Da quando e perché gli alberi sono diventati nemici da abbattere? E in quali circostanze essi pagano con la vita le conseguenze delle scelte derivanti dal potere degli uomini?

Devo questa riflessione a Paola Caridi e al suo interessantissimo libro Il gelso di Gerusalemme. L’altra storia raccontata dagli alberi, che ha il merito di assumere il punto di vista degli alberi nel raccontare la storia umana. Questi ultimi, a loro modo, scrivono essi stessi la storia.

Ed è proprio questo collegamento che può meglio illustrare il senso di alcune scelte che stanno modificando l’assetto urbano in molte città nel mondo.

Alcuni esempi, riportati nel libro, ci fanno capire che quello che è accaduto alla stazione Termini e a Piazza Risorgimento a Roma; a Piazza del Plebiscito a Napoli, non sono così distanti da ciò che è accaduto a Istanbul o al Cairo, per restare nell’area mediterranea.

In sintesi, quegli assetti urbani che, in passato, prevedevano nelle piazze, nelle vie, nei viali, una convivenza tra umani e alberi, rischiano di essere compromessi in un’epoca in cui il controllo e, di conseguenza, la così detta “sicurezza” diviene la priorità delle priorità, a cui sacrificare benessere e diritti, non solo degli umani.

In questa visione, gli alberi diventano nemici perché nascondono, proteggono, rinfrescano, mentre quello che si vuole ottenere è l’esatto contrario e cioè visibilità massima per telecamere e droni, impedire luoghi di incontro istigati dall’ombra e dalla frescura.

Le stazioni, in particolare, sono le prime a dover essere messe in riga poiché luoghi privilegiati dell’attività umana più pericolosa: quella del movimento e dell’incontro.

Quello più a rischio è il verde pubblico, che ha contribuito a rendere vivibili e belle soprattutto le zone centrali delle nostre città, ben oltre il così detto arredo urbano. Tuttavia, anche in questo campo la “privatizzazione” è in atto, infatti, in città come il Cairo, dove interi quartieri residenziali sono accessibili solo ai residenti, il verde pubblico è stato eliminato per poter rendere possibile la sorveglianza, in favore di un uso “privato” di spazi verdi.

Non sfuggono, poi, i rischi di ulteriori segregazioni sociali e perfino razziali insiti in questi modelli.

Infine, per tornare a Roma, quanto ha influito nel nuovo assetto che ha reso invivibile l’intera area della principale stazione, soprattutto in estate, questo approccio?

Ancora una volta, gli alberi ci parlano e segnalano il fatto che la società della sorveglianza è già tra noi.

In controtendenza, il piccolo comune canadese di Terrasse-Vaudreuil è stato il primo al mondo – il 9 giugno scorso – con decisione unanime del suo Consiglio Comunale, ad aderire alla “Dichiarazione universale dei diritti dell’albero” e a Palermo, in un sit-in molto partecipato, è nato il movimento “Cittadini/e in difesa degli alberi”; il cambiamento climatico inizia a essere motivo di mobilitazioni dal basso e popolari. C’è da sperare che non sia troppo tardi e che il suo contrasto comprenda la lotta all’autoritarismo della sorveglianza.

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