA, problematica per la sostanziale equiparazione tra antisemitismo e le critiche a Israele33.

A inizio novembre 2025 si è tenuto invece il congresso federale della Linksjugend Solid, nel quale è stata approvata a larga maggioranza la mozione intitolata “Mai più in silenzio di fronte a un genocidio”. Il testo contiene un significativo atto di autocritica: l’organizzazione giovanile, che conta oltre 12.000 iscritti, avrebbe storicamente fallito nel riconoscere “il carattere coloniale e razzista del progetto statale israeliano, che dalle sue origini fino a oggi si esprime nella conquista di nuovi territori e nell’espulsione dei loro abitanti”. Non sarebbero stati inoltre “denunciati per nome i crimini dello Stato israeliano, dal sistema di apartheid fino al genocidio a Gaza”, né riconosciute le rivendicazioni dei palestinesi di pari diritti nazionali. Il documento afferma anche che “la liberazione della Palestina deve essere considerata parte di una più ampia rivoluzione democratica e socialista, volta a espellere l’imperialismo e il capitalismo dalla regione”, e invita la Linke a fare proprie tali posizioni34.

La reazione è stata immediata. Affiancati dalle prevedibili critiche sdegnate di larga parte della stampa, ben diciassette deputati della Linke al Bundestag, tra cui Gregor Gysi, Bodo Ramelow35 e Dietmar Bartsch36 hanno protestato con una lettera indirizzata ai vertici del partito. Il 5 novembre è stata quindi convocata d’urgenza una riunione straordinaria della direzione, al termine della quale Schwerdtner e van Aken hanno dichiarato che la mozione è “incompatibile sul piano dei contenuti con le posizioni della Linke” e che “una prospettiva unilaterale su Israele e Palestina non giova a nessuno nella regione”. Hanno aggiunto che la critica alla politica del governo israeliano è “assolutamente necessaria”, ma non deve “mai mettere in discussione la tutela della vita ebraica né delegittimare l’esistenza di Israele”37.

Nel marzo 2026 è stata la federazione regionale della Linke in Bassa Sassonia a finire nel ciclone delle polemiche. La pietra dello scandalo è stata, ancora una volta, una mozione, approvata in questo caso durante il congresso regionale tenutosi il 15 del mese. Nel testo viene respinto il “sionismo realmente esistente oggi, caratterizzato da razzismo, politica di occupazione e violenza militare”; si condannano il “genocidio in Palestina” e “l’espansione della politica di insediamenti israeliana” in Cisgiordania, chiedendo “la fine dell’apartheid in Israele e nei territori occupati”. Si afferma inoltre che sia il governo israeliano sia Hamas nutrirebbero “aperte fantasie di annientamento nei confronti dei gruppi etnici rappresentati dall’altra parte”, denunciando che “occupazione, privazione dei diritti e mancanza di prospettive conducono al terrorismo”38.

La polemica mediatica è stata particolarmente virulenta. Per citarne alcuni esempi significativi, la caporedattrice delle notizie della Bild, Maike Klebl, ha scritto che “Hitler sarebbe orgoglioso di voi”; il leader della FDP, Christian Dürr, ha dichiarato che la Linke in Bassa Sassonia mostra “il suo volto antisemita, disgustoso e terribile”; mentre anche dalla Svizzera la Neue Zürcher Zeitung è intervenuta per definire la mozione “una dichiarazione di bancarotta” con la quale il partito rischierebbe di “scivolare ulteriormente nell’estremismo”39. Josef Schuster, il presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, si è addirittura spinto fino ad affermare che la “dimostrativa opposizione all’unico Stato ebraico” costituirebbe “un attacco al diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico”, accusando la Linke di offrire così “una casa all’odio antiebraico” e di contribuire a una “giustificazione retorica” della violenza contro sinagoghe e istituzioni ebraiche40. Nel “dibattito” si è inserito anche il Verfassungsschutz della Bassa Sassonia, che ha comunicato di aver “preso atto delle dichiarazioni in relazione al congresso regionale del partito Die Linke”, aggiungendo che “eventuali tendenze antisemite, così come qualsiasi altra tendenza rilevante ai fini della tutela costituzionale, vengono costantemente monitorate e sottoposte a verifica”41.

A seguito di questo episodio, Andreas Büttner ha dichiarato definitivamente esaurita la propria tolleranza ed è uscito dal partito, rilasciando dichiarazioni particolarmente dure: “È stata superata una linea rossa”, poiché la mozione non significherebbe “nient’altro che mettere in discussione il diritto all’esistenza di Israele”. Büttner ha inoltre sostenuto che chi diffama Israele in modo generalizzato definendolo uno “Stato genocida” adotterebbe narrazioni proprie dell’ideologia antisemita contemporanea ed ha esternato il suo sdegno per “quanto profondamente all’interno della Linke si stia diffondendo l’odio verso Israele”42.

Sarebbe lecito e naturale attendersi da un partito una difesa compatta o quantomeno un deciso respingimento delle accuse più diffamanti formulate da un esponente in uscita nel pieno di una campagna mediatica fortemente ostile. Ramelow e Jan Korte, deputato della Linke dal 2005 al 2025, hanno invece preso le difese di Büttner intervenendo sulle pagine dello Spiegel. Ramelow ha argomentato che chi “indirizza il dibattito interno alla sinistra tedesca contro l’esistenza di Israele”, strumentalizza la sofferenza dei palestinesi per “guadagnare terreno internamente al partito” e ha avvertito che la Linke deve guardarsi dal trasformarsi in una comunità di fede, “per non dire in una setta”. Korte, dal canto suo, si è associato alla denuncia dell’esistenza di “un massiccio problema di antisemitismo” nel partito43.

Alla luce delle polemiche, interne ed esterne, sono ovviamente dovuti intervenire di nuovo van Aken e Schwerdtner con un deciso richiamo all’ordine. In una dichiarazione congiunta, i due co-presidenti hanno criticato la federazione regionale, affermando che “il testo approvato presenta un evidente sbilanciamento”, e hanno annunciato che “dall’esperienza del congresso regionale della Bassa Sassonia traiamo una conclusione chiara: non può esserci alcun compromesso con mozioni che mettono in discussione i principi fondamentali del nostro partito. Questo vale tanto per i prossimi congressi regionali quanto per quelli federali”. Oltre che sulla disciplina di partito, van Aken e Schwerdtner si sono espressi in modo netto anche sul piano ideologico sotteso alla mozione: “Possiamo discutere anche in modo approfondito e critico delle diverse sfaccettature del sionismo, ma non dobbiamo mai dimenticare una cosa: il movimento sionista è stato anche una risposta all’antisemitismo tedesco e ai pogrom contro gli ebrei in Europa. Esso ha rappresentato il principale contesto di legittimazione per la fondazione dello Stato di Israele”. L’unica concessione riguarda il fatto che oggi il sionismo “viene utilizzato come giustificazione per la politica di insediamenti del governo israeliano, snaturando così l’idea originaria di uno spazio di protezione”. In chiusura, i due dirigenti ribadiscono quella formula di compromesso alla quale sembrano affidarsi nella speranza di riuscire a navigare indenni tra le tempeste sia del dibattito interno al partito sia del suo posizionamento pubblico: “L’intero partito deve essere unito dalla convinzione che a tutte le persone, in Palestina e in Israele, spetti allo stesso modo una vita in sicurezza e nell’autodeterminazione politica”44.

Evidentemente non soddisfatti della posizione espressa dalla presidenza, Gysi, Bartsch e Ramelow hanno ritenuto necessario intervenire con un articolo a firma congiunta sul Tagesspiegel, quotidiano di area liberal, nel quale si schierano “contro gli oppositori di Israele all’interno del nostro partito”. I tre noti esponenti hanno ribadito di opporsi “con decisione agli attivisti del nostro partito e al loro ambiente che si definiscono antisionisti e che in realtà intendono che Israele debba scomparire dalla carta geografica”, chiarendo così che cosa venga, secondo loro, “realmente” inteso quando viene criticato il “sionismo realmente esistente oggi”45.

Negli stessi giorni in cui si sviluppava la polemica sulla mozione della Bassa Sassonia, ne è emersa un’altra attorno alla figura di Gysi. In un’intervista rilasciata il 6 marzo 2026 al podcast della rivista Focus, evidentemente passata inosservata nei primi giorni della sua pubblicazione, il deputato ha utilizzato espressioni che hanno contribuito ad acuire le tensioni interne al partito. Alla domanda, già tendenziosa di suo, su come affrontare le correnti antisemite o antisraeliane all’interno della Linke, Gysi ha risposto che “la situazione è diventata molto più pericolosa perché molte più persone con origini migranti, anche provenienti da contesti migratori specifici, sono entrate nel nostro partito, cosa che in realtà accolgo molto positivamente”. Il problema risiederebbe però nel fatto, che queste persone porterebbero però con sé “visioni su Israele sbagliate”46.

La BAG Migrantische Linke, riconosciuta ufficialmente come raggruppamento interno del partito nel novembre 2025, ha reagito con una durissima lettera di protesta indirizzata allo stesso Gysi e alla presidenza, firmata da 200 iscritti e rappresentanti della Linke a vari livelli. Nel testo si legge che “diversi passaggi dell’intervista sono estremamente problematici, poiché riproducono narrazioni razziste e contraddicono principi fondamentali del nostro partito” e che “il collegamento tra membri con un passato migratorio e un presunto crescente problema di antisemitismo è inaccettabile”. Gysi viene inoltre accusato di aver riprodotto, attraverso la propria formulazione, “uno scenario di minaccia razzista”, poiché “tali espressioni rafforzano risentimenti antimusulmani e antiarabi e non devono avere spazio in un partito antirazzista”. Nella lettera viene infine pretesa dal dirigente “una scusa pubblica rivolta ai membri migranti e più giovani del nostro partito per l’impatto e le ferite causate dalle dichiarazioni”, nonchè la partecipazione, insieme al proprio staff, “a una formazione antirazzista nel più breve tempo possibile”47.

La vera amicizia

A partire dall’ottobre 2023, nel contesto del dibattito sulla collaborazione della Germania con la guerra genocidaria israeliana a Gaza, la presenza di posizioni filoisraeliane nella sinistra radicale tedesca ha attirato in misura crescente l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Le reazioni di sconcerto che circolano sui social media, sotto immagini di attivisti della sinistra tedesca che sfilano con bandiere israeliane contro mobilitazioni filopalestinesi, costituiscono ormai un vero e proprio genere a sé. Eppure, come si è visto, già quasi vent’anni fa, nel 2008, l’ala destra della Die Linke, allora da poco nata dalla fusione tra PDS e WASG, era impegnata a costruire un’egemonia filoisraeliana nel partito. Questo slittamento dalla posizione filopalestinese tradizionale della sinistra radicale affonda le sue radici in un processo cominciato a partire dal 1990 e che si è effettivamente verificato in questa forma solo in Germania e nell’area germanofona, con evoluzioni almeno in parte analoghe anche in Austria e, in misura molto minore, più come orientamento che come corrente politica organizzata, anche in Svizzera. In questo quadro, l’importanza del discorso tenuto da Gregor Gysi nel 2008 su Israele e sulla “ragion di Stato”, quale momento chiave nella progressiva integrazione della Linke in una logica di sostegno all’ordine statale non potrà mai essere sottolineata abbastanza. Già allora, infatti, il messaggio centrale non si limitava al sostegno a Israele, ma implicava anche la dismissione dell’antimperialismo, inserito in un più ampio processo di rottura, piuttosto che di rinnovamento, con ogni aspetto della propria discendenza marxista. La questione, dunque, è solo in parte riconducibile all’elaborazione del passato tragico segnato dai crimini del nazismo e al conseguente senso di colpa storico. Questo elemento ha senza dubbio contribuito in maniera importante alla formazione, in Germania, di una corrente così peculiare e priva di equivalenti altrove; tuttavia, assumerlo come spiegazione esclusiva rischia di oscurare una serie di fattori più contingenti, legati al presente, e di condurre a una lettura complessivamente fuorviante del fenomeno.

Occorre infatti considerare anche l’enorme importanza attribuita alla damnatio memoriae della DDR, rappresentata nel discorso pubblico dominante come “Unrechtsstaat” (ossia “Stato di non diritto”), e la conseguente esigenza di recidere ogni legame con quella tradizione politica per poter accedere pienamente all’integrazione nel sistema della Repubblica federale. Un processo, del resto, che si è sviluppato parallelamente all’affermazione della teoria del totalitarismo, vale a dire la sostanziale equiparazione tra comunismo e nazismo, divenuta riferimento politico-istituzionale anche dell’Unione Europea, come sancito dalla risoluzione del 2019. In questo contesto, la storica posizione filopalestinese della DDR viene utilizzata come ponte di collegamento retorico ritenuto particolarmente funzionale alla costruzione di nessi forzati, distorsioni politiche e confusioni varie tra il nazismo, il comunismo, l’antisemitismo nazista genocida di ieri e il presunto “antisemitismo di sinistra filopalestinese” di oggi. In altri termini, si configura una narrazione che tende a ricondurre fenomeni profondamente diversi entro un’unica linea di continuità del “male”, attribuita ai nemici dell’ordine liberaldemocratico occidentale e della sua ragion di Stato.

Nello specifico invece del contesto della Die Linke odierna, dagli episodi richiamati, dalle valutazioni degli attivisti colpiti da sanzioni e dallo scontro a colpi di mozioni contrastanti tra diverse istanze del partito, emerge un quadro meno caotico di quanto possa apparire a prima vista. Il partito risulta infatti attraversato da una divisione piuttosto netta tra una base in larga misura orientata su posizioni filopalestinesi e un apparato burocratico e parlamentare prevalentemente filoisraeliano. Si tratta naturalmente di una distinzione non rigida: i due schieramenti sono trasversali nel partito, ovvero ci sono esponenti della dirigenza e del gruppo parlamentare solidali con la causa palestinese, così come settori della base favorevoli a Israele. Nel complesso, tuttavia, la linea di frattura appare sufficientemente definita. Anche la dinamica delle controversie interne al partito sembra seguire una certa sistematicità di fondo; ad ogni iniziativa che la base filopalestinese riesce a portare avanti, segue prontamente un intervento correttivo dall’alto.

Se vi è un elemento confusionario, esso riguarda piuttosto la strategia della sinistra filopalestinese interna, alla quale vanno riconosciuti un notevole coraggio e una significativa capacità di tenuta per aver proseguito la propria azione politica in un contesto segnato da forte ostilità politica, mediatica, istituzionale, repressiva e, in parte, anche sociale. Ciò che sembra mancare, tuttavia, è una strutturazione più solida della propria organizzazione nel partito, dalla quale potrebbe scaturire l’elaborazione di una linea d’azione condivisa, capace di incidere sugli equilibri interni, anziché limitarsi a reagire, di volta in volta, agli interventi correttivi dell’apparato filoisraeliano. A ciò si aggiunge l’assenza di figure dirigenziali di riferimento che, in un partito nazionale rappresentato in parlamento e articolato in federazioni regionali, risultano essenziali per convogliare e orientare la forza d’urto espressa dalla base. Non mancano, in realtà, possibili candidati a svolgere questo ruolo; ma forse va anche superata una certa diffidenza nei confronti della stessa idea di leadership, che in una fase di confronto così acceso finisce per essere più d’ostacolo che altro.

Infine, va considerata la dimensione dei rapporti europei tra i partiti della sinistra, nella quale Die Linke è pienamente integrata, essendo tra i fondatori nel 2004 del Partito della Sinistra Europea (all’epoca ancora come PDS). Alla luce del genocidio a Gaza, del sistema di apartheid in Cisgiordania e del rischio enorme per la sicurezza mondiale che comporta la politica di espansione imperialista regionale israeliana appare ormai necessario che i partiti fratelli superino le cautele diplomatiche e chiariscano alla dirigenza della Linke che ambiguità su questi temi, o addirittura la presenza di correnti apertamente sostenitrici della politica israeliana, non possono più essere compatibili con l’appartenenza a uno spazio politico della sinistra europea. Tanto più che all’interno del partito esiste una componente attiva e radicata che mantiene una linea solida e che potrebbe trovare, anche a livello europeo, un sostegno più esplicito. Come da formula molto abusata, ma in fondo vera, spesso è compito proprio degli amici far comprendere quando si sta sbagliando oltre ogni limite di giustificazione.

Note

1 L’associazione “Handala e.V.” è stata fondata a metà del 2022 e solo due anni dopo è finita nel rapporto del Verfassungsschutz (agenzia di intelligence interna) della Sassonia. Alla fine del 2025 l’associazione si è sciolta, ma il gruppo continua a esistere. Il Verfassungsschutz sassone considera Handala come un’organizzazione “estremista accertata” e ne osserva l’attività come contraria alla costituzione. Il gruppo è classificato come parte dell’“estremismo con riferimento estero”. Secondo il rapporto del 2024, i membri negano il diritto all’esistenza di Israele e oltrepassano regolarmente il confine dell’antisemitismo. Handala afferma di essere contro l’antisemitismo e specifica che non equipara tutti gli ebrei del mondo allo Stato di Israele, che invece definisce “Stato razzista”.

2 Il giornale è stato, dalla sua fondazione nel 1947 fino al 1990, l’organo ufficiale della Freie Deutsche Jugend (FDJ), l’organizzazione giovanile riconosciuta e sostenuta dallo Stato nella DDR. Sopravvissuto al crollo dello Stato socialista sotto forma di cooperativa, junge Welt, che si definisce “di orientamento marxista”, si è progressivamente affermato come una delle principali voci della sinistra radicale nella Germania riunificata. Il Verfassungsschutz tiene sotto osservazione il quotidiano, definendolo “il più importante e diffuso mezzo di stampa dell’estremismo di sinistra” e sostenendo che esso miri “all’instaurazione di un ordinamento sociale socialista-comunista secondo una concezione classica marxista-leninista”. Secondo l’agenzia di intelligence, singoli membri della redazione e alcuni autori sarebbero riconducibili all’“area dell’estremismo di sinistra”; inoltre, il giornale non si dichiarerebbe esplicitamente a favore della non violenza e offrirebbe ripetutamente spazio a organizzazioni e individui che sostengono reati a sfondo politico, consentendo loro di diffondere le proprie posizioni. Un ricorso presentato da junge Welt al Tribunale amministrativo di Berlino contro la menzione nel rapporto del Verfassungsschutz è stato respinto nel luglio 2024.

3 Jakob Reimann, “Warum findet diese Demo statt?”, junge Welt, 13.01.2026, https://www.jungewelt.de/artikel/515577.palästinasolidarität-warum-findet-diese-demo-statt.html

4 “Kampf um Connewitz: Warum Linke gegen Linke demonstrieren”, MDR Aktuell, 15.01.2026, https://www.mdr.de/nachrichten/sachsen/leipzig/leipzig-leipzig-land/demo-connewitz-handala-antifa-linke-100.html

5 Leon Wystrychowski, “Bewegungsfreiheit für eine Seite, junge Welt”, 19.01.2026, https://www.jungewelt.de/artikel/515826.antifaschisten-in-leipzig-bewegungsfreiheit-für-eine-seite.html

6 “Linke Szene streitet bei Großdemo in Leipzig über Nahost”, Der Spiegel, 18.01.2026, https://www.spiegel.de/politik/demo-in-leipzig-linke-szene-streitet-ueber-nahost-a-b73a20bd-fadd-43ef-bc77-eecb46f9de1b

7 Classe 1948, nato e cresciuto nella DDR, Gregor Gysi è figlio di Klaus Gysi, già ministro della Cultura (1966–1973) e diplomatico della DDR. Si iscrisse alla SED nel 1967 e, nel dicembre 1989, nel contesto della Wende, fu eletto presidente del partito, mantenendo la carica anche dopo la sua trasformazione in PDS fino al 1993. Nel corso degli anni si è affermato come una delle figure più centrali e influenti prima della PDS e poi della Linke. Già nel 1991 si recò in Israele con un gesto dal forte valore simbolico, incontrando esponenti politici e affermando in quell’occasione la particolare responsabilità della Germania nei confronti dello Stato ebraico. Le origini ebraiche della sua famiglia sono spesso richiamate nel dibattito pubblico; Gysi, tuttavia, ha sempre dichiarato di non essere religioso.

8 Il riferimento è alla dottrina enunciata in quegli anni dall’allora cancelliera Angela Merkel in due storici discorsi: il primo, nel settembre 2007, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e il secondo, nel marzo 2008, alla Knesset. In tali occasioni Merkel affermò che la sicurezza di Israele costituisce parte integrante della ragion di Stato della Germania.

9 Philipp Gessler, Veit Medick, “Israel spaltet die Linke”, Taz – Die Tageszeitung, 13.05.2008, https://taz.de/Streit-ueber-Antizionismus/!5182229/

10 Die Linke è stata fondata nel giugno 2007 dalla fusione della PDS con la WASG, fuoriusciti dalla SPD.

11 Philipp Gessler, Veit Medick, “Gysis Machtwort irritiert Genossen”, Taz – Die Tageszeitung, 19.04.2008, https://taz.de/Kampf-in-Linke-um-Haltung-zu-Israel/!5183362/

12 Fondato nel 1978 nell’area antiautoritaria del movimento extraparlamentare e progressivamente scivolato negli anni verso posizioni più liberal.

13 Philipp Gessler, Veit Medick, “Israel spaltet die Linke”, cit.

14 Stefan Reinecke, “Eine Frage der Staatsraison”, Taz – Die Tageszeitung, 18.04.2008, https://taz.de/Kommentar-Antizionismus-bei-der-Linken/!5183359/

15 Intervista condotta da Ignacio Rosaslanda, “Von »Nie wieder Deutschland« zu »Nie wieder Gaza«: Susann Witt-Stahl zur Genese der Antideutschen”, canale YouTube junge Welt, 19.02.2026, https://www.youtube.com/watch?v=X3CS5TunzwQ

16 La tragica vicenda della famiglia Kilani a Gaza ha avuto un’eco mediatica anche in Germania. Ibrahim Kilani, originario della Striscia di Gaza, emigrò negli anni ’70 in Germania, dove visse per circa vent’anni, conseguì la laurea e costruì una famiglia insieme a Kristina, una donna tedesca. Dalla loro unione nacquero due figli, Ramsis e Layla. Dopo la fine del matrimonio, alla fine degli anni ’90 Ibrahim tornò da solo a Gaza. Qui si risposò con Taghrid, con la quale ebbe cinque figli. Grazie alla doppia cittadinanza tedesco-palestinese di Ibrahim, quattro dei cinque figli nati dal secondo matrimonio possedevano anch’essi la cittadinanza tedesca. Durante la guerra dell’estate 2014, l’intera famiglia fu sterminata in un bombardamento israeliano a Gaza: i bambini avevano tra i 4 e i 12 anni. In virtù della cittadinanza tedesca di cinque delle vittime e per conto di Ramsis Kilani, nel dicembre 2014 l’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) e il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) presentarono una denuncia penale in Germania, corredata da numerose prove, tra cui fotografie, video e testimonianze. Tuttavia, nell’agosto 2021, la Procura federale tedesca ha deciso di non avviare alcun procedimento. https://www.ecchr.eu/en/case/israeli-airstrikes-in-gaza-justice-in-the-kilani-case/

17 Patrick Volknant, “Nahost-Streit in der Linkspartei: Aktivist Kilani fliegt raus”, nd – Neues Deutschland, 11.12.2024, https://www.nd-aktuell.de/artikel/1187412.berliner-linke-nahost-streit-in-der-linkspartei-aktivist-kilani-fliegt-raus.html

18 Ulrike Eifler, “Die Linke muss an der Seite der Palästina-Solidarität stehen – im Gespräch mit Ramsis Kilani”, Etos media, 23.10.2025, https://etosmedia.de/politik/die-linke-muss-an-der-seite-der-palaestina-solidaritaet-stehen-etos-media-im-gespraech-mit-ramis-kiliani/

19 Max Grigutsch, “Die Linke und das Monster”, junge Welt, 01.04.2026, https://www.jungewelt.de/artikel/520099.palästina-solidarität-die-linke-und-das-monster.html

20 Max Grigutsch, “Was sind die Kräfteverhältnisse?”, junge Welt, 11.12.2025, https://www.jungewelt.de/artikel/513860.palästina-solidarität-und-die-linke-was-sind-die-kräfteverhältnisse.html

21 Julian Daum, “Fall Kilani: Linke vertagte Entscheidung über Ausschluss”, nd – Neues Deutschland, 12.10.2025, https://www.nd-aktuell.de/artikel/1194675.linke-parteiausschlussverfahren-fall-kilani-linke-vertagte-entscheidung-ueber-ausschluss.html

22 Jana Frielinghaus, “Harte Bandagen gegen Linksjugend-Sprecherin”, nd – Neues Deutschland, 25.02.2026, https://www.nd-aktuell.de/artikel/1197891.linke-und-nahost-konflikt-harte-bandagen-gegen-linksjugend-sprecherin.html

23 “Ossi” e “Wessi” sono denominazioni colloquiali per indicare le persone che sono nate o cresciute nella ex DDR o nella Germania dell’Est dopo il 1990 (“Ossi”) oppure nella Repubblica Federale o nei Länder della Germania Ovest (“Wessi”).

24 Nico Popp, “Nur noch Gast”, junge Welt, 25.02.2026, https://www.jungewelt.de/artikel/518131.parteiverfahren-nur-noch-gast.html

25 Max Grigutsch, “Vermuten Sie ein politisches Motiv?”, junge Welt, 21.03.2026, https://www.jungewelt.de/artikel/519556.aberkannte-linke-mitgliedschaft-vermuten-sie-ein-politisches-motiv.html

26 “Brandenburger Linke-Chef stellt sich hinter Antisemitismus-Beauftragten”, RBB 24, 04.08.2025, https://www.rbb24.de/politik/beitrag/2025/08/linke-debatte-parteiausschluss-andreas-buettner-brandenburg.html

27“Debatte über Israel: Kein Parteiausschluss für Antisemitismusbeauftragten Büttner”, Tagesspiegel, 15.10.202, https://www.tagesspiegel.de/berlin/debatte-uber-israel-kein-parteiausschluss-fur-antisemitismusbeauftragten-buttner-14576489.html

28 Il popoloso, popolare e multietnico distretto di Neukölln è situato nell’area dell’ex Berlino Ovest. Alle elezioni federali del 2025 la Linke si è affermata come primo partito nel distretto, ottenendo il 25,3% dei consensi: un risultato che fa di Neukölln il primo territorio al di fuori dell’ex DDR in cui il partito ha raggiunto percentuali di questo livello. La sezione distrettuale della Linke a Neukölln si colloca chiaramente sulle posizioni della sinistra interna del partito, sostenendo, tra le altre cose, la causa palestinese. Proprio per questo ha acquisito una certa visibilità a livello nazionale, anche in seguito a diverse polemiche con la dirigenza federale, come nel caso di una festa di solidarietà organizzata il 9 agosto 2025 intitolata “Neukölln è unita per il popolo palestinese”. L’invito e la partecipazione del “Comitato Nazionale Palestinese Unificato” hanno suscitato ampie polemiche mediatiche, poiché nel rapporto del Verfassungsschutz al comitato viene attribuita una vicinanza ad Hamas e all’organizzazione di sinistra PFLP. I vertici del partito hanno preso le distanze dall’iniziativa: van Aken, ad esempio, ha dichiarato che “non si tratta di una nostra manifestazione”. Anche Ramsis Kilani, prima della sua espulsione, era attivo nella sezione di Neukölln.

29 Paul Neumann, Foulspiel vom Parteifreund, junge Welt, 21.01.2026, https://www.jungewelt.de/artikel/516021.vor-den-berliner-wahlen-foulspiel-vom-parteifreund.html

30 Phil Butland,  “I observe a huge gap between the activists of Die Linke and the position of the party in general”, The Left Berlin, 21.11.2025, https://theleftberlin.com/interview-berlin-insoumise/

31 Emma Fourreau, “Palestine Is a Fundamental Moral and Political Compass”, Jacobin, 01.12.2025, https://jacobin.com/2025/12/palestine-forreau-gaza-die-linke

32 Max Grigutsch, “Die Linke und das Monster”, cit.

33 Patrick Lempges, “Die Linke und Palästina”, nd – Neues Deutschland, 02.09.2025, https://www.nd-aktuell.de/artikel/1193738.linkspartei-die-linke-und-palaestina.html?sstr=Linke|Nahost

34 Wolfgang Hübner, “Linke im Nahost-Konflikt”, nd – Neues Deutschland, 06.11.2025, https://www.nd-aktuell.de/artikel/1195295.parteijugend-solid-linke-im-nahost-konflikt.html

35 Classe 1956, nato e cresciuto nella BRD, già presidente del Land della Turingia dal 2014 al 2024, è finora l’unico esponente nella storia della PDS-Linke ad aver ricoperto tale incarico. Si è distinto negli anni per essere diventato uno dei principali avversari dell’ala sinistra del partito che egli definisce con intento dileggiante “Wassermelonenfraktion” (ovvero “frazione delle angurie”, in riferimento alla fetta di anguria utilizzata come simbolo di solidarietà alla causa palestinese). Particolarmente famigerata è l’espressione da lui utilizzata nel settembre 2025, quando si è lamentato di essere stato sommerso da messaggi inviati da una giovane attivista della Linke contenenti «Hamas-Scheiße» (letteralmente «merda di Hamas», usato in senso dispregiativo per indicare contenuti propagandistici), ossia immagini di bambini uccisi a Gaza.

36 Nato e cresciuto nella DDR, si è iscritto alla SED nel 1977, seguendo poi tutta l’evoluzione del partito nella PDS prima e nella Linke successivamente. Salvo un’interruzione tra il 2002 e il 2005, è deputato al Bundestag dal 1998. Dal 2015 al 2023 ha inoltre ricoperto il ruolo di co-capogruppo della Linke al Bundestag.

37 Jan van Aken, Ines Schwerdtner, “Eine einseitige Perspektive bringt niemandem etwas”, 06.11.2025, https://www.die-linke.de/start/nachrichten/detail/news/eine-einseitige-perspektive-bringt-niemandem-etwas/

38 Die Linke – Landesverband Niedersachsen, “Richtigstellung zum Antrag A01 auf dem Landesparteitag der Linken Niedersachsen”,15.03.2026, https://www.dielinke-nds.de/fileadmin/user_upload/A01_geaendert.pdf

39 Kristian Stemmler, “Aufruhr wegen Genozidkritik”, junge Welt, 18/03/2026, https://www.jungewelt.de/artikel/519377.die-linke-aufruhr-wegen-genozidkritik.html

40 “Zentralratspräsident Dr. Schuster zum Antrag der Linkspartei in Niedersachsen”, Zentralrat der Juden in Deutschland, 17.03.2026, https://www.zentralratderjuden.de/presseerklaerungen/zentralratspraesident-dr-schuster-zum-antrag-der-linkspartei-in-niedersachsen/

41 Tullio Puoti, “Verfassungsschutz prüft Israelaussagen der Partei Die Linke”, NDR, 19.03.2026, https://www.ndr.de/nachrichten/niedersachsen/verfassungsschutz-prueft-israelaussagen-der-partei-die-linke,linkspartei-258.html

42 Uma Sostmann, Kevin Culina, “Wurde aufgefordert, als ‚Rassist‘ und ‚Faschist‘ endlich die Partei zu verlassen”, Welt, 18.03.2026, https://www.welt.de/politik/deutschland/article69b7bb8fe74d99f444f824b9/linke-austritt-wurde-aufgefordert-als-rassist-und-faschist-endlich-die-partei-zu-verlassen.html

43 Marc Röhlig, Anna Reimann, “Führende Linke kritisieren massives Antisemitismusproblem in der Partei”, Der Spiegel, 16.03.2026, https://www.spiegel.de/politik/deutschland/die-linke-bodo-ramelow-und-jan-korte-kritisieren-massives-antisemitismusproblem-a-bd3e56a3-541a-4189-b193-4966dffabd8d

44 Ines Schwerdtner, Jan van Aken, “Debatte um Nahost verlangt besondere Verantwortung”, 20.03.2026, https://www.die-linke.de/start/presse/detail/news/debatte-um-nahost-verlangt-besondere-verantwortung/

45 Dietmar Bartsch, Gregor Gysi, Bodo Ramelow, “Antizionismus“ darf keine Normalität in der Linken werden”, Tagesspiegel, 28.03.2026, https://www.tagesspiegel.de/politik/bartsch-gysi-und-ramelow-antizionismus-darf-keine-normalitat-in-der-linken-werden-15406989.html

46 FOCUS+ Redaktion, “Linken-Aufstand gegen Gysi – weil er Antisemitismus beklagte”, Focus, 17.03.2026, https://www.focus.de/politik/briefing/linken-aufstand-gegen-gysi-weil-er-antisemitismus-beklagte_1ad8abe2-8d22-4f77-972b-4aa74a6fa4be.html

47 Frederik Schindler, “Wenn Linke-Mitglieder Gregor Gysi zur „antirassistischen Weiterbildung“ schicken wollen”, Welt, 17.03.2026, https://www.welt.de/politik/deutschland/article69b7fa5b17184da7cffdb823/nach-kritik-an-antisemitismus-wenn-linke-mitglieder-gregor-gysi-zur-antirassistischen-weiterbildung-schicken-wollen.html

Qui il PDF

Un commento a “La questione palestinese dentro la sinistra tedesca”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *