Una valanga blu, uno tsunami, o comunque lo si voglia chiamare: una quantità inattesa di voti per il Partito democratico ha travolto l’amministrazione Trump e il Partito repubblicano il 3 novembre scorso. Nessuna elezione di metà mandato, se non quella post scandalo Watergate, aveva dato un risultato così. Il successo democratico è il prodotto di due fattori: il disastro delle scelte del Presidente, a cui gli americani hanno direttamente imputato l’aumento dei prezzi della spesa, delle assicurazioni sanitarie e della benzina; la selezione dei candidati, una gamma ampia, diversa, capace di parlare al luogo dove si presentavano. Socialisti e giovani nelle roccaforti di sinistra, moderati (soprattutto nel linguaggio e nei modi) negli Stati dove per vincere bisogna stare lontani dal brand del Partito democratico. E poi un messaggio economico chiaro: lavoreremo per abbassare un costo della vita divenuto davvero eccessivo. Con un aspetto in più che va sottolineato perché qui e la si legge il contrario: i discorsi sui diritti civili per tutti non hanno più avuto il centro del palcoscenico, ma non sono stati messi da parte. A Washington arriva al Congresso anche la prima persona trans, Sarah McBride, eletta in Delaware grazie a una campagna elettorale dove ha parlato di clima e di sanità.
I successi in Stati come Kansas, South Carolina, forse Mississippi (si sta ancora contando mentre scrivo) sono il frutto di questa strategia, così come lo è quello meno a sorpresa per i segnali che si avevano, ma persino più clamoroso, in Texas – seconda economia del Paese e secondo Stato per popolazione.
La scelta del partito di maggioranza di puntare tutto su una crociata anni ’50 parlando di pericolo comunista, seminando razzismo, omofobia e islamofobia era un chiaro segnale di difficoltà: il paese sta male e non abbiamo nulla da vendere, proviamo con le care vecchie “culture wars”, spariamo sull’ideologia gender e sul woke. Una scelta che non ha pagato e che forse ci dice che quegli argomenti, quando le cose non vanno e quando si è al governo, hanno fatto il loro tempo. Se si tratti della fine della lunghissima rivoluzione conservatrice che si trascina dal 1980 e che ha conosciuto un revival estremo, arrabbiato, aggressivo con Donald Trump è presto per dirlo, ma potrebbe anche darsi. Dal 2006 in poi gli americani votano “contro” in quasi tutte le elezioni (sconfitta repubblicana al midterm, Obama, il Tea Party, Trump, Biden, di nuovo Trump e queste midterm). Le guerre infinite e la crisi finanziaria hanno lasciato il segno, e il lavoro costante e metodico dell’ala sinistra del Partito democratico guidata da Bernie Sanders, accompagnato da crescenti disuguaglianze e dall’aumento del costo della vita, hanno aiutato a cambiare l’ordine del discorso già a partire dal 2016. Sia allora con Hillary Clinton, che nel 2024, il Partito democratico ha però scelto la continuità.
Come in passato, la vittoria ai democratici la hanno data le donne, i giovani e le minoranze, con un quasi pareggio nell’elettorato bianco e nelle aree rurali. Questa ultima una novità davvero notevole. Il travaso di voti più clamoroso in termini percentuali – determinante ad esempio in Texas – è però quello della comunità ispanica offesa e umiliata dalle brutali ronde dell’ICE. Quella percentuale non piccola di latinos aveva votato Trump credendo che avrebbe cancellato l’inflazione e dato la caccia ai membri delle gang o ai narcos che lavorano attorno alle zone di confini, ma si è pentita e ricreduta.
Se questo midterm vada rubricato come un nuovo voto contro, di protesta, o invece l’inizio di una nuova fase, dipende molto dalla capacità del Partito democratico di produrre risultati tangibili. Non sarà facile ma non è impossibile. Le anime sono tante, a Washington arrivano progressisti e socialdemocratici come Abdul El Sayed e Peggy Flanagan, e un drappello notevole di cosiddetti Blue Dogs, l’ala centrista del partito. Quanto e come la leadership in Congresso sarà capace di tenerli assieme? E che risultati produrranno? Il Presidente ha promesso di apporre il veto su qualsiasi legge il Partito democratico approverà e molte leggi che il Congresso dovesse approvare potrebbero non essere altro che misure manifesto. Sui poteri di guerra e sui dazi, forse, il Congresso potrebbe trovare sponde in un Partito repubblicano disorientato e voglioso di prendere le distanze da politiche impopolari. Nel 2028 si vota di nuovo. La guerra all’Iran è l’imputato anche sul banco repubblicano e sia il vicepresidente Vance – che vuole candidarsi alle primarie presidenziali – che persino Trump, sembrano voler cambiare corso. Vedremo nelle prossime settimane.
La fortuna dei democratici è quella di aver ottenuto successi anche nelle corse per i governatori. I governi statali hanno poteri su una gamma di politiche che incidono sulla vita quotidiana, tra cui le aliquote fiscali, il diritto all’aborto, il finanziamento dell’istruzione, le autorizzazioni per i data center. Legiferando e ottenendo risultati in questi ambiti a livello statale in Stati importanti da vincere per le elezioni presidenziali, i Dem si faranno un favore.
La cosa certa è che i temi che hanno portato gli elettori sono il costo della vita, quello di case e sanità, lo sdegno nei confronti di alcuni atti dell’Amministrazione e del Presidente che hanno portato centinaia di milioni nelle tasche sue e dei suoi familiari, il rigetto del boom dell’Intelligenza artificiale – più di 30 referendum che limitano la costruzione di nuovi data centers sono stati approvati. Per una formazione di sinistra, in teoria, sarebbe un terreno ideale per puntare a governare: non più le tasse e le guerre di religione, ma la questione sociale. La parte difficile però sta nel bisogno di intervenire su questi terreni con il deficit federale alle stelle prodotto dal taglio delle tasse di Trump e da una crescita economica che negli ultimi semestri è trascinata soprattutto dagli investimenti di Big Tech. Non sarà una passeggiata, ma qualsiasi cosa sarà meglio di quello che l’America e il mondo sono stati costretti a subire negli ultimi due anni.
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