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Lo scorso 5 ottobre la Corte d’Appello di Milano ha confermato lo spegnimento coattivo degli altoforni dell’ex Ilva di Taranto. Viene respinta la richiesta di sospensiva presentata da Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia. Nel citare l’articolo 41 della costituzione la Corte dichiara la tutela del diritto alla salute come “comunque prevalente, nel doveroso rispetto dell’interpretazione data in sede comunitaria, oltre che delle stesse previsioni costituzionali di diritto interno”. È l’epilogo di una vicenda durata anni, che ha provocato divisioni laceranti, in uno scontro che ha visto dividersi l’intera comunità tarantina, stretta nella necessità di un lavoro per vivere e nella consapevolezza dei danni ambientali e per la salute, fino al costo della vita, che quello stesso lavoro produce intorno a sé.

Se confermata dal prossimo passaggio in cassazione il 20 ottobre, la fermata, definitiva, dovrà essere completata entro il 28 ottobre 2026. Una chiusura di partita che riguarda l’intera filiera dell’acciaio, fortemente dipendente dai semilavorati provenienti da Taranto.

L’acciaio italiano, nella coazione a ripetere di un percorso fallimentare

L’acciaio è una lega di ferro contenente carbonio in quantità tra lo 0,2 e il 2,1%. Con 1.800 milioni di tonnellate annue prodotte, delle quali 200 milioni europee, rappresenta oltre il 90% dell’intera produzione di metalli raffinati nel mondo. Il processo di produzione è oggi responsabile dell’emissione di 3,7 miliardi di tonnellate di CO₂, una quantità tra il 7 e l’11% delle emissioni globali.

La siderurgia non è un settore come gli altri: è la base di intere filiere industriali, dall’automotive all’energia, dalle infrastrutture alla cantieristica. Rinunciare alla produzione di acciaio significa rinunciare alle radici di quello che caratterizza l’idea stessa di una sovranità industriale.

Travolta dal disastro ambientale indotto dall’impianto, con evidenze che portano la procura di Taranto a ordinare, nel 2012, il sequestro preventivo dell’area a caldo, la famiglia Riva viene estromessa dall’Ilva nel 2013. Il controllo torna allo Stato e la fabbrica è messa in amministrazione controllata. Garantita la produzione con una serie di decreti governativi salva-Ilva parte la ricerca degli acquirenti. L’impianto viene ceduto nel 2018, con tanto di scudo penale a corredo, ad ArcelorMittal, multinazionale che avrebbe dovuto garantire la riconversione ambientale. Il risanamento, oneroso, non viene mai effettuato. Nonostante il rientro dello Stato nel capitale societario (al 38% nel 2021 e al 68% nel 2023, attraverso la finanziaria pubblica Invitalia), le cose non cambiano dal punto di vista ambientale mentre dal punto di vista produttivo si assiste al collasso. La società mista Invitalia-ArcelorMittal prende il nome di Acciaierie d’Italia (ADI). Nel febbraio 2024 il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, su richiesta di Invitalia, estromette ArcelorMittal e dichiara l’amministrazione straordinaria per Acciaierie d’Italia.

Riparte la ricerca di acquirenti privati, in maniera del tutto simile alle precedenti fallimentari ricognizioni, le stesse che hanno portato all’acquisizione e poi all’estromissione di ArcelorMittall. Ricerca ancora in corso: il 15 ottobre prossimo è il termine ultimo per la presentazione delle offerte vincolanti da parte di attori interessati all’acquisizione dei complessi aziendali dell’ex Ilva.

Sul tavolo ci sono diverse proposte. Il gruppo indiano Jindal Steel International ha presentato una proposta vincolante per l’intero perimetro. Manca tuttavia un piano industriale dettagliato, elemento necessario per chiarire le prospettive produttive, gli investimenti previsti e le ricadute occupazionali. Il piano prevede forni elettrici al posto del carbone, ma fino a quando non saranno pronti non sarebbe spenta l’area a caldo di Taranto.

Il fondo statunitense Flacks Group ha presentato un’offerta al prezzo simbolico di 1 euro, con 5 miliardi di euro di investimenti e un impegno a mantenere 8.500 posti di lavoro (rispetto ai circa 10.000 attuali). Flacks chiede però garanzie e un prestito-ponte statale da 500 milioni, dichiarando di non trovare credito bancario per una situazione così compromessa.

Un consorzio composto da Federacciai e 14 aziende siderurgiche italiane ha presentato una manifestazione di interesse per l’acquisizione degli impianti di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi. Tuttavia si tratta di un interesse preliminare e non vincolante, che riguarderebbe principalmente l’area a freddo.

Infine si profila una offerta dal gruppo ceco CE Industries, attivo in diversi settori industriali tra cui l’energia e la difesa, ancora in una fase esplorativa.

Dal 2012 a oggi, l’ex Ilva è passata attraverso due gestioni private fallimentari, una società mista e due amministrazioni straordinarie. Il modello è sempre lo stesso: lo Stato cerca un acquirente privato, il privato non vuole, o non può, o non riesce a gestire lo stabilimento, lo Stato interviene con denaro pubblico per evitare la chiusura, il privato esce, e si ricomincia da capo. Il privato non ha interesse a investire in un sito con costi di bonifica enormi, vincoli ambientali stringenti e una forza lavoro numerosa. Lo Stato, dal canto suo, interviene con centinaia di milioni solo per evitare la chiusura, non per riconvertire. Ogni volta si è promesso che il nuovo acquirente avrebbe investito, riconvertito, salvato i posti di lavoro. Ogni volta il risultato è stato un ennesimo esborso di denaro pubblico e un ulteriore passaggio nella lenta agonia dello stabilimento.

Le condizioni per una sopravvivenza ancora possibile

Per sopravvivere, l’ex Ilva di Taranto deve rispondere a necessità ecologiche e tecniche, nonché costruire una prospettiva che tenga conto dell’evolversi del quadro normativo europeo nonché delle crisi in corso, che hanno conseguenze rilevanti sui costi dell’energia.

Le necessità ecologiche: l’idrogeno verde per produrre acciaio

La sentenza di Milano è chiara: la salute dei cittadini di Taranto non è negoziabile. L’area a caldo, fatta di altoforni e cokerie, e di parchi minerali che spargono polvere rossa che entra nei polmoni, è incompatibile con la tutela della salute e dell’ambiente. Al di là di cosa deciderà la Cassazione nei ricorsi, la riconversione è un obbligo costituzionale.

Uno studio dell’Università di Bari, presentato in un convegno organizzato da Legambiente, dimostra che l’utilizzo di idrogeno verde (idrogeno prodotto da fonti rinnovabili) nella produzione di acciaio a Taranto ridurrebbe le emissioni di CO₂ tra il 75% e il 90%. Il cambio delle tecnologie produttive metterebbe finalmente fine all’esposizione del territorio a polveri e inquinanti nocivi. La perdita di posti di lavoro nelle cokerie sarebbe compensata dalla creazione di lavoro nella produzione di idrogeno, nel riciclo dell’acciaio e nella costruzione degli impianti necessari a produrre il materiale necessario per alimentare i nuovi forni elettrici. L’utilizzo dell’idrogeno verde non solo risponderebbe a una necessità ormai ineludibile di abbattimento drastico dell’inquinamento, ma risponderebbe anche alle stringenti necessità normative europee. Armonizzare ambiente e lavoro è semplicemente la condizione ineludibile di sopravvivenza della siderurgia italiana.

Le necessità tecniche: il materiale di partenza, il gas naturale e i vincoli europei

Ambientalizzare una acciaieria significa cambiare l’intero processo produttivo, eliminando il tradizionale altoforno (è possibile avere una visione più approfondita qui). Il processo di produzione alternativo prevede l’utilizzo di forni elettrici (EAF, Electric Arc Furnace), nei quali viene inserito un materiale pretrattato, il ferro preridotto (DRI, Direct Reduced Iron) eventualmente anche con aggiunta di quantità variabili di rottami di recupero. Per ottenere il DRI è necessario sottrarre l’ossigeno al minerale di partenza, facendolo reagire a 800-1000°C con una miscela gassosa reagente, ottenuta dal metano. La miscela gassosa contiene idrogeno e, in prospettiva, può essere sostituita completamente da idrogeno “verde”, ottenuto dall’acqua per elettrolisi alimentata da fonti di energia rinnovabile.

Unita a una corretta implementazione delle infrastrutture accessorie, la filiera produttiva descritta (DRI+EAF) è in grado di abbattere le nocività ambientali sul territorio e ripristinare il diritto alla salute dei cittadini di Taranto. Pur non volendo considerare gli aspetti economici correlati all’utilizzo del gas, comunque rilevanti data la continua corsa verso l’alto dei prezzi dovuta alle tensioni geopolitiche in corso, la soluzione alimentata a gas naturale non è sufficiente per rispettare gli obiettivi europei di lungo periodo, date le emissioni residue di 500-600 kg di CO₂ per tonnellata di acciaio prodotto (contro le circa 1,5 tonnellate del ciclo altoforno). Il pacchetto europeo sul commercio delle emissioni climalteranti (ETS, Emission Trading System), nel quale è prevista la fine delle quote di emissione gratuite, sebbene in discussione per uno slittamento al 2038, rende l’utilizzo del gas naturale una soluzione inevitabilmente transitoria. Una visione prospettica richiede necessariamente l’utilizzo dell’idrogeno, idrogeno verde, prodotto da fonti di energia rinnovabili. La tecnologia in grado di utilizzare il solo idrogeno verde è già matura e adottata in Europa, con progetti in via di attuazione e operativi in Svezia, Spagna e Germania. DRI a idrogeno verde elimina alla radice sia le problematiche dovute alle emissioni di CO2 così come la dipendenza dal gas naturale e dal suo prezzo.

L’idrogeno verde, prodotto da elettrolisi alimentata da energia rinnovabile, ha un costo che dipende dalla capacità di generazione rinnovabile installata. Il costo dell’idrogeno rinnovabile è ancora elevato (si mantiene oggi tra 7 e 12 €/kg) ma è destinato a scendere con la scala e con il calo dei costi degli elettrolizzatori. Prodotto da fonti rinnovabili, l’idrogeno verde è materia prima il cui prezzo non dipende da un’instabilità geopolitica. In altri termini, la transizione verde non è un obbligo ambientale “ideologico” come molte forze politiche europee indicano, ma è una reale strategia di sicurezza energetica. Vista in questa ottica, la scelta per Taranto è tra dipendenza e sovranità. Ed è qui che la vicenda ex Ilva si incrocia con la faticosissima transizione energetica italiana.

Il nodo infrastrutturale: come produrre l’energia necessaria

Per alimentare un impianto DRI da 2 milioni di tonnellate/anno (l’equivalente del solo altoforno 2 di Taranto) con idrogeno verde, si può valutare che servano circa 7-8 TWh di energia rinnovabile e 1,1-1,3 GW di potenza di elettrolisi. Per l’intero impianto siderurgico la valutazione si triplica. I progetti attuali a Taranto, H2-4D-PugliaValley (400 MW di produzione di idrogeno, avvio 2027) e IT49 (100 MW di idrogeno, operativo 2028), a regime sarebbero in grado di coprire una frazione minima del fabbisogno per un singolo impianto DRI a piena capacità. Serve un piano di espansione che porti velocemente la capacità elettrolitica a Taranto almeno a 1,5-2 GW, per poi arrivare a regime 3,5-4 GW per coprire l’intero impianto. Tale capacità dovrà essere necessariamente alimentata da eolico offshore e fotovoltaico dedicati.

Nella situazione attuale l’eolico offshore galleggiante non sarà operativo prima del 2034, data per la quale è previsto in funzione il progetto Barium Bay (1.110 MW). Fino ad allora, gli elettrolizzatori dovranno essere alimentati dalla rete elettrica, con piani di acquisto di energia da fonti rinnovabili già esistenti. Questo significa che nella fase iniziale l’idrogeno sarà “verde” solo in parte, se l’energia proviene dalla rete. Serve una programmazione parallela: elettrolizzatori alimentati da rinnovabili dedicate mentre si attende l’eolico.

La necessità di transizione completa all’idrogeno verde si colloca tra il 2035 e il 2038, in linea con il phase-out del commercio delle emissioni ETS. Servono scelte immediate, quali vincolare i fondi di coesione alla riconversione di Taranto, ricapitalizzare il progetto DRI Italia, costruire la filiera DRI-H2 con eolico offshore ed elettrolizzatori. Senza queste scelte, l’Ilva, ammesso che venga correttamente eseguita la sua riconversione a DRI, resterà prigioniera del gas per decenni (o peggio, da DRI importato), fino a diventare definitivamente fuori mercato.

La necessità di un intervento diretto dello Stato

Quanto è costato finora mantenere in vita l’ex Ilva dal 2012 a oggi? Le stime variano, ma convergono su una cifra che si aggira tra i 4 e i 5 miliardi di euro.

Secondo il Corriere della Sera, dal 2012 a oggi l’impianto siderurgico è costato allo Stato quattro miliardi di euro. Il Sole 24 Ore ha parlato di 3,6 miliardi di euro tra decreti salva-Ilva e interventi straordinari. Milena Gabanelli, sul Corriere, ha documentato che allo stato attuale l’ex Ilva ogni giorno apre i battenti per perdere non meno di un milione di euro, e nelle stime più ottimistiche la perdita mensile si aggira sui 40 milioni di euro. Secondo La Stampa, infine, fino ad oggi l’ex Ilva ci è costata dal 2012 5 miliardi di euro. Al di là dei numeri, è innegabile che ogni anno lo Stato paghi centinaia di milioni di euro per non chiudere, mentre i problemi dell’acciaieria rimangono tal quali, se non peggiorati.

Quanto servirebbe per una riconversione seria? Per sostituire un singolo altoforno – che produceva circa 2 milioni di tonnellate di acciaio l’anno – con un impianto DRI e un forno elettrico di pari capacità, servono circa 2-2,5 miliardi di euro. Un impianto DRI da 2 milioni di tonnellate costa circa 1,1 miliardi; un forno elettrico (EAF) da 2 milioni di tonnellate costa circa 1,3 miliardi. Per portare l’intero stabilimento a 4 milioni di tonnellate, Flacks Group stima 5 miliardi di investimento complessivo; per una riconversione integrale a 5-6 milioni di tonnellate si arriva a 8-9 miliardi. Lo Stato ha già speso 4 miliardi in 14 anni per gestire la decadenza. Con 2-2,5 miliardi aggiuntivi per ogni altoforno riconvertito, potrebbe completare la transizione e restituire a Taranto un’acciaieria competitiva e decarbonizzata.

È in questa direzione che può ripartire efficacemente una nuova missione pubblica, nella direzione di una produzione di acciaio finalmente non nociva. Sulla linea ben indicata da Massimo Florio, nel suo Il capitale contro lo Stato (Feltrinelli, 2026), l’intervento diretto dello Stato non sarebbe assistenza pubblica a lavoratori altrimenti licenziati o a imprese che prendono e scappano, come è stato nei fatti fino ad oggi, ma investimento produttivo. Uno Stato che diventa capace di “creare imprese a missione pubblica, promuovendo un’economia dei beni comuni e interagendo con comunità di cittadini consapevoli della propria condizione”. In questa logica la rinazionalizzazione non è un ritorno al passato, ma l’unico strumento per sottrarre Taranto all’acquirente di turno, in grado di massimizzare il profitto a scapito di ambiente e occupazione, per poi alla fine fuggire lasciando i problemi inalterati, quando non peggiorati.

Un Paese ancora troppo fossile

La transizione dell’ex Ilva verso l’idrogeno verde si scontra anche, e in maniera sostanziale, con gli orientamenti fortemente fossili che permeano da sempre l’intero sistema energetico italiano.

L’idrogeno e i tagli al Pnrr

Il Pnrr italiano aveva destinato inizialmente circa 3,64 miliardi di euro a sei linee legate all’idrogeno. Dopo le revisioni ne restano circa 1,5 miliardi, compresi 90 milioni aggiuntivi provenienti da REPowerEU: 2,14 miliardi in meno, quasi il 59%.

Come certificato dalla settima Relazione sullo stato di attuazione del PNRR il taglio maggiore riguarda proprio l’industria. L’investimento per i settori hard-to-abate, partito con 2 miliardi, è stato azzerato, e dal Piano è scomparso anche il target finale che prevedeva l’introduzione dell’idrogeno in almeno uno stabilimento industriale. PNRR prevedeva un impianto di produzione del materiale pre-ridotto, con un finanziamento da un miliardo di euro. Il progetto è ora uscito dagli obiettivi PNRR perché i tempi di realizzazione avrebbero superato giugno 2026. Il finanziamento è stato successivamente ridotto, con risorse residue trasferite dal Mase al Mimit e non più vincolate a Taranto. La relazione illustrativa indica 826 milioni residui, quella tecnica 726 milioni, una incongruenza nelle somme che comunque appare confermare la prevalenza della volontà di definanziamento rispetto alle altre necessità. In sintesi: la misura per l’idrogeno nell’acciaio è stata definanziata, e con essa è scomparso l’unico progetto pubblico di DRI a Taranto. Un forte indizio, se non la prova, che la transizione industriale nella produzione di acciaio è stata sacrificata sull’altare di altre priorità.

La struttura del potere energetico italiano

Il paese ha affidato la propria politica energetica a ENI, società nelle mani permanenti di Claudio Descalzi. Quinto mandato consecutivo come amministratore delegato, un record che ne fa una sorta di “monarca assoluto dell’oil&gas”. ENI è partecipata al 30% dallo Stato, che sembra solo preoccuparsi di intascare il dividendo legato alle attività estrattive. Nei primi quattro mesi del 2026 ENI ha realizzato nuove scoperte di giacimenti per un miliardo di barili equivalenti, e la stragrande maggioranza degli investimenti nel piano industriale 2026-2030 continuerà ad andare al core business fossile.

Descalzi ha indicato la fusione nucleare come orizzonte, una tecnologia che, al di là delle mirabolanti promesse, da sempre “sarà pronta tra 50 anni”. Una fusione nucleare al di la da venire, che ben serve a coprire la continuità delle non-politiche climatiche della sua azienda. La politica energetica del Governo è quella decisa da ENI. Non esiste un ministero dell’Energia autonomo: esiste un amministratore delegato che, per longevità e potere di veto, esercita di fatto quella funzione. E lo fa nell’interesse del suo core business: fossili, non decarbonizzazione. Se la politica energetica è ENI, e ENI guadagna dal gas e dal petrolio, l’idrogeno verde non sarà mai una priorità. I tagli al PNRR diventano semplicemente la conseguenza logica di questa struttura: perché finanziare elettrolizzatori e DRI a idrogeno se il principale attore energetico del paese non ci crede e preferisce il gas naturale?

Una scelta non più rimandabile

Al di là della prossima decisione della Cassazione, la sentenza di Milano stabilisce un principio stringente: non si può prescindere da quanto di nocivo a Taranto venga prodotto sull’ambiente e la salute. L’area a caldo dell’ex Ilva dovrà necessariamente chiudere. Ma la chiusura prima o poi obbligata può anche dare avvio a un nuovo inizio.

Lo Stato ha già speso 4 miliardi in 14 anni per gestire la decadenza. Con 2-2,5 miliardi in più per ogni altoforno riconvertito, potrebbe completare la transizione e restituire a Taranto un’acciaieria competitiva e decarbonizzata.

La scelta è tra due modelli. Il primo: un’ennesima svendita a un qualche acquirente privato che gestirà la decadenza nell’interesse del proprio bilancio, con lo Stato che continuerà a pagare per non chiudere. Il secondo: un intervento pubblico diretto, una missione pubblica che costruisca la filiera DRI-H2 con eolico offshore ed elettrolizzatori, sottraendo la siderurgia alla logica a breve termine dell’acquirente di turno.

Una scelta non di assistenza, ma di investimento produttivo. Non gestione della decadenza, ma costruzione del futuro. L’ex Ilva e Taranto non hanno bisogno di un altro proprietario. Hanno bisogno di uno Stato che torni a fare il suo mestiere.

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