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Non solo il capitale si presenta come una immane raccolta di merci, ma dalle vetrine, diceva Marx, le offerte più accattivanti per farsi notare, con una civettuola complicità, ti fanno l’occhiolino perché vogliono indurti in tentazione. Nel cellulare, che è la finestra principale dello stare nel mondo, è ormai diventata un’impresa proibitiva quella di muoversi tra inserzioni pubblicitarie infinite e ovunque infiltrate. Con una imposizione irresistibile a essere guardate, inondano ogni contenuto informativo, che intendi penetrare. La parola, che vanamente insegui cliccando, è affogata nelle trappole del prodotto commerciale, che in assetto imperiale resiste a ogni volontà di saltarlo per andare diritti alla frase.

Quando tutto ciò che ti circonda è ridotto sempre più sfacciatamente a merce, il denaro è la sola grammatica che ti consente di decifrare il linguaggio delle cose e afferrare il senso dei rapporti. Dopo aver delocalizzato la produzione in Asia per occultare il soggetto del rapporto di produzione, la città si presenta ovunque solo come un infinito non-luogo del consumo. Esaurita la fase per cui la ristrettezza del salario veniva surrogata dalle agenzie del prestito facile, arduo è diventata l’impresa di trovare il mediatore tra le tue disponibilità effettive e il desiderio di beni, in ogni istante stuzzicato dai cinici esperti in marketing, che vendono prodotti e servizi come pregiudizievole condizione del riconoscimento.

La rivolta, nelle sue forme più antiche di saccheggio, si insinua nella ampia voragine che si apre tra i simboli onnipresenti del consumo, una sorta di cartesiana attestazione di Essere nel mondo, e le tasche condannate alla ristrettezza della vita precaria, quale vincolo invalicabile dell’Avere che solo ti rende soggetto. Con le tecnologie tipiche della iper-modernità, giovani e adolescenti si danno appuntamento nelle strade della metropoli perché sedotti dall’occhiolino del capitale, che ti induce a barcamenarti tra il non avere niente e il volere tutto. Gli strumenti social della mobilitazione sono l’unico legame immateriale che si percepisce tra la vetrina che ti manda fuori di testa e il poliziotto che ti assesta un bel colpo per dare ordine alla ribollente capoccia.

Non è un caso che proprio la città più europea venga coinvolta in una delle manifestazioni di rabbia incendiaria che da tempo caratterizzano le insorgenze violente in metropoli di Francia o d’Inghilterra. Nulla ha insegnato il fuoco che da anni provoca nubi di fumo nel cuore di Parigi. Eppure quelle periferie, che occupano il centro e forzando gli sbarramenti distruggono i simboli della ricchezza, scandiscono il de te fabula narratur delle inquietudini dei tempi attuali. Minorenni dalla pelle più scura, senza le reti di protezioni dei coetanei italiani (pensioni, case di proprietà), mettono in piazza la loro condizione esistenziale che nel tempo qui e ora percepibile pare priva di scampo: una sequenza di privazione, esclusione, ghettizzazione.

Li chiamano “maranza” per imprimere anche un marchio etnico alla loro disobbedienza, che viene scrutata dai militari, attenti a cogliere l’accoppiata micidiale tra le scarpe da ginnastica e un viso più olivastro, per comminare il fermo preventivo. La politica si occupa di loro solo come oggetto della fabbrica inesauribile del diritto penale. L’aggiornamento del catalogo dei reati è la sola risposta che i governi sanno fornire con velocità disarmante a devianze, inquietudini, proteste. Con la distruzione delle vetrine del lusso, con le scorribande nelle librerie, per una volta i loro volti, seppure coperti, diventano visibili. Fanno cioè notizia, entrano nell’agenda e con il vandalismo senza ragione producono allarme sociale. Distruggere per distruggere, diventa una scelta nichilistica che però dà un minimo risultato.

La rottura di oggetti e la profanazione di simboli in una violenza che non ha un senso, è appunto il senso di una pratica di rifiuto per il rifiuto. La condizione sociale che lega etnie, esperienze, territori è solo quella della estraneità che produce un gran timore nei benpensanti ceti medi pronti alla predica sulla bella civiltà delle buone maniere. Per questi minori senza storia, futuro, memorie e identità la società reale ha però una fisionomia ben precisa: il consumo, che è per loro inarrivabile, e la polizia, che li colpisce quando cercano di afferrare beni furtivamente. È anzitutto una rivolta per il consumo offerto in ogni istante come orizzonte di vita e poi negato per la intransitabile condizione sociale, la loro azione vandalica. Non sono i produttori che rivendicano la restituzione del loro prodotto sociale. Sono schiere di consumatori mancati che pretendono accesso a beni che, visti da vicino, ancor più seducono, illudono, evocano.

Il feticismo del mondo delle merci, guardato con gli occhi del consumatore su cui per giunta grava il macigno di una infirmitas etnica, scatena rancore, volontà di spezzare ogni cosa. A scuola peraltro sono considerati per legge una pura percentuale, da non valicare. Con il tetto di presenza nelle classi, il Governo intende rimarcare che, proprio per via della loro la pelle, ai “maranza” e corpi affini compete il marchio di non appartenenza.

Tra la follia del capitale che corre verso il nulla e il fuoco della strada ribelle, manca la politica che ha ben poco da dire se non recupera il filo perduto di una critica radicale di tutto ciò che esiste.

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Un commento a “La rivolta nel mondo delle merci e del consumo”

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