Democrazia, Politica, Temi, Interventi

Articolo pubblicato su “il manifesto” del 12.09.2026.

Dunque, prima il programma. Bene. Ma quale programma? Sarebbe un errore strategico pensare che la costruzione di un’alternativa all’attuale maggioranza possa esaurirsi nella predisposizione di un elenco di proposte contrapposte a quelle dell’attuale maggioranza: una diversa agenda, una più efficace comunicazione politica. Tutto questo è necessario, ma non sufficiente. Se non si affrontano le ragioni profonde per cui la sinistra, non solo in Italia, ha progressivamente perduto consenso, identità e capacità di rappresentare le fratture della società, il rischio è quello di preparare soltanto una nuova ma effimera alternanza di governo, non una vera alternativa politica e culturale, come la storia richiede.

Non occorre ricominciare da capo, ma serve avere il coraggio di una radicale autocritica. La sinistra ha pagato a caro prezzo le proprie scelte. Per troppo tempo ha pensato che la propria credibilità dovesse essere conquistata occupando lo spazio politico dell’avversario, attenuando la propria diversità, assumendo come inevitabili molte delle compatibilità economiche, sociali e istituzionali imposte dal pensiero dominante. Si è cercato di governare la realtà adattandosi a essa, sino a perdere progressivamente la capacità di trasformarla.

È accaduto così che, sull’immigrazione, si siano inseguite le politiche securitarie della destra; che sul terreno economico e sociale si siano accettate le privatizzazioni selvagge, la sacralità del profitto a scapito della precarizzazione del lavoro, la subordinazione dei servizi pubblici alle logiche aziendalistiche. Persino sul piano istituzionale sono state assecondate – anzi spesso promosse – le pulsioni maggioritarie, plebiscitarie e governiste, nella convinzione che la stabilità dell’esecutivo fosse il principale parametro della efficienza di una democrazia. La conseguenza è stata paradossale: nel tentativo di apparire moderata e responsabile, la sinistra ha finito per far venir meno le ragioni della propria esistenza.

Non si può aspettare ancora, è arrivato il momento di ribaltare i tavoli. Non per riproporre nostalgicamente un passato che non può tornare, né per votarsi a una generica radicalità verbale, ma per rispondere a una domanda politica fondamentale, l’unica che da senso all’essere “di sinistra”: come si costruisce una società nella quale l’eguaglianza sociale e le libertà fondamentali non siano solo promesse, ma il criterio effettivo dell’azione pubblica?

Ed è qui che la Costituzione può tornare a essere il punto di partenza. Non come repertorio di principi solenni da celebrare nelle occasioni ufficiali, ma come base per definire un programma politico radicale. Direi il più “rivoluzionario” che la sinistra possa assumere. Proprio perché non propone una trasformazione astratta della società, ma contiene in nuce un progetto di emancipazione che è ancora largamente incompiuto ed è rivolto al futuro.

L’articolo 3, con l’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza, dovrebbe tornare a essere il centro di una politica di trasformazione sociale. E lo stesso vale per l’articolo 2, con il riconoscimento dei diritti inviolabili e dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Entro questa prospettiva potrebbe essere ripensate l’intera azione politica, costruito un programma di radicale trasformazione sociale, una rinascita di civiltà, per superare la barbarie del presente. Rispondendo, da sinistra, alla rabbia e al distacco di un popolo sperduto e confuso; ormai preda di una destra che sta fagocitando il mondo, in mancanza di alternative di civiltà.

Così sarebbe per la questione dell’immigrazione. Alla paura del diverso e alla continua evocazione dell’ordine pubblico deve essere contrapposta una politica fondata sulla dignità della persona e sulla solidarietà. Ciò non significa negare la necessità di regolare i flussi migratori, ma semplicemente ricordare una verità: regolare non significa respingere. Una politica razionale dei flussi non può essere confusa con le politiche di chiusura e di esternalizzazione delle frontiere che, con diverse intensità, hanno caratterizzato i governi degli ultimi anni, compresi quelli di centrosinistra. La dignità non può essere sospesa davanti a una frontiera. La chiusura di strutture degradanti come i CPR non può essere intesa come misura estrema, ma condizione ineludibile e parte integrante di una diversa politica dell’accoglienza, capace di coniugare il governo dei fenomeni migratori con il rispetto incondizionato dei diritti fondamentali.

Lo stesso rovesciamento di prospettiva dovrebbe investire istruzione, lavoro e sanità. Per troppo tempo abbiamo guardato alle strutture prima che alle persone: la scuola e l’università come aziende da rendere efficienti, l’ospedale come organizzazione da razionalizzare, l’impresa come macchina produttiva da rendere competitiva. Ma la Costituzione impone un’altra gerarchia. Al centro devono tornare gli studenti, i lavoratori, i malati, le persone concrete. L’efficienza delle strutture è un mezzo; la garanzia dei diritti fondamentali è il fine.

Anche la contrapposizione artificiale tra diritti sociali e diritti civili deve essere definitivamente superata. La polemica contro la “follia” del “woke”, quando viene utilizzata per contrapporre gli eccessi etici o puramente simbolici nel campo dei diritti civili a scapito dei diritti sociali e la centralità dell’agenda sociale, finisce per riprodurre una falsa alternativa. La Costituzione richiede la massima espansione e la reciproca integrazione di entrambi. Una politica costituzionale consapevole deve tenere insieme diritti civili e sociali.

Infine, occorre avere il coraggio di rimettere in discussione anche il paradigma istituzionale dominante degli ultimi trent’anni. La sinistra ha spesso inseguito l’idea che una democrazia moderna dovesse essere necessariamente una democrazia maggioritaria, nella quale tutto ruota intorno alla stabilità del governo e alla personalizzazione della leadership. Ma la democrazia costituzionale italiana nasce da un’altra idea: quella che si fonda sulla rappresentanza e celebra il pluralismo; che legittima ed esalta il conflitto sociale per poi trovare in Parlamento la sua composizione.

È dunque tempo di riscoprire il Parlamento come luogo nel quale la pluralità sociale diventa pluralità politica e nel quale la ricerca del compromesso non costituisce una patologia della democrazia, ma una sua virtù. Da qui la necessità di tornare a discutere seriamente di una legge elettorale proporzionale, capace di restituire rappresentanza alle diverse articolazioni della società e di sottrarre la politica alla semplificazione artificiale prodotta dal maggioritario.

La vera sfida dell’opposizione, dunque, è quella di ricostruire un’idea di società e di democrazia. Per farlo occorre anche riconoscere che una parte della crisi attuale nasce da una sinistra che ha smesso di interrogarsi sulla propria ragione d’essere. Oggi, per ritrovare la strada perduta può essere utile provare a cercarla proprio là dove troppo spesso si è smesso di guardare: nella Costituzione. Non per creare un altro mito (la Costituzione come mito è di quanto più odioso si possa immaginare), ma per tornare ai suoi principi dimenticati: all’eguaglianza, alla solidarietà, alla dignità, al lavoro, alla rappresentanza e al pluralismo. Significa, soprattutto, tornare a pensare che la politica non debba limitarsi ad amministrare il possibile, ma possa ancora trasformare la realtà.

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