È ritornata alla Camera per l’approvazione definitiva la riforma elettorale (Melonellum) con le modifiche introdotte al Senato sulla base delle quali possiamo considerare il testo ormai definitivo. A differenza di altre riforme elettorali, questa volta c’è stata una tempestiva e forte mobilitazione della società civile iniziata con l’appello “Torniamo alla Costituzione” lanciato l’11 maggio da 158 costituzionalisti, raccolto dalle principali forze di opposizione che hanno respinto in toto la riforma, evitando compromessi pasticciati. L’opposizione della società civile sta organizzando una campagna di resistenza giudiziaria al Melonellum preparando ricorsi da presentare in tutte e 29 le circoscrizioni di Corte d’appello, con l’obiettivo di pervenire in tempi brevi al giudizio della Corte costituzionale, in modo che la pronuncia della Consulta arrivi prima dello scioglimento della Camere. Villone (“Il Fatto Quotidiano” del 18.09.2026) ha messo in evidenza l’astuzia della maggioranza che è ricorsa ad accorgimenti vari per aggirare i paletti posti dalla Consulta con le sentenze 1/14 e 35/17. In primo luogo, l’innalzamento della soglia per accedere al premio di maggioranza dal 40 al 42% e l’autolimitazione del premio di maggioranza abbassando la soglia superiore da 230 deputati a 220. Nel passaggio al Senato, inoltre è stata introdotta per l’elettore la possibilità di esprimere tre preferenze, fermo resto il capolista bloccato, secondo il modello dell’Italicum che sul punto non è stato censurato dalla sentenza n. 35/17.
Questi accorgimenti non cambiano la natura di legge truffa del Melonellum. Il meccanismo del premio di maggioranza con soglie di sbarramento comporta una forte coartazione della libertà del voto perché pone all’elettore il dilemma di scegliere fra rappresentanza e investitura. Questo conflitto è esploso in maniera eclatante in occasione delle elezioni politiche del 13/14 aprile 2008. Con un colpo di genio Veltroni, all’epoca segretario del PD, escluse dalla coalizione che competeva con il centro-destra, tutta l’ala sinistra dello schieramento che aveva sostenuto il Governo Prodi. La lista Arcobaleno, che comprendeva Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi, accreditata nei sondaggi oltre il 6%, ebbe un tracollo ottenendo solo 1.124.298 voti, pari al 3,08%, restando esclusa dal Parlamento. Un esame dei flussi elettorali, realizzato dall’Associazione per il rinnovamento della Sinistra, ha dimostrato che oltre la metà (il 55%) dei voti persi rispetto al 2006 (quando le tre liste avevano ottenuto nel complesso 3.898.394 voti) dalle forze politiche riunite nella sinistra arcobaleno è confluita nel cosiddetto “voto utile”, mentre una quota significativa (18%) ha disertato le urne. Ciò significa che una consistente fetta di elettori ha abbandonato il partito dal quale si sentiva politicamente rappresentata ed ha votato per il partito politicamente meno distante in corsa per il premio di maggioranza, mentre un’altra frangia di elettori, nell’impossibilità di risolvere il dilemma fra rappresentanza o investitura, ha preferito disertare le urne. Analoga situazione si è verificata per i socialisti e l’Unione di centro con la conseguenza che milioni di elettori hanno perso il diritto di essere rappresentati. L’impianto del Melonellum mantiene in piedi questo meccanismo manipolativo ma ciò non basta ad assicurare il successo del centrodestra.
Nel passaggio al Senato è venuto fuori un altro meccanismo truffaldino, fino a ieri inimmaginabile. Si tratta dell’emendamento che – di fatto – impedisce l’ingresso in Parlamento di ogni altra forza politica diversa da quelle già rappresentate, attraverso l’artifizio di quadruplicare (da 1.500 a 6.000) il numero delle firme da raccogliere in ogni circoscrizione per poter presentare una nuova lista. In questa scelta c’è un aspetto contingente fin troppo evidente: quello di impedire la partecipazione alle elezioni di una nuova forza di centro “Progetto civico”, guidata dall’assessore romano Alessandro Onorato, e di Rifondazione comunista, guidata da Maurizio Acerbo, che potrebbero apportare all’alleanza di centrosinistra un contributo determinante per battere la Meloni. L’apporto di questa due nuove formazioni potrebbe mobilitare una quota significativa dell’elettorato perché per l’elettore di centro e per quello di sinistra farebbe venire meno il dilemma della scelta fra investitura e rappresentanza, che per queste forze ebbe un esito catastrofico nelle elezioni del 2008. Chiudere il Parlamento all’ingresso di nuove forze politiche snatura la democrazia e infligge un colpo gravissimo al principio stesso della sovranità popolare. In questo modo si attribuisce ai partiti presenti in Parlamento un privilegio castale, anche se privi di un reale consenso elettorale. Basti pensare alla lista “Noi moderati” che nel 2022 prese alla Camera 254.127 voti (0,90%), meno delle firme che sarebbero necessarie a una nuova forza politica per essere ammessa alle elezioni. In questo modo cambia anche la natura dei partiti presenti in Parlamento perché i gruppi dirigenti diventeranno sempre più oligarchici, potranno più facilmente sbarazzarsi di oppositori o concorrenti interni, per i quali non sarà possibile la via di fuga di presentare nuove liste alle elezioni politiche.
Siamo di fronte a una legge truffa al quadrato. Bisogna farla fallire come fallì la legge truffa, il cui meccanismo manipolatorio non scatto perché alle elezioni del 7 giugno 1953 la coalizione di centrodestra non raggiunse il quorum del 50% per soli 58.000 voti. Anche questa volta c’è la possibilità di far fallire questa nuova legge truffa. La strada è quella di aiutare le formazioni, che Meloni vorrebbe escludere dalla gara elettorale, a raccogliere le firme necessarie per presentare le proprie liste allargando in questo modo la base elettorale dell’Alleanza per la Costituzione che dovrà sconfiggere la Meloni. L’allargamento della base elettorale della coalizione è essenziale per superare la dicotomia fra investitura e rappresentanza e costituisce la chiave di volta che può richiamare al voto quegli elettori che, non sentendosi rappresentati, hanno disertato le urne.
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