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Non appena abbiamo scoperto di essere finite sulla lista delle organizzazioni terroristiche globali, abbiamo scritto, dichiarato e promesso che avremmo cercato di resistere fino a che fosse stato possibile, che non ci saremmo arrese finché avessimo intravisto delle possibilità legali. Abbiamo mantenuto e difeso con orgoglio un’infrastruttura libera, riservata, autonoma e soprattutto partigiana. Per noi ‘restare umani’ non è un semplice slogan. Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate. 

Non possiamo accettare uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte. 

A/I chiude. Il collettivo Autistici/Inventati chiude e sospenderà tutti i servizi a breve termine. 

Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi. Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati.

Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una ‘bella storia’”.

Con queste parole il 6 settembre il collettivo Autistici/Inventati (A/I) ha comunicato la sua chiusura. Parole che raccontano, oltre la grande competenza tecnica che ha consentito questa ‘bella storia’, la qualità politica e umana di chi l’ha realizzata.

I fatti sono stati ben raccontati in molti articoli, tra i quali segnaliamo quelli di Gea Stancarello e di Annarosa Pesole.

Ricordiamoli sinteticamente. Lo scorso 26 agosto il Dipartimento del Tesoro statunitense (OFAC) ha inserito A/I nella lista degli Specially Designated Global Terrorist (SDGT), e contestualmente ha emesso la General License 36, che impone la chiusura dei rapporti in corso con A/I entro il 25 settembre 2026. Ma già nelle 72 ore successive alla designazione, A/I ha subito il blocco del dominio autistici.org, l’interruzione dei servizi e-mail e delle mailing list a esso collegati, la chiusura del conto presso Banca Etica e il blocco dell’account PayPal. L’accusa rivolta ad A/I è quella di aver fornito infrastrutture e servizi digitali a gruppi radicali di sinistra, in particolare a quelli ‘Antifa’ e a quelli ‘ProPal’.

Le implicazioni politiche di questi avvenimenti sono state con chiarezza messe in evidenza in molti commenti e attestati di solidarietà verso A/I. Non si tratta solo di ribadire che chi fornisce servizi di comunicazione non può essere considerato responsabile delle azioni di chi quei servizi utilizza. Si tratta dell’ennesima prova del crescente ‘dispotismo’ degli USA, esercitato direttamente dal potere esecutivo, che genera effetti repressivi non solo all’interno di quel paese, ma anche nei paesi europei. Contro questa illegittima arroganza non si è levata nessuna sia pur timida critica da parte di nessuna delle istituzioni dei paesi europei. Peggio hanno fatto le forze politiche al governo in Italia, che, invece di difendere un’associazione ‘italiana’ ingiustamente perseguita, hanno lanciato una pretestuosa campagna di discredito verso uno dei fondatori di A/I.

Accanto a questa denuncia, e alle azioni necessarie per impedire che l’azione repressiva dell’esecutivo USA si allarghi ulteriormente, garantendo, ad esempio, l’autonomia dei circuiti finanziari europei, è necessario però provare a rispondere a una domanda fondamentale. La chiusura di A/I è un ‘game over’, o è possibile continuare la partita?

Per rispondere a questa domanda è utile ricordare quando nasce A/I. Siamo nel 2001 e internet è una risorsa che consente a movimenti e associazioni di organizzarsi. È ancora uno spazio di relativa libertà, presidiato da attori di movimento capaci di trasformare la competenza tecnica in una risorsa politica. Google è ancora solo un motore di ricerca che si sta affermando, Amazon una libreria online e gli altri Big Tech ancora non esistono. La domanda che A/I soddisfa con i suoi servizi è quella di strumenti fuori dalla possibilità di controllo degli apparati repressivi dello Stato, apparati la cui competenza rispetto alla rete è generalmente inferiore a quella dei movimenti.

Venticinque anni dopo siamo in una situazione completamente differente. Internet non è più da tempo uno spazio di libertà. Lo spazio pubblico della comunicazione digitale è totalmente occupato dalle Big Tech, attori privati che utilizzano la comunicazione sociale per estrarre l’enorme quantità di dati che è alla base della loro ricchezza e, negli anni più recenti, degli sviluppi dei sistemi digitali di ‘Intelligenza Artificiale’.

Ma c’è di più. Negli ultimi anni i grandi monopoli digitali USA, che avevano finora usato lo Stato soprattutto come garanzia contro ogni regolamentazione, hanno iniziato con i loro servizi a occupare direttamente i gangli principali dell’apparato statale, in particolare quelli dell’apparato militare e repressivo, che è oggi totalmente dipendente dai servizi digitali delle Big Tech. Tanto che appare difficile distinguere chi comanda su chi.

È in questo contesto che cresce la consapevolezza sociale della necessità di spazi di comunicazione digitali che siano affrancati dal dominio delle Big Tech, e si amplia enormemente una domanda potenziale di servizi analoghi a quelli che erano offerti da Autistici/Inventati. Questa domanda si era in parte già manifestata quando Elon Musk comprò Twitter e la fece diventare X, ma è oggi meno ingenua e sempre più consapevole, quanto più decisivo e esplicitamente rivendicato è il ruolo che le Big Tech hanno nel riarmo degli USA e dell’Occidente. Quanto più evidente è la relazione che lega l’uso quotidiano che ogni utente fa delle piattaforme di comunicazione sociale al funzionamento dei dispositivi di guerra che i dati così raccolti consentono.

Non più soltanto organizzazioni di attivisti politici si rivolgono ai servizi di A/I, o a servizi analoghi, ma singoli individui, associazioni della più varia natura, anche scuole e piccoli frammenti del settore pubblico. Internet non è più uno spazio di libertà, ma il luogo della sorveglianza autoinflitta a cui è sempre più difficile sottrarsi. È una domanda, quella di servizi alternativi, che cresce in quantità e si modifica in qualità, perché non riesce più a supplire con l’autoformazione alla crescente opacità dei dispositivi digitali, e alla pervasiva diffusione del loro uso in ogni ambito della vita e del lavoro.

Come esempio della consapevolezza di questa crescente domanda riportiamo alcune righe del comunicato di solidarietà verso Autistici/Inventati scritto da AISA (Associazione Italiana per la Scienza Aperta) che dei servizi di A/I era utente.

Qualche tempo fa abbiamo scelto di usare per la nostra mailing list il servizio offerto gratuitamente da Autistici/Inventati. Per noi era una questione di coerenza: da tempo sosteniamo che una ricerca scientifica aperta – aperta nel senso di libera – può essere qualcosa di diverso da un adempimento amministrativo a scopo di sfruttamento e sorveglianza dei ricercatori solo se si basa su un’infrastruttura libera, rispettosa della privacy, decentrata, volontariamente federata. Un’università pubblica, se vuole restare portatrice di un punto di vista indipendente, deve avere spazi propri, aperti a tutti. […] Essere vittime coatte – grazie alla bibliometria di Stato – di un’editoria di sorveglianza significa non solo perdere la privacy che è diritto di ognuno, ma anche l’autonomia delle proprie scelte istituzionali. […] Sulla base di queste considerazioni, Autistici/Inventati ci era sembrato molto più sicuro delle nostre università ed enti di ricerca, per lo più colonizzati da Microsoft e Google perfino per un’infrastruttura fondamentalecome la posta elettronicaLa scienza aperta parla liberale, ma nel suo senso antico e non politico: criticare il tecnofeudalesimo e la sorveglianza amministrativa, statale e no, ma continuare a farsi usare da Big Tech, rimanendo passivi rispetto alla sudditanza dei propri atenei, è come e forse peggio che stare in silenzio”.

Sono valutazioni e motivazioni che possono essere estese a una molteplicità di utenti, sempre più consapevoli dell’asservimento attuale alle Big Tech anche delle università e di altri enti pubblici. Ma proprio questa denuncia del ‘tradimento’ operato dal settore pubblico può darci anche la chiave di un possibile percorso alternativo.

Proviamo a immaginare l’inverso della situazione denunciata da AISA. Soggetti pubblici della più diversa natura come le università, le amministrazioni pubbliche locali, le imprese di pubblica utilità, o soggetti associativi nazionali come ad esempio i sindacati, che invece di affidarsi alle Big Tech, riconoscono la necessità della disponibilità di servizi ‘pubblici’ con le caratteristiche di quelli che erano offerti da AI. E per farlo vengono progettati e realizzati luoghi possibili di collaborazione tra questi pezzi di ‘settore pubblico’ e la capacità e la competenza di soggetti come A/I (e ce ne sono molti in Italia e in Europa). E la forma organizzativa e di governo di questo luogo di collaborazione è tale da fornire garanzie adeguate sia verso minacce esterne (come quelle che hanno portato alla chiusura di A/I), sia verso prevaricazioni interne, come il sempre possibile dispotismo amministrativo del settore pubblico.

La motivazione principale per uno sviluppo di questo tipo è la previsione di una domanda sociale di servizi digitali liberi dal dominio Big Tech che cresce impetuosamente, e coinvolge strati sociali e generazionali sempre più grandi. A fronte di questa domanda, come A/I ci ha insegnato, è certamente indispensabile che cresca la competenza tecnico/politica degli individui e delle organizzazioni. Ma è anche necessaria una offerta che sia in grado di rispondere con servizi adeguati per qualità e quantità. Tanto più necessaria questa offerta alternativa nel momento in cui i fornitori di AI (senza trattino) sono tra loro in competizione per catturare sempre più utenti nelle loro modalità di interazione, azzerando ogni residua possibilità di scelta.

Ma a quali condizioni questa possibilità può uscire dall’immaginazione e diventare un percorso concretamente perseguibile?

Nel suo libro Il capitale contro lo Stato Massimo Florio auspica la collaborazione tra pezzi dello Stato e l’intelligenza sociale diffusa e considera come condizione di successo la mobilitazione delle comunità. E scrive: “Il cuore di questa capacità di mobilitazione è un triplo movimento: l’identificazione del potenziale di intelligenza di una comunità, l’individuazione delle istituzioni pubbliche di riferimento, la costruzione di conflitti e alleanze, facendo leva sulle soluzioni pratiche che possano essere offerte”.

In attesa di riuscire a ‘stanare’ qualche attore pubblico di riferimento, ci sembra intanto che l’esperienza di A/I sia un esempio distintivo di una comunità, in questo caso non legata a un territorio, dotata di grande competenza tecnica e intelligenza sociale e capace di conflitti e di alleanze. Non è la sola e, soprattutto, l’intelligenza sociale che rappresenta non ha chiuso la partita.

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