Democrazia, Internazionale, Politica, Temi, Interventi

Traduzione dal portoghese di Nunzio Alì (Università di Catania).

Domenica scorsa, 4 ottobre, le brasiliane e i brasiliani si sono recati alle urne per eleggere il Presidente della Repubblica, i governatori dei 26 Stati e del Distretto Federale, due senatori per ciascuna unità della Federazione e i rappresentanti delle assemblee legislative federale e statali. Il risultato di questo primo turno delle elezioni generali mostra una significativa vittoria dell’estrema destra e del movimento bolsonarista. Flávio Bolsonaro (Partito Liberale – PL) si è classificato al primo posto nella competizione presidenziale, e affronterà al secondo turno l’attuale presidente Luiz Inácio Lula da Silva (Partido dos Trabalhadores – PT), mentre il suo partito ha ottenuto i gruppi parlamentari più numerosi alla Camera dei Deputati, al Senato e nelle Assemblee Legislative, conquistando inoltre il maggior numero di governi statali tra quelli già assegnati.

Questo risultato rappresenta non soltanto un consolidamento dell’estrema destra e del bolsonarismo, ma anche un’espansione della loro rappresentanza elettorale a tutti i livelli. Nella competizione presidenziale, Flávio Bolsonaro ha ottenuto il 47% dei voti validi, contro il 45% di Lula (PT). Alla Camera dei Deputati, il PL ha eletto 121 rappresentanti, il 22% in più rispetto al 2022, formando il gruppo parlamentare più numeroso dal 1986. Nelle Assemblee Legislative e nella Camera Legislativa del Distretto Federale, il numero ha raggiunto 212 deputati statali e distrettuali; anche in questo caso, il dato più alto tra tutti i partiti, con una crescita del 64% rispetto ai 129 eletti quattro anni prima. Al Senato, dei 54 seggi in palio, il PL ne ha conquistati 19, arrivando così a detenere 28 degli 81 seggi complessivi e diventando il gruppo più numeroso della Camera alta. Nei governi statali, il PL ha vinto in cinque Stati, ma, considerando anche i candidati alleati di Flávio Bolsonaro, il numero sale a dieci e comprende i due maggiori collegi elettorali del paese, São Paulo e Minas Gerais.

La crescita del PL non ha corrisposto a un’analoga contrazione della sinistra, bensì si è verificata soprattutto in parallelo alla riduzione dello spazio occupato dal centro. Alla Camera, il Partito dei Lavoratori (PT) è passato da 65 a 70 deputati, mentre la sinistra nel suo complesso è rimasta sostanzialmente stabile: dai 127 seggi del 2022 ai 124 del 2026. Il centro, invece, è sceso da 127 a 86 deputati, mentre la destra è passata da 259 a 303, pari a quasi il 60% dei 513 seggi della Camera.

Questo potrebbe essere il quadro di un’elezione ordinaria, espressione della forza storica del conservatorismo nella politica brasiliana. Anche durante il periodo di predominio del PT alle elezioni presidenziali, i partiti di destra e di centrodestra hanno mantenuto una forte rappresentanza nelle altre cariche e a diversi livelli del governo. La novità, dunque, non risiede semplicemente nella forza elettorale della destra, bensì nella natura della destra che si sta espandendo. In questo senso, il Brasile non costituisce un’eccezione, ma si inserisce in un processo più ampio di crescita e di normalizzazione elettorale dell’estrema destra, osservabile in diverse democrazie negli ultimi decenni.

Che cosa rende, allora, problematiche le elezioni del 2026? In primo luogo, la crescita dell’estrema destra avviene dopo le condanne relative al tentativo di colpo di Stato e agli attacchi dell’8 gennaio 2023 al Congresso, cui ha fatto seguito la condanna dell’ex presidente Jair Bolsonaro a 27 anni e 3 mesi di reclusione, confermata in via definitiva dal Supremo Tribunal Federal (STF). L’espansione elettorale dell’estrema destra, anche dopo questi avvenimenti, dimostra che la rottura con l’ordine democratico non ha costituito un ostacolo all’ampliamento del sostegno a quest’area politica. Più ancora, essa consolida, sul piano elettorale, un movimento che contesta la democrazia persino nel suo significato minimo: il rispetto del risultato delle elezioni.

In secondo luogo, la contestazione delle istituzioni democratiche è stata esplicitamente incorporata nella stessa agenda elettorale dell’estrema destra. Lo scontro con il Supremo Tribunal Federal è stato uno dei temi principali del programma di governo di Flávio Bolsonaro. La competizione per il Senato, a sua volta, è stata considerata strategica dal bolsonarismo, con l’obiettivo dichiarato di ampliare la propria rappresentanza nella camera competente a esaminare e giudicare le richieste di impeachment nei confronti dei giudici del Supremo Tribunal. È in questo contesto che si inserisce la dichiarazione di Flávio Bolsonaro secondo cui, qualora fosse eletto, concederà l’indulto al padre, Jair Bolsonaro, e alle persone condannate per gli attacchi al Congresso del 2023. Le elezioni del 2026 mostrano così come l’indebolimento o la trasformazione delle istituzioni che fungono da contrappeso al potere delle maggioranze politiche possa diventare parte di un programma elettorale.

In terzo luogo, diversamente dalle interpretazioni che hanno descritto il bolsonarismo come un fenomeno prevalentemente digitale e scarsamente istituzionalizzato, i risultati del 2026 indicano una sua crescente istituzionalizzazione partitica. L’espansione del PL mostra un ricorso efficace agli strumenti tradizionali dell’organizzazione partitica, come le strutture territoriali, gli organi di partito e le risorse finanziarie, con cui amplia la propria presenza capillare in tutto il territorio nazionale.

In quarto luogo, l’espansione dell’estrema destra avviene anche attraverso una riorganizzazione dello stesso campo della destra. La crescita del PL è stata accompagnata dalla perdita di spazio dei partiti di centro e della destra tradizionale, concentrando attorno al bolsonarismo una quota sempre maggiore della rappresentanza conservatrice. Più che una radicalizzazione di due poli in direzioni opposte, i risultati suggeriscono dunque uno spostamento dello stesso asse della competizione politica verso l’estrema destra, con una conseguente riduzione dello spazio disponibile per le alternative politiche.

Infine, i risultati mostrano la vitalità del bolsonarismo anche con Jair Bolsonaro in carcere, ineleggibile e fuori dalla competizione elettorale. Flávio Bolsonaro non si è limitato a raccogliere la candidatura del padre, ma ne ha migliorato il risultato: ha ottenuto il 47% dei voti validi al primo turno, contro il 43,2% conquistato da Jair Bolsonaro nel 2022. Il contrasto con la sinistra è significativo. Nel 2018, quando a Lula fu impedito di candidarsi a seguito di una sentenza poi annullata per mancanza di imparzialità del giudice Sergio Moro, e venne sostituito da Fernando Haddad (PT), il suo successore ottenne il 29,3% dei voti al primo turno. Sebbene i contesti siano differenti, il confronto mette in luce una differenza importante nella capacità di successione delle due principali forze politiche del paese: mentre nel 2026 il bolsonarismo ha dimostrato di essere in grado di preservare e persino ampliare la propria forza elettorale anche senza Bolsonaro come candidato, la sinistra rimane fortemente dipendente dalla leadership personale di Lula e non ha ancora dimostrato un’analoga capacità di trasferire il consenso elettorale a un successore.

Che cosa potrebbe spiegare, dunque, questi risultati? Il Brasile partecipa a un processo internazionale di crescita dell’estrema destra, associato, tra gli altri fattori, alle trasformazioni del capitalismo contemporaneo e alle crisi di rappresentanza delle democrazie liberali. Vi sono, tuttavia, alcuni elementi specifici della congiuntura elettorale brasiliana del 2026 che aiutano a comprendere i risultati delle urne.

Il primo riguarda la difficoltà del Governo Lula nel trasformare risultati economici favorevoli in una percezione diffusa di benessere e in consenso politico. Il paese è arrivato alle elezioni con indicatori positivi in materia di occupazione e reddito, ma, negli ultimi sondaggi precedenti al primo turno, le valutazioni negative del Governo continuavano a superare quelle positive. Parte di questa distanza può essere ricondotta alla differenza tra gli indicatori aggregati e l’esperienza quotidiana degli elettori. Il prezzo dei generi alimentari, in particolare, è rimasto un punto di vulnerabilità ed è stato sistematicamente sfruttato dalla campagna elettorale di Flávio Bolsonaro.

A questa difficoltà si è aggiunta un’asimmetria nella comunicazione delle due candidature. Mentre Flávio Bolsonaro ha concentrato il proprio messaggio su un problema concreto e immediatamente percepibile dagli elettori, in particolare il prezzo dei generi alimentari, Lula ha privilegiato temi quali l’eredità dei suoi governi, la difesa della democrazia, la sovranità nazionale e lo sfruttamento delle terre rare: questioni rilevanti, ma meno direttamente connesse all’esperienza quotidiana della popolazione. La competizione si è inoltre svolta in un ambiente digitale nel quale l’estrema destra brasiliana ha costruito, nel corso degli ultimi anni, una forte presenza e capacità di mobilitazione e in cui la logica algoritmica delle piattaforme può favorire la circolazione e l’amplificazione dei contenuti provenienti da questo campo politico. Alcune delle iniziative governative di maggiore impatto immediato, come l’aumento del Bolsa Família, il divieto delle scommesse online e l’offerta gratuita di farmaci iniettabili per la perdita di peso attraverso il Sistema Único de Saúde (SUS), sono arrivate soltanto nella fase finale della campagna.

Gli avvenimenti che hanno attraversato la campagna elettorale sembrano inoltre aver prodotto effetti diseguali sulle candidature, in parte perché hanno inciso su basi elettorali relativamente stabili. Lula e il bolsonarismo dispongono di nuclei di sostegno relativamente consolidati, vicini a un terzo dell’elettorato ciascuno, ma caratterizzati da profili sociali differenti. La base di Lula rimane più forte tra gli elettori con redditi più bassi e livelli di istruzione inferiori, mentre il bolsonarismo trova maggiore sostegno tra gli elettori con redditi più elevati e livelli di istruzione più alti. L’esistenza di questi nuclei riduce la capacità degli eventi della campagna elettorale di produrre grandi spostamenti tra i due schieramenti. I loro effetti dipendono, dunque, soprattutto dalla capacità di mobilitare gli elettori volatili o indecisi e di collegarsi ai temi rilevanti per questo segmento dell’elettorato.

Il caso del Banco Master è esemplificativo. Lo scandalo ha coinvolto politici di destra e di centro e ha interessato Flávio Bolsonaro per i suoi rapporti con Daniel Vorcaro, presidente e principale azionista della banca. I suoi sviluppi, tuttavia, hanno coinvolto anche il Supremo Tribunal Federal (STF) e il giudice Alexandre de Moraes, figura centrale nei procedimenti che hanno portato alla condanna di Jair Bolsonaro e uno dei principali bersagli del bolsonarismo. Il caso è così entrato in relazione con una questione che già mobilitava una parte importante dell’elettorato: la valutazione del potere giudiziario e, in particolare, del STF. In un momento di deterioramento dell’immagine pubblica della Corte, gli sviluppi del caso hanno finito per convergere su un tema che già occupava uno spazio importante nella campagna di Flávio Bolsonaro: la richiesta di cambiamenti nel sistema giudiziario.

Anche la geografia del voto è rimasta relativamente stabile rispetto al 2022, pur con alcuni cambiamenti. Lula ha mantenuto la propria forza nel Nordest, mentre Flávio Bolsonaro ha prevalso nelle regioni Sud, Sudest, Centro-Ovest e Nord. Soltanto tre unità della Federazione hanno cambiato vincitore: Minas Gerais e Tocantins, dove Lula aveva vinto nel 2022, hanno dato la maggioranza a Flávio Bolsonaro, mentre l’Amapá ha compiuto il movimento inverso. Allo stesso tempo, Lula ha perso quote di voti validi in 25 delle 27 unità della Federazione, compresi tutti gli Stati del Nordest. A livello municipale, lo spostamento è stato ancora più significativo: Flávio Bolsonaro ha vinto in 714 comuni che nel 2022 avevano dato la maggioranza a Lula, mentre Lula non ha conquistato nessun comune precedentemente vinto da Jair Bolsonaro.

Infine, la stessa configurazione dell’offerta elettorale sembra aver favorito, nella fase finale della campagna, un movimento asimmetrico del voto utile. Lula è arrivato agli ultimi giorni della campagna relativamente stabile nei sondaggi, mentre Flávio Bolsonaro disponeva ancora di margini di crescita tra gli elettori delle altre candidature, collocate prevalentemente a destra.

Tutti questi fattori sembrano aver contribuito a portare il bolsonarismo al primo posto nel primo turno.

Le prospettive per il secondo turno non sono né semplici né particolarmente incoraggianti per Lula. Il divario di oltre 2,2 milioni di voti registrato al primo turno potrebbe aumentare anche soltanto attraverso la redistribuzione dei voti ottenuti dalle principali candidature eliminate, senza considerare eventuali variazioni nell’affluenza alle urne. Se le attuali proiezioni sul trasferimento dei voti degli altri candidati venissero confermate, il vantaggio di Flávio Bolsonaro salirebbe a circa 4,5 milioni di voti, anche senza ulteriore crescita del suo consenso. A questa dinamica potrebbe inoltre aggiungersi un qualche “effetto vittoria”, prodotto sia dall’essere arrivato in testa al primo turno, sia dal risultato ottenuto dal PL e dai suoi alleati nelle altre competizioni elettorali.

Ma in politica tutto è possibile, e la partita, elettorale e per la democrazia, rimane aperta.

*Nara Salles è Professoressa in Scienze Politiche all’Universidade Estadual de Campinas (Unicamp), Brasile.

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