Cultura, Democrazia, Politica, Temi, Interventi

Alcune figure della storia repubblicana rischiano di essere tanto più dimenticate quanto più vengono celebrate. Da questo paradosso prende le mosse Umberto Terracini. Primo fra pari, volume curato da David Tozzo (Mimesis, 2026) che raccoglie gli atti del convegno tenutosi l’11 dicembre 2025 nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, in occasione del centotrentesimo anniversario della nascita del presidente dell’Assemblea Costituente. Il libro si colloca nel ciclo di iniziative dedicate da Sinistra Italiana-Alleanza Verdi e Sinistra ai protagonisti della propria tradizione politica, dopo quelle su Berlinguer, Langer e Ingrao. La sua peculiarità consiste nel chiamare a confrontarsi su Terracini sei ex presidenti delle Camere: Luciano Violante, Pier Ferdinando Casini, Fausto Bertinotti e Pietro Grasso, presenti all’incontro, cui si aggiungono i contributi scritti di Laura Boldrini e Roberto Fico. Al saluto di Peppe De Cristofaro e alla relazione introduttiva di Tozzo seguono i loro interventi, mentre a Nichi Vendola sono affidate le conclusioni. Ne deriva una struttura inevitabilmente polifonica, nella quale alla ricostruzione del profilo politico e istituzionale del leader comunista si sovrappone di continuo una riflessione sull’esperienza concreta della presidenza e, più in generale, sullo stato della democrazia parlamentare italiana.

Il Terracini che traspare dalle diverse testimonianze è anzitutto un uomo difficilmente riconducibile all’ortodossia, secondo la formula dell’«eretico disciplinato» ripresa da Violante. Tra i fondatori del PCd’I, antifascista condannato a una lunghissima detenzione e poi inviato al confino, egli fu partecipe delle vicende del comunismo novecentesco, conservando una singolare autonomia intellettuale: dalla critica alla teoria del «socialfascismo» all’opposizione al patto Molotov-Ribbentrop, fino alle successive divergenze sul compromesso storico e su altri passaggi cruciali dell’Italia repubblicana. La sua eterodossia, però, non si tradusse mai nel rifiuto dell’appartenenza politica, neppure dopo l’espulsione, ma si esercitò costantemente sul crinale fra lealtà verso il partito e libertà di giudizio. In altre parole, Terracini non può essere ritenuto un dissidente per vocazione e ancor meno un antesignano delle ragioni dell’anticomunismo, bensì un dirigente che concepiva il dissenso quale esercizio di responsabilità all’interno di una comunità politica.

Una simile attitudine trova la sua espressione più alta nell’esperienza della Costituente. Lo stesso titolo, Primo fra pari, rinvia infatti a un modello di presidenza irriducibile tanto alla neutralità burocratica quanto all’esercizio gerarchico dell’autorità. Politicamente schierato e insieme garante scrupoloso della dialettica assembleare, egli traeva la sua autorevolezza, come ricordano più relatori, non dalla rinuncia alle proprie convinzioni, ma dalla capacità di tenerle distinte dai doveri di imparzialità che tale carica impone. In ciò risiede probabilmente il suo lascito più fecondo: la possibilità di essere «di parte» senza trasformare l’istituzione in uno strumento della parte.

L’altro soggetto che prende forma nelle pagine di una breve ma densa raccolta è naturalmente il Parlamento. Decretazione d’urgenza, ricorso frequente alla questione di fiducia, débâcle dei partiti, trasformazioni dei sistemi elettorali, riduzione degli spazi di deliberazione e quello che più d’uno definisce un «monocameralismo di fatto» o «alternato» sono i fenomeni con cui gli autori descrivono il progressivo spostamento del baricentro del sistema verso l’esecutivo. Il richiamo a Terracini serve perciò a riaffermare una concezione della democrazia nella quale mediazione, pluralismo e perfino lentezza della decisione non sono inconvenienti da eliminare, ma elementi costitutivi della vita parlamentare. La varietà dei contributi rivela anche significative divergenze, a cominciare da quella tra Violante e Casini sul «monocameralismo di fatto»: il primo invita a distinguere la crisi funzionale del Parlamento da quella, più profonda, della rappresentanza e non considera scandalosa la ricerca di soluzioni pragmatiche al cattivo funzionamento del bicameralismo; Casini insiste, invece, sul legame fra modalità di formazione della rappresentanza e indebolimento delle assemblee. Questi contrasti concorrono a evidenziare la complessità di Terracini, scongiurandone una lettura eccessivamente uniforme e schematica. Nella stessa direzione si muovono le considerazioni di Bertinotti, il quale, oltre a rimarcarne la radicalità fino a definirlo un «comunista liberale», ne accentua i tratti più controversi, altrimenti destinati a rimanere in ombra in una commemorazione ufficiale.

La natura originaria dei testi – interventi pronunciati nel corso del convegno, sia pure rivisti per la stampa – chiarisce ancor di più le finalità del volume: non delineare una biografia scientifica di Terracini, né offrire una ricostruzione storiografica complessiva della sua attività, bensì interrogare il nostro tempo a partire da una figura esemplare. Tale prospettiva affiora con particolare chiarezza sia nell’ampia introduzione di Tozzo, sia nelle conclusioni di Vendola, nelle quali il discorso sulla difesa della centralità del Parlamento si intreccia con quello sui processi di verticalizzazione del potere e sulle recenti ipotesi di riforma. In altri termini, non si pretende di pronunciare l’ultima parola sul presidente della Costituente; al contrario, secondo quanto emerge in più punti, molti temi della sua riflessione rimangono meritevoli di ulteriori approfondimenti, oltre la sola dimensione parlamentare. Sono numerosi gli interrogativi che, attraverso Terracini, gli autori rivolgono alla politica contemporanea: che cosa significa rappresentare? Quale rapporto deve intercorrere fra fedeltà e libertà di coscienza? Che cosa distingue l’autorevolezza dall’autorità? E soprattutto, quale funzione resta al Parlamento quando efficienza, rapidità decisionale e primato dell’esecutivo tendono a presentarsi come criteri autosufficienti di buon governo? Ben lungi dall’essere confinato al ruolo di semplice testimone di una stagione ormai trascorsa, Terracini appare così in tutta la sua problematicità: comunista e garantista, uomo di partito e voce critica, radicale e al tempo stesso rigoroso interprete delle procedure. Polarità che, anziché elidersi reciprocamente, si lasciano leggere quali articolazioni di una medesima idea della democrazia. Se talvolta il libro tende a caricare l’eredità di un valore troppo direttamente legato alle battaglie del presente, ha tuttavia il pregio di rammentare che le istituzioni democratiche non vivono soltanto delle norme che le regolano, ma anche della cultura politica di chi le abita. Ed è forse in questa difficile combinazione di conflitto e limite, appartenenza e dissenso, passione politica e rispetto della forma che la lezione di Terracini conserva ancora oggi la sua pregnanza.

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